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2016/08/10

Marcinelle, 60 anni

Quando gli immigrati eravamo noi
L’8 agosto ricorrevano i 60 anni dalla tragedia di Marcinelle, una delle più pesanti catastrofi per l’emigrazione italiana con 136 nostri connazionali periti tra i 263 minatori bruciati o soffocati a quasi mille metri di profondità in una a miniera di carbone belga  vicino a Charleroi.

L’Italia distratta di oggi non ricorda questa pagina tremenda della nostra emigrazione né gli accordi che ci stavano dietro, ovvero il vero e proprio contratto con cui i governi italiani del dopoguerra avevano venduto le braccia di migliaia di operai – quasi tutti del sud – in cambio di quel carbone che doveva far ripartire le nostre industrie per la povertà italiana di materie prime.

Una "deportazione" vera e propria, che obbligava quelli che decidevano di partire per sfuggire alla miseria e alla disoccupazione a scendere nel sottosuolo per almeno 5 anni, pena la detenzione. L'accordo prevedeva l'invio di 2000 operai a settimana, cifra destinata ad aumentare perché dall'Italia arrivarono fin da subito anche le famiglie dei minatori, con mogli, figli, genitori. 

In cambio Bruxelles si impegnava a fornire al nostro Paese carbone a basso costo. 

Nelle città e nei paesi iniziarono a comparire i manifesti rosa di "reclutamento", che promettevano lavoro e salario, magnifiche sorti e progressive ricchezze in un'Italia disperatamente povera. 

Non erano richieste particolari attitudini, solo di avere meno di 35 anni ed essere in buona salute. Chi ha avuto modo di vedere di recente il bel film “Marina” (la celeberrima canzone degli anni ’60 fu composta dal figlio di un nostro minatore in Belgio) avrà notato le condizioni di vita di quegli emigranti e i loro alloggi: baracche di legno e lamiera in ex campi di prigionia. 

Erano quelle, almeno in una prima fase, le abitazioni dei minatori italiani, gli alloggi "convenienti" citati nel protocollo italo-belga. Le cantine trasformate in dormitori comuni con letti a castello, mentre le famiglie vivono nelle baracche. I bagni e le fontane per l'acqua erano esterni e in comune, in un paese dalle temperature non certo accoglienti. Già alla fine del 1948 nelle miniere belghe lavorano quasi 77mila italiani, ma l’emigrazione continuerà senza soste. . 

Alle 8.10 dell'8 agosto del 1956 scoppia un incendio a -975 metri nella miniera di carbone del Bois du Cazier, nel bacino carbonifero di Charleroi. In quel momento nelle viscere della terra lavorano 275 uomini. Di questi solo 13 riusciranno a salvarsi. La macchina dei soccorsi si muove in ritardo, e per due settimane si continua ad alimentare la speranza, fino a quando, il 23 agosto, vengono dichiarati "tutti morti". I processi-farsa che seguiranno assolveranno tutti i responsabili della miniera, priva di qualsivoglia sistema di sicurezza, parlando di “fatalità”. 

Fu Mirko Tremaglia – come ministro per gli italiani nel mondo – a proporre ed ottenere che l’8 agosto diventasse un giorno di ricordo nazionale dell’ l’emigrazione italiana, ma ora che non ci sono più nè il ministero e neppure un sottosegretario specifico per gli italiani all’estero di questi ricordi se ne perdono le tracce. 

Qualche ex minatore è ancora in vita come – è stato ricordato - Mario, a cui la miniera ha "regalato" la silicosi. Lui ed altri ex minatori italiani cercano di tener viva la memoria di una tragedia che molte giovani generazioni non conoscono neppure. Mario ha scritto al presidente Mattarella per avere una copia della medaglia che l'Italia diede a suo padre, anche lui minatore. Ma, dall'inverno scorso, non ha ancora ricevuto risposta. Come è stato scritto, quei minatori e le loro famiglie "sono rimasti orfani non solo dei padri, ma anche della patria".

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