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2013/12/25

COLPO DI STATO


"C'era una volta un re viveva in una reggia che superava per sfarzo i palazzi dei reali d'Europa. Come un regnante nominava i suoi primi ministri, sempre però con il massimo rispetto delle istituzioni repubblicane, da lui perfettamente incarnate. La vita del presidente si era svolta da sempre nei palazzi del regno... oops della seconda Repubblica, sin dalla giovinezza. La sua presenza in quei luoghi datava ad anni lontani quando la maggior parte dei sudditi, pardon cittadini, non erano ancora nati e regnava su tutte le Russie un tiranno di nome Stalin che, per alcuni, era un sincero democratico".

Tutto ebbe inizio con i gruppi dei cosiddetti “Forconi” che organizzarono una serie di occupazioni e presidi in tutta Italia.
La protesta avvampò all’improvviso, anche se le avvisaglie di quello che stava per succedere erano state rese note da tempo dai media alternativi e da facebook stante l’imbarazzante silenzio dei media ufficiali primo fra tutti il gruppo Espressoooo seguito a ruota dal Corriere di una Sera di prima estate e poi da quelli del gruppo Media Seta, partendo da focolai sparsi lungo lo stivale, il 9 Dicembre del 2013. Cominciò dai piccoli centri industriali nel triangolo d’oro Afragola, Avellino, Napoli dove la fame, i fuochi velenosi e le cattive condizioni economiche durante la crisi economica del quinquennio 2008-2013 si erano fatte sentire maggiormente. Proseguì nelle fabbriche che chiudevano lasciando in mezzo alla strada gli operai. Infine divenne un incendio con un fronte che andava da Torino a Palermo passando per gli Appennini e la riviera Tirrenica, soffermandosi spesso e volentieri, direi indugiando e calcando la mano, a Roma, sede di tutti i vizi e obiettivo principale della rivolta mascherata da protesta civile. Nelle città in tumulto, agitatori professionisti e bombaroli provenienti dal nord e sud Italia si erano infiltrati nelle manifestazioni di piazza, aizzando i disoccupati e quei pochi lavoratori che ancora potevano contare su uno stipendio, misero, ma pur sempre uno stipendio, contro la casta dei politici ingordi e arraffoni. E le autorità? La Polizia ricevette l’ordine di sedare le proteste nelle città principali, nei centri d’importanza fondamentale per la protesta dei “Forconi” che rischiava di dilagare e sfociare in una sommossa popolare. Ma fu tutto inutile.
Infine i Forconi accerchiarono Roma e i palazzi del potere, Montecitorio, Palazzo Chigi e Palazzo Madama, e fu subito chiaro il disegno di chi aveva organizzato le proteste. Volevano riconquistare l'Italia e consegnarla agli italiani, cacciare i politici usurpatori, votati dagli italiani, gabbati da una legge elettorale porcella senza alcuna possibilità di scegliere i propri rappresentanti, che ormai di politico avevano forse solo il nome e nemmeno quello, sempre più in mano alle lobbies, veri centri del potere, che governavano quei partiti di sinistra come di destra o di centro ormai succubi della finanza e delle banche.
Tutti meno uno ma il popolo sapeva e poteva distinguere, non sarebbe stato un cieco massacro ma una intellegente pulizia operata con il bisturi virtuale contro i cialtroni e imbroglioni, corrotti e venduti. Per quel motivo c’era già chi scappava via, per non restare invischiato nella pulizia e prendersi la mannaia fra capo e collo. "Solo un lancinante dolore signori e poi il nulla".
E si profilò all'orizzonte il colpo di Stato, una presa di potere anomala, non già delle forze istituzionali anche se deviate, ma del popolo. Erano dunque i movimenti organizzati su facebook e internet che erano riusciti là dove gli italiani e le correnti di pensiero avevano fallito. Il parlamento sarebbe stato spazzato via, novella Bastiglia, dagli italiani delusi dai nuovi dominatori democraticamente eletti purtroppo. Il disegno fu chiaro quando si vollero evidenziare le tensioni vissute durante la la crisi economica dettata dalle dure leggi della Comunità Europea e dalla Germania, un attentato contro la democrazia messa in pericolo da chi non aveva a cuore le sorti di un popolo ma solo quelle delle banche.
Ormai anche l'esercito aveva dato segni inquietanti di malessere, tutto era iniziato durante una manifestazione nel corso della quale gli agenti antisommossa sodalizzarono con i cittadini, che protestavano contro le ingerenze europee e il danno della perdita della sovranita' nazionale e si tolsero il casco di protezione, segno che ormai anche loro erano per la liberta' del cittadino e non intendevano piu' sottostare alle pressioni del potere costituito in cambio di niente. Proseguirono con maggiore virulenza fino al gennaio del 2014 quando, a causa della legge di stabilita' votata sulla fiducia dal parlamento insolitamente gremito di deputati e senatori con il solo gruppo formato dagli eletti del Movimento 5 Stelle a fare battaglia e ostruzionismo per cessare quello scempio degi valori italiani, si dimise il Comandante dell'esercito prossimo alla pensione, Generale Aldo Vieri Pintaluga. Il Consiglio superiore dell'esercito dichiarò che prendeva atto delle dimissioni senza però condividerle. Nel febbraio del 2014 venne poi sgominata l'Operazione Malerba, un piano golpista organizzato proprio da Aldo Vieri, che per quello fu condannato a sette mesi di prigione.
Mentre cresceva la volontà golpista in alcuni settori dell'Esercito e dell'estrema destra, il governo avanzava verso una profonda crisi, che nei primi mesi del 2014 si rivelò sempre meno sostenibile. Tra i principali eventi di quell'inizio anno, ci furono le dimissioni di Angeletto Al Capone detto Fano dalla carica di ministro dell'Interno (15 gennaio), a cui fece seguito un mini rimpasto di governo, non voluto da nessuno, ma necessario, il 16 febbraio, la mozione di censura presentata contro il capo del governo dal M5S mentre già tutto precipitava, diede un'ulteriore scossa al sistema che nonostante tutto non si decideva a scollare il deretano dalle poltrone occupate indebitamente. I primi segnali di questa grande inquietudine si ebbero e furono evidenti, quando i ministri in carica nel governo inviarono le loro famiglie in paesi compiacenti utilizzando il Falcon 50 della presidenza del consiglio in un ultimo anelito di sfruttamento del popolo inde e fesso, piu' fesso che inde fino a quel momento, come amava dire il grande Toto'. Anche il presidente della Repubblica re Giorgio trasferi la moglie e il cane Popò alle Maldive dove poteva almeno godere di un clima caldo adatto agli acciacchi dell'età decidendo di restarsene poi in compagnia della consorte in attesa degli eventi.
Ma le dimissioni da vicepresidente del governo Angeletto Al Capone detto Fano (22 gennaio) furono quelle che produssero un nuovo rimpasto. Rimpasto inutile visto che l'elezione nello stesso mese di Michelino Alfa Romeo, candidato alternativo a quello proposto ufficialmente dal gruppo parlamentare del M5S, non piacque a nessuno tanto da provocare le ire dei deputati pentastellati che non capivano i motivi per cui nonostante la nave Italia stava affondando miseramente, i politici della ormai trapassata seconda repubblica (o forse terza? ho perso il conto) continuavano a suonare l'orchestrina dello sfruttamento e dei clientelismi, a bordo. Capirono quindi tutti fosse necessaria un'ulteriore scossa per far finalmente crollare il palazzo.
Le tensioni raggiunsero il culmine quando il 28 gennaio si diede notizia della morte a Milano di Alberico Fico della Morra, vittima delle torture inflitte dai servizi segreti deviati che erano stati rideviati dal governo per cercare di ribaltare la situazione ormai esplosiva. Quel giorno si arrivò a una sommossa generale in Lombardia e a un aspro dibattito tra i gruppi parlamentari a Montecitorio. Il governo come ultima chance destituì vari dirigenti di polizia, carabinieri, guardia di finanza, guardie carcerarie, guardie forestali, capitaneria di porto e vigili urbani nel tentativo di riportare la serenità al popolo sempre più oppresso da uno Stato di Polizia, mentre nel ministero dell'Interno ormai vacante stante le dimissioni del ministro e dei suoi undici viceministri e i venticinque sottosegretari che ben si guardavano da ricoprire quello scranno esposto alla collera del popolo ormai quasi, molto vicino a ridiventare, sovrano. Il risultato fu che si produssero dimissioni a catena in solidarietà al popolo e il Presidente di un Consiglio ormai ridotto a uno sparuto gruppo di ministri con ben altre esigenze che tutelare la nazione, presentava l'azione del governo come una gestione debole cui era necessario dare un taglio. E infatti un taglio ci fu.
In tale clima infuocato, il 2 febbraio il senatore Prodo detto Mortadella, resuscitato da chissà quale ospizio, presentò il suo governo. Il 4 non ottenne la fiducia del Parlamento. Fu fissata per il 5 una nuova votazione. Proprio quel giorno fu scelto dai golpisti per il loro tentativo, nel quale sarebbero confluite le diverse volontà di un golpe duro promosso dai Forconi e dal capitano generale autoeletto Antonio Milano da Recanati. Il tentativo del 5 febbraio 2014 raggruppò e coordinò tutte le diverse trame golpiste che covavano sin dall'inizio della molto poco democratica seconda repubblica.
Alle diciotto in punto cominciò la votazione nominale per l'investitura del nuovo capo del governo autoeletto ma il popolo aveva oramai deciso diversamente. Mentre cercavano una serie di compromessi, fuori l’urlo della folla agghiacciava i volti dei poco onorevoli deputati che guardavano con troppa frequenza al tetto nella speranza che un elicotero o una astronave aliena avesse potuto risucchiarli e trasportarli in luogo sicuro. Poco dopo le sei e mezza, quando stava per esprimere il proprio voto il deputato pentastellato Alessandro Trappista, fece irruzione nell'emiciclo della Camera dei deputati un gruppo di decine di militari della polizia di frontiera, mitra alla mano, comandato dal tenente colonnello Antonio Bettoia, che dalla tribuna ordinò che tutti stessero calmi e aspettassero l'arrivo dell'autorità competente, lasciando intendere che si trattasse di un militare, che però non giunse mai.
Il Presidente del Consiglio vistosi circondato decise quindi di denunciare pubblicamente il colpo di stato facendosi riprendere dalle telecamere della RAI per lanciare un drammatico messaggio televisivo alla nazione (e magari anche un grido di aiuto a chi poteva ascoltarlo), subito dopo la quale gli eventi che avevano già preso un curva pericolosa, sfondarono il guard rail e precipitarono rovinosamente al suolo. Il giorno dopo il Collettivo "Mandiamoli fuori dai Coglioni" organizzò una manifestazione a Roma che si tenne davanti a Palazzo Madama con le forze di Polizia rimaste fedeli alla casta a contendere la scena ai dimostranti.
Troppa gente ormai confluva sulla piazza, tutti furono concordi che sarebbe stato meglio trasferirsi in Piazza Venezia dove dal famoso balcone avrebbero potuto arringare la folla e sperare di vincere come un illustre predecessore. Inoltre arguirono i soliti malpensanti, piazza Venezia avrebbe contenuto molta più folla di quanta ne potesse contenere la piazza antistante il Parlamento. Invece i tempi non erano favorevoli, la massa umana premeva all’ingresso, spingeva, schiacciava fino a quando le porte del potere crollarono fragorosamente e con esse anche la garritta delle guardie, quella del portinaio e della sua concubina, insomma un disastro mai visto a memoria d’uomo. Dal proprio rifugio alle Maldive re Giorgio proclamatosi autonomamente re per scampare a una triste fine, redarguì telefonicamente le masse, mentre in sottofondo si sentivano le note de "il mareeee è la voce del mio cuoreeee..." di Nilla Pizzi, implorando il popolo di tornare nei ranghi, il vaffanculo che sorse spontaneo fu così potente che probabilmente l'eco arrivò alle orecchie del re fantoccio Giorgio primo e ultimo, anzi secondo per via della rielezione ma sempre ultimo nel cuore della gente. Il popolo che rimpiangeva quando credeva i stare peggio, a sorpresa anche il nano di Arcore e addirittura Benito Mussoletto.
Intanto la fiumana di gente ruppe gli argini, e non solo quelli, fluendo nella camera assiepata di deputati pidioti senza elle e pidioti con la elle. Tremanti brandivano sedie, quelle lasciate vuote da chi ha trovato l’ultimo barlume di coraggio e i microfoni divelti dagli scranni come di spade per difendersi. I deputati accolsero i golpisti tra fischi e urla, pianti e disperazione, suppliche ma tutto fu vano. Li appesero a testa in su, per i piedi, anche per le zinne e per le palle alle balaustre della galleria, tutti i trecentottantasette che furono trovati finirono appesi, compresa la presidente essa o fessa della camera, il sottosegretario agli interni, quello degli esterni, e la moltitudine di portaborse e leccaculo rimasti con la speranza di trovare un posto aereo verso la salvezza. Li passarono tutti per le armi, appesi per le palle alle balaustre mentre quelli che non erano deputati ma servivano a caro prezzo la politica deviata furono barbaramente evirati e inchiodati agli scranni. E la stessa scena fu ripetuta negli altri palazzi del potere a Roma come a Milano, a Verona e Vicenza e Bari e Napoli e ovunque ci fossero politici corrotti da rimuovere per sanare lo Stato ormai alla deriva.
Ci fu persino un pazzo che risiedeva in Belgio che sparò a bruciapelo al Franceschinitti ivi riparato che passava per caso da un ministero, e un altro a Francoforte che trapassò con una freccia di balestra il Marietto Dragoni per vilipendio alla costituzione e costituzione di lesa maestà del paese Italia ormai in mano al popolo sovrano, finalmente sovrano. Mentre un gruppuscolo di assatanati rincorreva per le strade di Berlino la culona Marketten per farla passare per le armi, sfoderate a tempo debito e pronte a penetrare la carne molle.
In quel clima di terrore si deve pensare che anche il Papa si schierò dalla parte dei lealisti abbracciando uno a uno tutti i leader pentastellati, per quel successo insperato voluto dal popolo. Ma per le strade ancora si moriva. Camminando per le vie del centro a Milano, come a Roma o Venezia si assisteva a impiccagioni con processo fittizio, inesistente e farlocco ma con condanne esemplari e immediate anche quando il politico implorava d’avere moglie, suoceri, zii, nipoti, cognati e cognate, cugini e cugine e amanti a carico e sessantadue figli da sfamare.
La folla sottomessa da troppo tempo non ebbe pietà finché sul campo rimasero solo le vittime di quella ferocia popolare e l’impresa delle pulizie coadiuvata dagli operatori ecologici ancora a stipendio che ripulirono i resti sanguinolenti, i portafogli e anche le borse.
Il primo Aprile l’Italia era finalmente libera e poteva rinascere come un fiore primaverile dalle proprie ceneri.
Il popolo era ritornato sovrano e finalmente tornare a vivere tutti felici e contenti.

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