<bgsound loop='infinite' src='https://soundcloud.com/sergio-balacco/misty'></bgsound>

pagine

Votami - Please rate my blog

classifica

2017/09/26

Faccio il docente per fare tre mesi di vacanza

Lo ammetto: faccio il docente per fare tre mesi di vacanza… Stupenda lettera di un insegnante al Ministro Poletti ed a Matteo Renzi – leggetela tutta, ne vale la pena !!

Egregio Ministro Poletti,
ebbene sì lo devo e lo voglio ammettere. Mi sono laureato, ho preso due abilitazioni a numero chiuso, ho fatto un concorso nazionale e sono precario da 13 anni (assunto il primo di settembre e licenziato il 30 giugno) non tanto perché volevo far l’insegnante, ma per godermi tre mesi di vacanze estive, oltre ovviamente a quelle natalizie, pasquali, di carnevale e ai ponti dei santi, dell’immacolata, del 25 aprile, del primo maggio e del 2 giugno. Peccato non si stia a casa anche il giorno della festa della mamma, del papà, della donna e magari dei nonni.

Egregio ministro Poletti,
ebbene sì lo devo e lo voglio ammettere, la volgarità e la disonestà intellettuale che caratterizza lei e tutto il governo Renzi è squallida e imbarazzante, sintomo di un paese sempre più allo sbando, retto da personaggi di piccolo cabotaggio, corrotti, prepotenti e mediocri.

Probabilmente signor Ministro lei è troppo impegnato in cene e feste con importanti esponenti di Mafia Capitale per conoscere la professione dei docenti e la realtà in cui vivono gli studenti italiani; altrimenti saprebbe che il numero di giorni di scuola in Italia è pari a quello dei principali stati europei (Germania, Francia, Spagna. ..).
Le vacanze sono solo distribuite in modo diverso.
Se conoscesse le condizioni in cui versano gli edifici scolastici italiani e l’ubicazione geografica del Paese che governa, saprebbe, inoltre, che andare a scuola a luglio e agosto nella maggior parte delle città (Napoli, Bari, Palermo, Roma, Sassari, Milano) sarebbe impossibile.

Infine, signor Ministro, le ricordo che ormai anche il mio macellaio di fiducia (purtroppo sono carnivoro) non pensa che un insegnante faccia tre mesi di vacanza. Tra esami di stato, esami di riparazione, riunioni e programmazione le ferie dei docenti (trenta giorni più le domeniche) si concentrano per lo più da metà luglio al 31 agosto.

Comunque Egregio Ministro e Esimio Premier, fate bene ad umiliare costantemente noi insegnanti. Ce lo meritiamo. Negli ultimi decenni abbiamo accettato tutto supinamente: blocco salariale, classi pollaio, precarietà, aumento dell’orario di lavoro, edifici insicuri, cattedre spezzatino e concorsi truffa.

Ed ora, sprezzanti ma con il sorriso sulle labbra, state realizzando la privatizzazione della scuola e la sua trasformazione in un’azienda senza che il corpo docente italiano dia un sussulto di vitalità. Tra chi aspetta la pensione e chi pensa che un salario fisso anche se basso è meglio che niente, tra chi è stanco di lottare e chi si considera intellettuale, tra chi “tanto mio marito è un dirigente o libero professionista” e chi è solo e disperato, tra chi “o si blocca il paese per settimane o uno sciopero non serve a nulla” e chi ” ora servirebbe la rivoluzione”, gli insegnanti stanno assistendo inerti e rassegnati alla lenta morte della scuola pubblica, democratica e costituzionale.
Il nostro silenzio è complice. E non basta più (se mai è servito a qualcosa) sfogarsi solo sui social network.

Per chi non si vuole arrendere non vi è altra strada che la lotta, per la nostra dignità e per il futuro dei nostri figli e dei nostri studenti.
Una terza via non ci è data.

Matteo Saudino, docente di storia e filosofia a Torino.
Libero pensatore e cittadino del mondo.
(da https://www.facebook.com/pages/Matteo-Saudino/1400008323610329?fref=nf)

2017/09/15

Dimenticare la storia: il Fascismo non è mai esistito



Questo almeno è il desiderio dell'Onorevole Fiano, primo firmatario della proposta di legge già approvata alla Camera dei deputati. Il tutto passa al Senato che potrebbe sancire l'approvazione prima di rispedire il pacco alla Camera per l'approvazione definitiva.
Speriamo di no, la storia non si cancella con una legge. Forse i comunisti dopo oltre 70 anni dalla fine del regime hanno ancora paura del Fascismo?

Chi posta una foto del ventennio finisce in galera.
Una norma da autentica dittatura: una democrazia non vieta le idee Il diritto alla libera manifestazione del pensiero è sancito dall'articolo 21 della nostra Costituzione.

Ma per l'onorevole Emanuele Fiano, primo firmatario della legge che porta il suo nome e ora in discussione alla Camera, c'è un pensiero, quello fascista, che non è lecito pensare e quindi va punito. Da sei mesi a due anni. Fascisti in galera suonerà più rassicurante dei Fascisti su Marte, ma sfugge all'onorevole Fiano che se c'è un fascista in questa storia è proprio lui. 

Le democrazie degne di questo nome non hanno paura delle idee: le combattono, non le vietano. E va da sé che se passa questa bislacca concezione, propria di ogni regime totalitario, che chi la pensa diversamente vada rieducato, oggi sarà il fascismo, domani il professarsi carnivori, dopodomani i teorici del tantrismo... Se non ci fosse da ridere, ci sarebbe da piangere. 

L'Italia pullula di ciò che Fiano e quelli come lui vorrebbero estirpare: immagini, monumenti, libri, dipinti, memorie famigliari e storie personali. Il fascismo non è stata l'invasione degli Hixos, come per carità di patria aveva teorizzato Benedetto Croce. È stato l'autobiografia di una nazione, come più lucidamente aveva capito Piero Gobetti. 

Uno dei mali che affligge l'Italia è proprio questo del passato che non passa, l'essere ancorati con la testa all'indietro per evitare di assumersi le responsabilità del presente. Sotto questo aspetto il fascismo è il capro espiatorio di cui una nazione senza idee e senza ideali si serve per nascondere il nulla che l'avvolge, l'essere anti non sapendo essere niente. 

È naturalmente anche un calcolo politico, sotto il cui ricatto viviamo ormai da più di mezzo secolo. Non è sempre stato così e ancora nel 1961, quando venne trasmesso in Rai il documentario La lunga strada del ritorno, curato da Alessandro Blasetti (restaurato, era presente al Festival del Cinema di Venezia appena conclusosi), il nostro era un Paese in cui non ci si vergognava di avere fatto la guerra, casomai di averla persa. 

Non era la guerra del fascismo, riguardava tutti, nel bene come nel male: era un Paese a essere stato sconfitto, non un duce... L'antifascismo ideologico e strumentale, quello che faceva del fascismo il male assoluto, cominciò proprio allora, quando le logiche politiche, l'apertura a sinistra, l'arco costituzionale eccetera ebbero bisogno di un cemento unitario e il Pci di una legittimità democratica che altrimenti non avrebbe avuto. 

A mezzo secolo e passa di distanza, di quei partiti, di ciò che essi rappresentavano, del tipo d'Italia che volevano incarnare, non resta più niente, se non l'architrave fascista che tiene insieme chi ne ha preso il posto e che si vorrebbe reggesse ancora adesso. Solo che sotto c'è il vuoto. Se non ci fossero le imbecillità degli antifascisti, quelle dei (neo)fascisti risulterebbero ancora più evidenti, ma il gioco si alimenta proprio nella nullità dei primi come dei secondi, la volgarità e la miseria delle rispettive tifoserie che si alimentano reciprocamente, un pezzo di carne marcia e le mosche che vi si affollano sopra.