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2020/09/26

CHIUDETE ALITALIA, PLEASE!


E' ufficiale: dal 1 ottobre Alitalia" non volerà più da Malpensa. Quell’ aeroporto che era stato ricostruito e potenziato nel 2000 proprio come "hub" della “fu” Compagnia di bandiera per risollevare le sorti  della stessa Alitalia, semplicemente sparisce. 

Motivazione? "La rotta su Roma era in perdita" e quindi si chiude anche quella: così sarà perfino impossibile andare a Fiumicino per prendere eventualmente altri voli della stessa compagnia.

Ovvio, visto che da Malpensa Alitalia aveva progressivamente tagliato tutte le altre rotte e quindi era difficile pensare che arrivassero e partissero suoi passeggeri.

Un ragionamento comunque economicamente  lucido, ma visto allora  che TUTTE le rotte di Alitalia nel mondo sono in perdita, con questa logica andrebbero chiuse TUTTE le rotte e quindi – finalmente - l’ Alitalia stessa.


Eppure davanti a questa boiata  il governo Conte ha stanziato recentemente altri 3 MILIARDI (miliardi, non milioni!) di euro pro Alitalia, dopo tutti gli altri soldi già buttati via negli anni. Festeggiano ovviamente le altre compagnie europee che - almeno prima del Covid – grazie all’ assenza di Alitalia riempivano da Milano i loro voli per Parigi, Francoforte, Monaco e Zurigo e da lì volavano nel mondo. Esempi incredibili, come il volo Milano-Dubai (che Alitalia cancellò perché in perdita!) mentre  Emirates - prima del Covid - da tempo aveva portato a tre i suoi voli quotidiani da Malpensa.

Ma perché sprecare continuamente questi contributi in un pozzo nero che oltretutto si è dimostrato non tenere minimamente in considerazione le necessità dell’utenza, soprattutto di quella del Nord Italia? Alitalia vola vuota perché la concorrenza offre di meglio e a prezzi più bassi, con una riflessione finale: se questo carrozzone è ora rimasto solo "romano" perché allora devono pagarlo tutti, compresi quelli che gli aerei Alitalia non li può più nemmeno usare?  Ma possibile che non ci sia nessuno che abbia la possibilità, il coraggio, la sensibilità di sollevare il coperchio su questa fognatura inaudita di cui nessuno porta mai una qualche minima  responsabilità? 

 

PS La dimensione dei numeri a volte ci sfugge. Pensate ad una azienda cui in cambio di 1 (uno) posto di lavoro in più fossero dati 50.000 euro di contributi a fondo perduto.

Sarebbero 20 posti per un milione, 20.000 per un miliardo, 60.000 per 3 miliardi.   Per difendere Alitalia - comunque  in continua perdita - il governo ha insomma rinunciato, teoricamente, ad aiutare 60.000 imprese con la creazione di 60.000 nuovi posti di lavoro

2020/09/01

Terrapiattisti, perché?




Terrapiattisti, perché c’è chi si ostina a credere che la terra sia piatta nonostante l’evidenza?
Già in troppi ne hanno parlato, dando loro una visibilità che non meritano. Se volete andarci, fate pure. Viviamo in un Paese libero. Se volete saperne di più, andate in rete e troverete gli articoli che ne parlano. A me della conferenza "Terra piatta: tutta la verità" che si è tenuta a  Palermo lo scorso mese di maggio, non interessavano i folkloristici relatori e relativi temi, ma il perché.

Il perché va ricercato nella nostra caratteristica, unica fra le specie di questo pianeta, di raccontare storie. Non possiamo vivere le nostre vite senza costruire narrazioni. Quando raccontiamo il nostro percorso professionale, la nostra narrazione è lineare, razionale, logica. Peccato che non sia una storia avvenuta, ma quella che raccontiamo dopo avere cercato e trovato logica a decisioni irrazionali, relazioni di causa-effetto a eventi casuali, strategia e pianificazione quando siamo stati i primi a essere sorpresi dal corso degli eventi. Provate a dire una coppia di parole come gabbia-uccello, tastiera-mano o fiume-ponte. Chi vi ascolta, sempre e comunque, ci costruisce sopra una storia o un’immagine. Anche quando leggiamo coppie di parole apparentemente non correlate come pensionato-guardaroba, il nostro cervello fa di tutto per combinarle insieme (lo state facendo proprio ora).
Creiamo storie per due motivi:

1. Il primo è creare un senso causale del mondo che ci circonda, fornire potere esplicativo per aiutarci a navigare nei mari delle nostre vite.

2. La seconda ragione è darci significato e scopo.

Le storie, complesse e sfaccettate, non sempre del tutto coerenti, non importa se religiose, culturali o scientifiche, ci fanno comprendere il nostro mondo, il nostro posto in esso. Per quello che riguarda la filosofia della natura, la scienza, seduti sulle spalle dei giganti che ci hanno preceduto (non quelli di Tartaria…), basandoci sul loro lavoro, raccontiamo storie che si sviluppano nel tempo. Sempre per comprendere. La narrativa dell’evoluzione, per esempio, fornisce un potere esplicativo mozzafiato. Senza di esso, il mondo è semplicemente un caleidoscopio di forme e colori. Con esso ogni organismo ha funzione e scopo. Allo stesso modo, la storia della formazione del nostro sistema solare è ricca, avvincente e include la spiegazione del motivo per cui la Terra è, in realtà, più o meno sferica ed è così semplice dimostrarlo che ci riuscì Eratostene nel 240 a.C., per giunta misurandola con un errore di circa 1,2% (40mila 500 chilometri contro 40mila 009).

Però c’è chi rifiuta queste evidenze. Perché?


Accettare le principali scoperte scientifiche, il loro racconto, richiede il rifiuto di una narrativa esistente. Questo è il caso dell’evoluzione nel contesto delle interpretazioni fondamentaliste della Bibbia. Per chi crede “alla lettera” al racconto della Genesi, accettare l’evoluzione richiede il rigetto della visione del mondo dettata dalla Bibbia. Essenziale è mantenere la coerenza e l’integrità della narrativa “ortodossa” in uno sforzo di purificazione ideologica. Non importa quanto siano schiaccianti le evidenze scientifiche. Inutile spiegare a Daniele che il leone lo sbrana. Dio è con lui. Fede contro prove sperimentali. Teologia contro Scienza. Teologia e Fede vincono sempre.

Altro motivo per rifiutare le narrative scientifiche è il non ritenere, come individui, che abbiano significato al loro interno, alcun ruolo perché non apparteniamo alla comunità che le ha originate. Nel mondo di oggi c’è così tanta conoscenza e ne deteniamo singolarmente così poca da non considerarci significativi, con una sensazione di mancanza di controllo della nostra vita che alimenta la credenza in teorie cospirative.
La scienza, infine, non sempre è intuitiva, è difficile, richiede studio, allenamento, fatica, tempo. Non sorprende allora che si cerchino scorciatoie, modi di pensare che non chiedano di fare i conti con la scienza e che allo stesso tempo offrano una posizione sociale privilegiata e confortevole. La scienza viene rifiutata. Si accetta l’alternativa di una Terra piatta, pretendendo, appellandosi al senso comune individuale, di essere razionali (negando al contempo la razionalità collettiva della comunità scientifica). Si alimenta così un sentimento di indipendenza e controllo, spostando l’individuo dall’umile periferia della conoscenza e della comprensione a una posizione centrale, privilegiata, fra coloro che conoscono e condividono la stessa “verità“.

In sintesi: se riusciamo a superare la corrente del pensiero dominante trovando un luogo da cui possiamo avere una visione unica e controversa, possiamo sperare di essere più significativi e trovare uno scopo a cui dedicare i nostri talenti.
Ma perché preoccuparsi? Perché volere fare cambiare idea a qualcuno con credenze che spesso sono solo scemenze? Perché non lasciare predicatori, profeti, fanta-, para- e pseudo- scienziati negare? Alla fine dei conti sono solo una minoranza, ogni tanto anche divertente, ai margini del mondo razionale. Perché possono fare grossi, enormi danni. Vedi vaccinazioni e cambiamento climatico. Perché occorre difendere e valorizzare la conoscenza duramente conquistata attraverso l’impegno di vite individuali e gli sforzi collettivi di generazioni dedicate alla sua ricerca. Perché se tutte le narrazioni vengono considerate uguali, qualunque storia non ha valore e questo è una catastrofe di cui saremo tutti responsabili, qualcosa che nessuno di noi dovrebbe accettare. Mai.

Da un articolo su "Il Fatto Quotidiano" liberamente modificato.