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2013/04/05

Scrivere per vivere o vivere per scrivere?

Scrivere per vivere o Vivere per scrivere?






















Scrivo su questo blog da quasi otto mesi, ho totalizzato oltre 15,642 visite (fotografia al momento di scrivere questo articolo, 6 Aprile 2013). Da qualche settimana mi interrogo sul senso della mia attività online, su questo spazio virtuale che evidenzia quella necessaria voglia di esternare i miei pensieri verso un prossimo che legge e approva e anche se non approva vorrebbe leggere e godere dei miei pensieri a volte paranoici e non so nemmeno io se sono in linea o completamente fuori registro.

Ho sempre fatto il possibile per mantenere una certa regolarità nella produzione di contenuti: volevo provare a dire la mia ogni volta su temi che mi interessavano maggiormente. Io non sono un giornalista, ho un altro lavoro e lo scrivere è una passione, quasi totalmente gratuita. Per cui è bastato ritrovarmi davanti a un’immensa mole di lavoro ‘tradizionale’ per dover riconsiderare la mia costanza. In queste condizioni è impossibile dire sempre qualcosa di intelligente, utile e di qualità. Sono quasi ossessionato da questi due concetti: utilità e qualità. Se non hai qualcosa che serve a qualcuno o a qualcosa forse è meglio non dire nulla.

Non ho rinunciato, però, alla scrittura, scrivo quando posso e quando sento delle emozioni che mi impongono di esternare il mio pensiero. Leggo e scrivo e in questo ho trovato ulteriore conforto a supporto delle mie sensazioni: ci sono molti concetti che è inutile ri-scrivere.  Lì fuori, tra media tradizionali, giornali e online, ci sarà sempre qualcuno che ne saprà più di te su qualsiasi argomento. 

Bisognerebbe scrivere qualcosa solo quando è un valore aggiunto nella discussione pubblica. E allora sempre più spesso mi chiedo: che senso ha scrivere? Non sarebbe meglio condividere i contenuti di altri? Non c’è già troppo rumore nella Rete?
La ‘semplice’ condivisione, allo stesso tempo, non risolve il problema: non per il gesto, che di per sè ha un elemento meraviglioso di generosità, quanto per la sua utilità relativa. Ha senso, ad esempio, retweetare qualcosa di cui già hanno parlato tutti, specie se non si ha nulla (di originale) da aggiungere?

A me pare che la websfera italiana al momento non funzioni così. Tutti noi, blogger, giornalisti, opinion leader digitali tendiamo a pendere dalle labbra dell’attualità, del quotidiano, del ‘tempo reale’. Quando c’è una notizia che ‘fa opinione’ non è difficile leggere decine, centinaia di post e commenti, spesso uniformi in modo stucchevole. Davanti agli occhi del lettore medio, spesso stanco o comunque poco desideroso di leggersi intere bibliografie ogni volta, si presenta un muro di opinioni indifferenziate che spesso provengono da illustri sconosciuti. Il risultato, verosimilmente, è l’adozione di un atteggiamento conservativo da parte del pubblico: meglio leggere chi già conosco.

L’altro pericolo che io sto riscontrando è ‘la corsa al click‘: quando succede qualcosa, qualsiasi cosa che possa essere considerata notizia, assistiamo alla produzione di post già pochi minuti dopo la prima agenzia o il primo tweet che ne parla. Questi post, spesso, sono poco più che fotografie dell’accaduto, senza analisi. Un esempio di metanarrativa dell’agenzia di stampa: ne avevamo davvero bisogno?
Credo che tutto ciò sia naturale e largamente comprensibile: si fa per poter essere rilanciati per prima online, per costruirsi una propria popolarità, per poter dire di aver dato la notizia, salvo poi lamentarsi se il grande giornale ne parla in modo più diffuso due ore dopo, magari con annessa e spesso inverosimile accusa di essere stato copiato.

Più passerà il tempo, più ognuno di noi dovrà porsi un problema: scrivere sempre per essere visibili o scrivere solo quando si ha qualcosa di interessante da dire, con il rischio di finire dimenticati e perdere parte del proprio pubblico?
Io, nel mio piccolo, proverò a seguire la mia strada, aggiungendo una terza via: scrivere di più nei weekend, d’estate, quando gli altri sono in vacanza: quando ci sono meno voci a parlare forse si è più utili anche quando non si è straordinariamente brillanti. Scrivere delle mie idee, sogni o emozioni, scrollandomi di dosso le consuetudini, le mode e le richieste della gente, scrivere quello che sento e non necessariamente quello che vorrebbero sentirsi dire i miei lettori.

Perché c’è sempre un pubblico che ha voglia di informarsi e ha la possibilità di farlo online. E che merita di essere informato con la stessa qualità sette giorni su sette, 24 ore su 24.


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