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2015/04/23

La partita di pallone


Immaginate ventidue giocatori di calcio più un arbitro che, per una bizzarra e sconosciuta proprietà fisica della materia, diventano invisibili quando vengono inquadrati da una particolare telecamera a raggi positronici inversi. 
Sarebbe? Non lo so, ma immaginiamolo. 
Arriva in orbita un’astronave aliena con questa tecnologia grazie alla quale essi possono inquadrare e zoomare qualunque zona del pianeta come se stessero filmando da venti metri di distanza. L’attenzione degli alieni viene catturata da una grande struttura illuminata ai bordi della quale sono sedute decine di migliaia di terrestri vocianti che guardano un prato. Su questo prato, senz’anima viva (per gli alieni), c’è una sfera rimbalzante che compie stranissime traiettorie. Alcune traiettorie fanno alzare il volume dei terrestri vocianti, in altri casi la sfera rotola pigramente e i terrestri si calmano per qualche secondo. Ogni tanto capita che la sfera penetri all’interno di una delle due gabbie di rete aperte da un lato, poste a metà dei lati corti del rettangolo di prato. Ogni volta che la sfera entra, gli alieni registrano un picco nel volume degli urli emessi dai terrestri che si mostrano agitatissimi.

Lo spettacolo lascia gli alieni senza parole! Che poteri ha quella sfera? Di cosa è fatta? Come fa a muoversi in quel modo e con quale logica? Ha un cervello? Ha una volontà propria? E se ce l’ha, in base a quale logica decide come e dove andare? O magari è un banale dispositivo tecnologico che necessita solo di essere aperto per studiarne i componenti (il minore dei problemi per gli alieni così tecnologicamente avanzati).

Il comandante dell’astronave decide di tele trasportare a bordo un pallone (così lo chiamano i terragnoli). I migliori scienziati della spedizione, riuniti in una sala sterile e debitamente protetti da scafandri impenetrabili, cominciano le procedure di smontaggio. Pazzesco! Non contiene nulla. Solo aria pressurizzata all’interno di un involucro di comunissimo materiale sintetico. Un oggetto del genere non può essere la causa del suo comportamento, ci deve essere una spiegazione diversa. Nulla nell’Universo accade magicamente. Ci sono delle leggi immutabili e universali. Non si discute.

La stranezza appena rilevata viene trasmessa, insieme alle prove documentali raccolte, sul pianeta d’origine degli alieni, Krackminc. Diventa il caso del giorno, anzi del secolo. Le migliori menti sono al lavoro per cercare di sbrogliare questa matassa inestricabile: a quale fisica sconosciuta obbedisce il movimento di una palla di plastica piena d’aria all’interno di un prato vuoto in un piccolo pianeta ai margini della galassia? Non c’è altra possibilità, bisogna esaminare e registrare minutamente e dettagliatamente ogni singolo movimento della palla e certamente si potranno scoprire delle regolarità che si ripetono. Una volta individuate le regolarità, sarà un gioco da ragazzi ricavare le leggi del moto della palla così apparentemente bizzarro.

I Krackminchioni cominciano così a incamerare mega-giga-tera-petabyte di dati, filmando migliaia di eventi in cui i palloni si comportano in quel modo. Notano che spesso, man mano che la palla si avvicina a una delle gabbie, i terrestri cominciano a urlare e a agitarsi, prima piano, poi sempre più forte, e che, ogni tanto, questo conduce all’acme del clamore che viene registrato nel momento in cui la palla entra in rete. Quindi qualche scienziato di Krackminc propone la teoria che i terrestri siano in grado, in qualche modo, di combinare le loro emissioni vocali, generando onde sonore così coordinate e potenti da imprimere alla palla la traiettoria osservata.

Molti studenti di questi luminari, approfondiscono le osservazioni dei loro maestri e producono dimostrazioni a supporto di questa tesi. Alcuni, molto acuti, fanno notare che la folla non urla tutta nello stesso momento. Una parte lo fa quando la palla va in una certa direzione, l’altra, viceversa. Notano anche che una parte è numericamente più consistente dell’altra e spesso (ma non sempre) la palla entra nella gabbia che scatena le urla della fazione più numerosa. Essendo questa parte di pubblico più consistente, ne derivano che, ovviamente, essi riescono a imprimere più forza alla palla con le onde sonore dei loro ululati.

Come Volevasi Dimostrare! Per questi lavori, vengono promossi e gli viene conferita una cattedra di insegnamento nelle più prestigiose accademie di Krackminc. I quotidiani si contendono i loro editoriali. Qualche voce isolata fa notare che miliardi di osservazioni, tabelle, statistiche sui movimenti della palla, molto raramente (anzi mai) riescono a dirci come essa si muoverà in futuro, ci dicono solo come si è mossa in passato. Questi pochi pazzi osano avanzare l’ipotesi blasfema che forse, quel po’ po’ di lavoro di osservazione puntuale e millimetrica, non servirà a stabilire alcuna legge predittiva. Insomma, lavoro inutile. Comunque sono pochi, hanno pochi studenti e non li conosce nessuno.

Cosa si può prevedere e cosa no

A questo punto una domanda è d’obbligo. Riusciranno mai i chiarissimi professori Krackminchioni a ricavare le leggi fisiche del moto di una palla in queste condizioni osservative? Hanno speranza di trovare una formula, un’equazione, un algoritmo, in grado spiegare PRIMA, quello che farà la palla in un dato momento futuro?

La risposta non può essere che una sola. NO! Finché non riusciranno a vedere che il movimento della palla è causato dal comportamento di un essere vivente e senziente che le imprime una certa forza e una certa direzione, non hanno speranza di cavare un ragno dal buco.

Ma gli basterebbe riuscire a osservare ventidue persone in mutande che tirano calci, per capire esattamente dove andrà la palla? Di nuovo, NO! Prima dovrebbero capire quali sono gli obiettivi e la logica per la quale quei tizi colpiscono la palla. E supponiamo che i Krackminchioni riescano a impossessarsi del regolamento ufficiale del ‘soccer’, gli basterebbe finalmente per predire dove andrà la sfera? Ancora NO! Pur osservando i giocatori, conoscendo le regole e sapendo gli obiettivi di quel pugno di terrestri su un prato verde, non riuscirebbero a prevedere se un giocatore aprirà il gioco sulla fascia destra o sinistra, se tenterà di saltare l’uomo oppure proverà a metterla nel sette da 30 metri. Però magari potrebbero osservare che uno o più giocatori sono più abili degli altri nel raggiungere l’obiettivo (o nel mettere in condizione i compagni di finalizzare) e noterebbero che, molto spesso, questi giocatori sono anche quelli più imprevedibili. In gergo li chiamano fantasisti

Che cosa potrebbero concludere allora questi alieni se conoscessero come stanno veramente le cose? Se non fossero condizionati e obnubilati dalle teorie dei professori custodi della verità e dalle statistiche ufficiali, avrebbero scoperto quello che un signore austriaco scoprì ottant’anni fa, l’AZIONE UMANA.

Questo signore che si chiamava Ludwig von Mises, descrisse e raccontò l’economia facendola dipendere dall’Azione Umana (titolo del suo capolavoro). Cioè disse che non si può prevedere che cosa farà una persona ma si può star certi (se parliamo di un individuo capace di intendere e di volere) che qualunque comportamento deciderà di adottare, lo metterà in atto con lo scopo di accrescere il suo benessere. Il che non vuol dire che ci riuscirà, naturalmente.

Poi disse anche che ogni giocatore ha un diritto fondamentale, che nessuno gli spacchi le gambe per fare prima e meglio a raggiungere il proprio, di benessere. E aggiunse che questo diritto non è stabilito da una commissione regolamentare di saggi, ma accompagna ogni individuo per il solo fatto che è venuto al mondo. Solo in questo modo si spiega il perdurare nei millenni della specie umana e l’esistenza dell’economia che dipende, appunto, dall’azione degli uomini. L’economia, disse, è l’insieme delle azioni di scambio volontario che ogni individuo compie per raggiungere il suo obiettivo di miglioramento di benessere o, detto altrimenti, di diminuzione del suo disagio. Il processo in cui tutte le persone apparecchiano sul tappeto i loro comportamenti si chiama mercato. Le due paroline chiave di questo concetto sono ogni e suo.

Von Mises notò anche che, meno un individuo (o gruppo di individui) è isolato, meglio riesce a lenire il suo disagio, cioè ha bisogno e cerca altri suoi simili con cui poter scambiare ciò che sa fare meglio con quello che altri individui sanno fare, a loro volta, meglio. In questo modo riesce a avere il meglio da tanti senza doversi accontentare solo di quello che sa fare lui. Concluse che questa è l’economia e studiarla vuol dire studiare l’azione umana. Possiamo anche dire che economia è: scambio volontario in cui chi scambia è mosso dall’obiettivo di lenire il suo disagio.

Davanti a questa semplice affermazione molti critici insorgono:

Ridurre il miglioramento della propria condizione al buon fine degli scambi economici è deprimente e riduttivo. Dove la metti l’arte, la cultura, la curiosità scientifica, la gratificazione nell’aiutare il prossimo?

Mises ripose semplicemente che le metteva in un’altra sfera umana che non si può chiamare economia e disse che non aveva i titoli per parlare di questo aspetto degli uomini. Lui studiava il comportamento economico degli esseri umani.

Tutti campioni?

La prima conclusione di una teoria del genere è che tutto il castello sta in piedi a una condizione, che ciascun giocatore, il quale condivide la stessa logica dei compagni, sia libero di decidere, in base alla sua capacità e al meglio delle sue possibilità, cosa fare della palla quando ne viene in possesso. E’ chiaro che così facendo tutti si rendono conto di chi è un fantasista e di chi invece non lo è. Ora succede un fatto molto particolare, la capacità di prendere le decisioni più opportune su dove e come calciare il pallone non è equamente distribuita su tutti i giocatori ma è limitata a un ristretto numero. In una squadra numericamente così ridotta anche chi è meno dotato è in grado di godere e contribuire al successo del suo team.

Normalmente sopperisce al minor talento con la resistenza, la forza fisica e la capacità di corsa, che si rivelano fondamentali anche per i giocatori più bravi e imprevedibili che, altrimenti, schianterebbero di fatica e arriverebbero raramente e poco lucidamente sotto la porta avversaria. In altri termini, non è capace di calciare come un asso ma contrastando e correndo contribuisce al gol e può tranquillamente dire ‘sono un vincente e sono più contento di prima. L’Umanità però non è composta da ventidue individui ma da sette miliardi di esseri dotati di volontà e capacità, ognuno in misura diversa. Questi miliardi di individui, poi, generano miliardi di miliardi di miliardi di azioni e decisioni che derivano dalle loro reciproche relazioni.

Stando così le cose, non è intuitivo per un giocatore di una squadra con sette miliardi di compagni, darsi una spiegazione del fatto che c’è qualcuno che riceve più applausi, più quattrini, più notorietà (e più belle donne) degli altri a causa delle sue capacità. Moltissimi, a un certo punto, smettono persino di considerare i vantaggi che hanno ottenuto facendo parte di un team vincente, e si lasciano sopraffare dalla frustrazione per il fatto che non ricavano gli stessi benefici e onori di coloro che riescono a strappare applausi (e soldi) in ragione delle loro doti. Trovano che questa sia un’ingiustizia e si convincono che è doveroso che ogni persona, per il solo fatto di essere venuta al mondo, debba ricevere una quota bilanciata di successo, applausi e ricchezze. Vogliono che sia in qualche modo garantita una vita dignitosa.

Un atteggiamento che assomiglia molto all’invidia, direbbe un liberista, o che è il nobile anelito di ogni individuo onesto e di buona volontà, risponderebbe un progressista. Resta però il fatto che ci deve essere sempre qualcuno in grado di mettere la palla in rete. Per questa parte di umanità, che insegue l’equilibrio e l’equa distribuzione dei vantaggi, esiste una sola possibilità perché questo obiettivo venga raggiunto. Appoggiare chiunque prometta e reclami di possedere le capacità, le conoscenze e la disinteressata volontà di attuare questo ideale di giustizia. L’istituzione umana che promette e che si candida al raggiungimento di questo obiettivo nobile e disinteressato è, naturalmente, lo Stato.

Tutti brocchi

Una volta che milioni di persone hanno attribuito allo Stato la capacità e gli hanno assegnato il compito di assicurare un equo livello di benessere alla collettività intera, è evidente assistere a una concentrazione di interventi sul processo (l’unico) che genera la ricchezza che andrà poi a essere redistribuita, il mercato. Lo Stato va in panchina a orientare il comportamento della squadra così come fa un allenatore di calcio. Che c’è di male in questo? Non esistono squadre senza un allenatore alla guida, infatti è così. Ma siamo certi di aver capito bene a cosa serve un allenatore? Serve per caso a obbligare Messi o Ibrahimovic a calciare la palla in una certa direzione? E’ possibile immaginare un allenatore che, sulla base delle sue capacità e conoscenze, possa imporre a Pirlo o a Del Piero come battere una punizione? Credo che nessuno possa pensare un’idiozia del genere.

In realtà questo è ciò che fa esattamente lo Stato.

Dice agli imprenditori come devono fare il loro mestiere, come e dove devono investire, chi devono assumere e chi non possono licenziare, quante ore devono tenere aperto il negozio. Poi interviene a fissare costi, prezzi e quote d’importazione, salari minimi e tutta una serie infinita di obblighi a cui deve sottostare chiunque si candidi a diventare (o provare a diventare) un nuovo Pirlo o Messi. Decide a quale interesse devi prestare i tuoi soldi, quindi stampa un sacco di denaro riducendo il potere d’acquisto di quello che ti sei guadagnato con fatica, poi fa un mucchio di promesse, e per quelle poche che mantiene, fa debiti e te li vende, poi non te li restituisce ma te li rinnova pagandoti lauti interessi coi quattrini che ha stampato.

Come pensiamo potrebbe reagire una stella del calcio se la dovessimo sottoporre a obblighi del genere? E, soprattutto, quale livello qualitativo potrebbe avere una squadra i cui due o tre fuoriclasse fossero gestiti in questo modo? La risposta è molto semplice e logica. Il livello generale tenderebbe progressivamente a quello dei meno capaci. Ma quando succede questo, immediatamente crolla il numero delle reti segnate, il gioco diventa prima noioso, poi insensato e comunque sempre più faticoso, gli spettatori paganti e gli sponsor si diradano e sparisce la ricchezza che si vorrebbe distribuire.

Lo Stato reagisce

Davanti a una catastrofe del genere la prima reazione degli Stati è quella di nascondere la verità. E’ fondamentale non perdere il consenso dei cittadini. Se si accorgessero che i pianificatori economici e i distributori delegati di giustizia sociale sono la vera causa del disastro, gli amministratori dello Stato correrebbero il serio pericolo di venir defenestrati. Il modo più antico e efficace per disinnescare questa mina è inventarsi un nemico a cui attribuire le colpe. Orwell l’ha descritto da par suo nel libro 1984.

Proviamo a fare un elenco sommario delle cause dell’insoddisfazione propalate dagli Stati attraverso la scuola pubblica, la cultura sussidiata e i media governativi: l’inquinamento, i cibi troppo calorici, l’eccesso di ambizione, il prevalere dell’egoismo individuale, il riscaldamento globale, l’estinzione delle balene, le sigarette, gli speculatori, le multinazionali, le logge massoniche, i servizi deviati, i talebani, le colture OGM, le troppe auto, i troppo pochi treni, le liberalizzazioni selvagge, la logica del profitto, le onde elettromagnetiche dei telefonini, le scuole private, il gas, il petrolio, l’energia nucleare, il disboscamento selvaggio, la globalizzazione, la Cina, le Cayman, la Svizzera e, last but not least per l’Italia, gli evasori fiscali!

Una volta che queste cause sono ben impresse nel cervello dei cittadini, che garantiscono il consenso, lo Stato applica l’unica terapia che è in grado di somministrare. Espropria quantità sempre crescenti di soddisfazione e di benessere per cui ogni individuo agisce e che è riuscito a ottenere grazie a ciò che sa fare e che altri cittadini gli hanno liberamente pagato (ricordate Mises, il mercato e l’azione umana?). In altri termini aumenta le tasse con la logica conseguenza che la ricchezza prodotta crolla e, quel che è peggio, crolla la fiducia di ogni singolo individuo che lui stesso possa, lavorando di più e meglio, creando, inventando, decidendo in base alle sue capacità se aprire il gioco sulla fascia destra o sinistra, arrivare a segnare il suo gol.

Naturalmente questa terapia è corredata da controlli, sanzioni, ispezioni, intercettazioni, presunzioni di colpevolezza, solleciti, ingiunzioni, pignoramenti, aste giudiziarie, e tutto l’armamentario di azioni coercitive che lo Stato deve mettere in campo. Ironico, vero, per chi sostiene che le tasse sono l’indice di civiltà di un popolo e che sono bellissime? Se oggettivamente lo fossero, a che pro pagare gente armata che ne garantisce la riscossione?

E quindi?

E quindi niente! Non c’è alcuna possibilità di evitare la catastrofe della Libertà individuale e economica, che sono la stessa cosa, all’interno di un sistema Stato che ha la struttura delle attuali mega-nazioni centralizzate con decine e centinaia di milioni di abitanti. L’evoluzione di questi sistemi porta necessariamente in una sola direzione. Una dittatura quasi inavvertibile all’inizio, che diventa soft, poi sempre meno soft fino al punto di non ritorno. Un percorso analogo alla condizione del tossicodipendente. Moltissimi tossici prima di precipitare nell’abisso terminale sostengono di poter smettere quando vogliono, quindi perché negarsi due ore di sballo se si considerano nel pieno controllo della situazione?

Se le cose stanno in questi termini, e secondo me lo sono, l’unica fiammella di speranza sono i movimenti autonomisti e indipendentisti il cui vero obiettivo non è mitragliare i poveri che hanno il colore della pelle diverso dal nostro, bensì costruire delle piccole nazioni in cui i cittadini vivano a pochi metri dal politico chiamato a amministrare. In cui una campagna elettorale non costa centinaia di milioni di euro. In cui una decisione che impatta la collettività viene discussa, appoggiata, avversata, criticata aspramente, supportata con la massima libertà, e poi sottoposta al gradimento di tutti.

Una modalità del genere non può funzionare in una nazione che si estende dalle Alpi a Lampedusa ma funziona benissimo in staterelli di ridotte dimensioni dove, tra l’altro, si parlano pure lingue diverse.

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