<bgsound loop='infinite' src='https://soundcloud.com/sergio-balacco/misty'></bgsound>

pagine

Visualizzazione post con etichetta Crisi Economica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Crisi Economica. Mostra tutti i post

2015/06/08

Crisi Greca


Ci sono molto modi per illustrare la crisi finanziaria greca. Uno sarebbe spiegare chiaramente alla gente che per i “tagli” già apportati al bilancio della sanità ellenica in pratica non si fanno più trapianti, non si possono più pagare ai cittadini - e ormai da molti mesi - i farmaci salvavita, i cocktail chemioterapici, spesso neppure gli interventi sanitari d’urgenza. Vale di più la pelle delle persone o il debito pubblico?

Questa Europa ha fatto dell’economia (malata) il suo idolo e del pareggio di bilancio il suo feticcio ma non riesce più a dare risposte ai cittadini e infatti non conta per l’Unione il migrare più o meno legale di centinaia di migliaia di persone. 

Soldi, soldi, soldi: contano solo i soldi perché quel 3% massimo di deficit di bilancio è un mostro ineffabile, uno spauracchio inumano. 

Quei limiti non erano pensati per un continente sostanzialmente in recessione e comunque che arretra rispetto al resto del mondo. L’Euro non riesce a armonizzare economie differenti o lo sta facendo in modo sbagliato. 

Il diritto alla salute di un banchiere europeo che può curarsi in una ottima clinica è diversa da quella di un cittadino greco che non può sopravvivere? 

Ma dove è finita l’Europa dei Popoli, delle idee, del progresso sociale illuminato? Non era questo tipo di Europa che sta alla base della Carta costituzionale europea e poi qualcuno si lamenta che crescano gli “Euroscettici”!

2015/05/01

Black Bloc a Milano


Difficile catalogarli, difficile anche descrivere i contenuti della loro protesta. Per non parlare della loro proposta politica: inesistente.

Un Black Bloc – chiamato così perché i suoi partecipanti tendono a vestirsi di nero - dove Black equivale a nero e Bloc a gruppo, non blocco quindi, è un insieme di soggetti che si definiscono anarchici o di gruppi di affinità che si definiscono anarchici i quali si organizzano tra di loro per un’azione di protesta violenta. 

L’autodefinizione che fa riferimento all’anarchismo - corrente di pensiero antica quanto nobile - è del tutto arbitraria, dal momento che nella cultura dei Black Bloc è proprio l’assenza di pensiero il dato caratterizzante.

Le caratteristiche di un Black Bloc cambiano di azione in azione. 

I Black Bloc non sono un gruppo o un’organizzazione, non hanno sedi o giornali e neppure una precisa ideologia. L’unica idea guida è quella di attaccare e distruggere tutti i simboli del capitalismo. Proprio per le loro caratteristiche qualsiasi Black Bloc è perfettamente infiltrabile.

Ad accomunarli solo la forza distruttiva dell’azione. Il NO radicale a tutto.

Nichilismo allo stato puro? Perfino il nichilismo - inteso come corrente politica rivoluzionaria nella Russia del secondo ‘800 – aveva in sé qualche germe di propositività. 

L’idea unificante del circuito Black Bloc – che non è una struttura organizzata e tantomeno una forza politica, seppure minoritaria – è quello della pratica distruttiva: la distruzione dei simboli del capitalismo come estrema conseguenza del rifiuto di ogni rapporto con le Istituzione della società moderna.

Il dato da tenere sempre presente per non incorrere nell’errore tipico in cui cadono regolarmente i media tradizionali e buona parte della magistratura italiana (i formidabili cervelli togati di Cosenza, in particolare) è che i Black Bloc NON sono un’organizzazione. NON esiste una sede dei Black Bloc, né in Italia, né all’estero. Né un giornale dei Black Bloc. Né un’ideologia Black Bloc. 

Esistono invece dei soggetti che – in particolari occasioni, solitamente manifestazioni e cortei – si aggregano momentaneamente, quel tanto che basta a commettere un’azione violenta.

2015/04/23

La partita di pallone


Immaginate ventidue giocatori di calcio più un arbitro che, per una bizzarra e sconosciuta proprietà fisica della materia, diventano invisibili quando vengono inquadrati da una particolare telecamera a raggi positronici inversi. 
Sarebbe? Non lo so, ma immaginiamolo. 
Arriva in orbita un’astronave aliena con questa tecnologia grazie alla quale essi possono inquadrare e zoomare qualunque zona del pianeta come se stessero filmando da venti metri di distanza. L’attenzione degli alieni viene catturata da una grande struttura illuminata ai bordi della quale sono sedute decine di migliaia di terrestri vocianti che guardano un prato. Su questo prato, senz’anima viva (per gli alieni), c’è una sfera rimbalzante che compie stranissime traiettorie. Alcune traiettorie fanno alzare il volume dei terrestri vocianti, in altri casi la sfera rotola pigramente e i terrestri si calmano per qualche secondo. Ogni tanto capita che la sfera penetri all’interno di una delle due gabbie di rete aperte da un lato, poste a metà dei lati corti del rettangolo di prato. Ogni volta che la sfera entra, gli alieni registrano un picco nel volume degli urli emessi dai terrestri che si mostrano agitatissimi.

Lo spettacolo lascia gli alieni senza parole! Che poteri ha quella sfera? Di cosa è fatta? Come fa a muoversi in quel modo e con quale logica? Ha un cervello? Ha una volontà propria? E se ce l’ha, in base a quale logica decide come e dove andare? O magari è un banale dispositivo tecnologico che necessita solo di essere aperto per studiarne i componenti (il minore dei problemi per gli alieni così tecnologicamente avanzati).

Il comandante dell’astronave decide di tele trasportare a bordo un pallone (così lo chiamano i terragnoli). I migliori scienziati della spedizione, riuniti in una sala sterile e debitamente protetti da scafandri impenetrabili, cominciano le procedure di smontaggio. Pazzesco! Non contiene nulla. Solo aria pressurizzata all’interno di un involucro di comunissimo materiale sintetico. Un oggetto del genere non può essere la causa del suo comportamento, ci deve essere una spiegazione diversa. Nulla nell’Universo accade magicamente. Ci sono delle leggi immutabili e universali. Non si discute.

La stranezza appena rilevata viene trasmessa, insieme alle prove documentali raccolte, sul pianeta d’origine degli alieni, Krackminc. Diventa il caso del giorno, anzi del secolo. Le migliori menti sono al lavoro per cercare di sbrogliare questa matassa inestricabile: a quale fisica sconosciuta obbedisce il movimento di una palla di plastica piena d’aria all’interno di un prato vuoto in un piccolo pianeta ai margini della galassia? Non c’è altra possibilità, bisogna esaminare e registrare minutamente e dettagliatamente ogni singolo movimento della palla e certamente si potranno scoprire delle regolarità che si ripetono. Una volta individuate le regolarità, sarà un gioco da ragazzi ricavare le leggi del moto della palla così apparentemente bizzarro.

I Krackminchioni cominciano così a incamerare mega-giga-tera-petabyte di dati, filmando migliaia di eventi in cui i palloni si comportano in quel modo. Notano che spesso, man mano che la palla si avvicina a una delle gabbie, i terrestri cominciano a urlare e a agitarsi, prima piano, poi sempre più forte, e che, ogni tanto, questo conduce all’acme del clamore che viene registrato nel momento in cui la palla entra in rete. Quindi qualche scienziato di Krackminc propone la teoria che i terrestri siano in grado, in qualche modo, di combinare le loro emissioni vocali, generando onde sonore così coordinate e potenti da imprimere alla palla la traiettoria osservata.

Molti studenti di questi luminari, approfondiscono le osservazioni dei loro maestri e producono dimostrazioni a supporto di questa tesi. Alcuni, molto acuti, fanno notare che la folla non urla tutta nello stesso momento. Una parte lo fa quando la palla va in una certa direzione, l’altra, viceversa. Notano anche che una parte è numericamente più consistente dell’altra e spesso (ma non sempre) la palla entra nella gabbia che scatena le urla della fazione più numerosa. Essendo questa parte di pubblico più consistente, ne derivano che, ovviamente, essi riescono a imprimere più forza alla palla con le onde sonore dei loro ululati.

Come Volevasi Dimostrare! Per questi lavori, vengono promossi e gli viene conferita una cattedra di insegnamento nelle più prestigiose accademie di Krackminc. I quotidiani si contendono i loro editoriali. Qualche voce isolata fa notare che miliardi di osservazioni, tabelle, statistiche sui movimenti della palla, molto raramente (anzi mai) riescono a dirci come essa si muoverà in futuro, ci dicono solo come si è mossa in passato. Questi pochi pazzi osano avanzare l’ipotesi blasfema che forse, quel po’ po’ di lavoro di osservazione puntuale e millimetrica, non servirà a stabilire alcuna legge predittiva. Insomma, lavoro inutile. Comunque sono pochi, hanno pochi studenti e non li conosce nessuno.

Cosa si può prevedere e cosa no

A questo punto una domanda è d’obbligo. Riusciranno mai i chiarissimi professori Krackminchioni a ricavare le leggi fisiche del moto di una palla in queste condizioni osservative? Hanno speranza di trovare una formula, un’equazione, un algoritmo, in grado spiegare PRIMA, quello che farà la palla in un dato momento futuro?

La risposta non può essere che una sola. NO! Finché non riusciranno a vedere che il movimento della palla è causato dal comportamento di un essere vivente e senziente che le imprime una certa forza e una certa direzione, non hanno speranza di cavare un ragno dal buco.

Ma gli basterebbe riuscire a osservare ventidue persone in mutande che tirano calci, per capire esattamente dove andrà la palla? Di nuovo, NO! Prima dovrebbero capire quali sono gli obiettivi e la logica per la quale quei tizi colpiscono la palla. E supponiamo che i Krackminchioni riescano a impossessarsi del regolamento ufficiale del ‘soccer’, gli basterebbe finalmente per predire dove andrà la sfera? Ancora NO! Pur osservando i giocatori, conoscendo le regole e sapendo gli obiettivi di quel pugno di terrestri su un prato verde, non riuscirebbero a prevedere se un giocatore aprirà il gioco sulla fascia destra o sinistra, se tenterà di saltare l’uomo oppure proverà a metterla nel sette da 30 metri. Però magari potrebbero osservare che uno o più giocatori sono più abili degli altri nel raggiungere l’obiettivo (o nel mettere in condizione i compagni di finalizzare) e noterebbero che, molto spesso, questi giocatori sono anche quelli più imprevedibili. In gergo li chiamano fantasisti

Che cosa potrebbero concludere allora questi alieni se conoscessero come stanno veramente le cose? Se non fossero condizionati e obnubilati dalle teorie dei professori custodi della verità e dalle statistiche ufficiali, avrebbero scoperto quello che un signore austriaco scoprì ottant’anni fa, l’AZIONE UMANA.

Questo signore che si chiamava Ludwig von Mises, descrisse e raccontò l’economia facendola dipendere dall’Azione Umana (titolo del suo capolavoro). Cioè disse che non si può prevedere che cosa farà una persona ma si può star certi (se parliamo di un individuo capace di intendere e di volere) che qualunque comportamento deciderà di adottare, lo metterà in atto con lo scopo di accrescere il suo benessere. Il che non vuol dire che ci riuscirà, naturalmente.

Poi disse anche che ogni giocatore ha un diritto fondamentale, che nessuno gli spacchi le gambe per fare prima e meglio a raggiungere il proprio, di benessere. E aggiunse che questo diritto non è stabilito da una commissione regolamentare di saggi, ma accompagna ogni individuo per il solo fatto che è venuto al mondo. Solo in questo modo si spiega il perdurare nei millenni della specie umana e l’esistenza dell’economia che dipende, appunto, dall’azione degli uomini. L’economia, disse, è l’insieme delle azioni di scambio volontario che ogni individuo compie per raggiungere il suo obiettivo di miglioramento di benessere o, detto altrimenti, di diminuzione del suo disagio. Il processo in cui tutte le persone apparecchiano sul tappeto i loro comportamenti si chiama mercato. Le due paroline chiave di questo concetto sono ogni e suo.

Von Mises notò anche che, meno un individuo (o gruppo di individui) è isolato, meglio riesce a lenire il suo disagio, cioè ha bisogno e cerca altri suoi simili con cui poter scambiare ciò che sa fare meglio con quello che altri individui sanno fare, a loro volta, meglio. In questo modo riesce a avere il meglio da tanti senza doversi accontentare solo di quello che sa fare lui. Concluse che questa è l’economia e studiarla vuol dire studiare l’azione umana. Possiamo anche dire che economia è: scambio volontario in cui chi scambia è mosso dall’obiettivo di lenire il suo disagio.

Davanti a questa semplice affermazione molti critici insorgono:

Ridurre il miglioramento della propria condizione al buon fine degli scambi economici è deprimente e riduttivo. Dove la metti l’arte, la cultura, la curiosità scientifica, la gratificazione nell’aiutare il prossimo?

Mises ripose semplicemente che le metteva in un’altra sfera umana che non si può chiamare economia e disse che non aveva i titoli per parlare di questo aspetto degli uomini. Lui studiava il comportamento economico degli esseri umani.

Tutti campioni?

La prima conclusione di una teoria del genere è che tutto il castello sta in piedi a una condizione, che ciascun giocatore, il quale condivide la stessa logica dei compagni, sia libero di decidere, in base alla sua capacità e al meglio delle sue possibilità, cosa fare della palla quando ne viene in possesso. E’ chiaro che così facendo tutti si rendono conto di chi è un fantasista e di chi invece non lo è. Ora succede un fatto molto particolare, la capacità di prendere le decisioni più opportune su dove e come calciare il pallone non è equamente distribuita su tutti i giocatori ma è limitata a un ristretto numero. In una squadra numericamente così ridotta anche chi è meno dotato è in grado di godere e contribuire al successo del suo team.

Normalmente sopperisce al minor talento con la resistenza, la forza fisica e la capacità di corsa, che si rivelano fondamentali anche per i giocatori più bravi e imprevedibili che, altrimenti, schianterebbero di fatica e arriverebbero raramente e poco lucidamente sotto la porta avversaria. In altri termini, non è capace di calciare come un asso ma contrastando e correndo contribuisce al gol e può tranquillamente dire ‘sono un vincente e sono più contento di prima. L’Umanità però non è composta da ventidue individui ma da sette miliardi di esseri dotati di volontà e capacità, ognuno in misura diversa. Questi miliardi di individui, poi, generano miliardi di miliardi di miliardi di azioni e decisioni che derivano dalle loro reciproche relazioni.

Stando così le cose, non è intuitivo per un giocatore di una squadra con sette miliardi di compagni, darsi una spiegazione del fatto che c’è qualcuno che riceve più applausi, più quattrini, più notorietà (e più belle donne) degli altri a causa delle sue capacità. Moltissimi, a un certo punto, smettono persino di considerare i vantaggi che hanno ottenuto facendo parte di un team vincente, e si lasciano sopraffare dalla frustrazione per il fatto che non ricavano gli stessi benefici e onori di coloro che riescono a strappare applausi (e soldi) in ragione delle loro doti. Trovano che questa sia un’ingiustizia e si convincono che è doveroso che ogni persona, per il solo fatto di essere venuta al mondo, debba ricevere una quota bilanciata di successo, applausi e ricchezze. Vogliono che sia in qualche modo garantita una vita dignitosa.

Un atteggiamento che assomiglia molto all’invidia, direbbe un liberista, o che è il nobile anelito di ogni individuo onesto e di buona volontà, risponderebbe un progressista. Resta però il fatto che ci deve essere sempre qualcuno in grado di mettere la palla in rete. Per questa parte di umanità, che insegue l’equilibrio e l’equa distribuzione dei vantaggi, esiste una sola possibilità perché questo obiettivo venga raggiunto. Appoggiare chiunque prometta e reclami di possedere le capacità, le conoscenze e la disinteressata volontà di attuare questo ideale di giustizia. L’istituzione umana che promette e che si candida al raggiungimento di questo obiettivo nobile e disinteressato è, naturalmente, lo Stato.

Tutti brocchi

Una volta che milioni di persone hanno attribuito allo Stato la capacità e gli hanno assegnato il compito di assicurare un equo livello di benessere alla collettività intera, è evidente assistere a una concentrazione di interventi sul processo (l’unico) che genera la ricchezza che andrà poi a essere redistribuita, il mercato. Lo Stato va in panchina a orientare il comportamento della squadra così come fa un allenatore di calcio. Che c’è di male in questo? Non esistono squadre senza un allenatore alla guida, infatti è così. Ma siamo certi di aver capito bene a cosa serve un allenatore? Serve per caso a obbligare Messi o Ibrahimovic a calciare la palla in una certa direzione? E’ possibile immaginare un allenatore che, sulla base delle sue capacità e conoscenze, possa imporre a Pirlo o a Del Piero come battere una punizione? Credo che nessuno possa pensare un’idiozia del genere.

In realtà questo è ciò che fa esattamente lo Stato.

Dice agli imprenditori come devono fare il loro mestiere, come e dove devono investire, chi devono assumere e chi non possono licenziare, quante ore devono tenere aperto il negozio. Poi interviene a fissare costi, prezzi e quote d’importazione, salari minimi e tutta una serie infinita di obblighi a cui deve sottostare chiunque si candidi a diventare (o provare a diventare) un nuovo Pirlo o Messi. Decide a quale interesse devi prestare i tuoi soldi, quindi stampa un sacco di denaro riducendo il potere d’acquisto di quello che ti sei guadagnato con fatica, poi fa un mucchio di promesse, e per quelle poche che mantiene, fa debiti e te li vende, poi non te li restituisce ma te li rinnova pagandoti lauti interessi coi quattrini che ha stampato.

Come pensiamo potrebbe reagire una stella del calcio se la dovessimo sottoporre a obblighi del genere? E, soprattutto, quale livello qualitativo potrebbe avere una squadra i cui due o tre fuoriclasse fossero gestiti in questo modo? La risposta è molto semplice e logica. Il livello generale tenderebbe progressivamente a quello dei meno capaci. Ma quando succede questo, immediatamente crolla il numero delle reti segnate, il gioco diventa prima noioso, poi insensato e comunque sempre più faticoso, gli spettatori paganti e gli sponsor si diradano e sparisce la ricchezza che si vorrebbe distribuire.

Lo Stato reagisce

Davanti a una catastrofe del genere la prima reazione degli Stati è quella di nascondere la verità. E’ fondamentale non perdere il consenso dei cittadini. Se si accorgessero che i pianificatori economici e i distributori delegati di giustizia sociale sono la vera causa del disastro, gli amministratori dello Stato correrebbero il serio pericolo di venir defenestrati. Il modo più antico e efficace per disinnescare questa mina è inventarsi un nemico a cui attribuire le colpe. Orwell l’ha descritto da par suo nel libro 1984.

Proviamo a fare un elenco sommario delle cause dell’insoddisfazione propalate dagli Stati attraverso la scuola pubblica, la cultura sussidiata e i media governativi: l’inquinamento, i cibi troppo calorici, l’eccesso di ambizione, il prevalere dell’egoismo individuale, il riscaldamento globale, l’estinzione delle balene, le sigarette, gli speculatori, le multinazionali, le logge massoniche, i servizi deviati, i talebani, le colture OGM, le troppe auto, i troppo pochi treni, le liberalizzazioni selvagge, la logica del profitto, le onde elettromagnetiche dei telefonini, le scuole private, il gas, il petrolio, l’energia nucleare, il disboscamento selvaggio, la globalizzazione, la Cina, le Cayman, la Svizzera e, last but not least per l’Italia, gli evasori fiscali!

Una volta che queste cause sono ben impresse nel cervello dei cittadini, che garantiscono il consenso, lo Stato applica l’unica terapia che è in grado di somministrare. Espropria quantità sempre crescenti di soddisfazione e di benessere per cui ogni individuo agisce e che è riuscito a ottenere grazie a ciò che sa fare e che altri cittadini gli hanno liberamente pagato (ricordate Mises, il mercato e l’azione umana?). In altri termini aumenta le tasse con la logica conseguenza che la ricchezza prodotta crolla e, quel che è peggio, crolla la fiducia di ogni singolo individuo che lui stesso possa, lavorando di più e meglio, creando, inventando, decidendo in base alle sue capacità se aprire il gioco sulla fascia destra o sinistra, arrivare a segnare il suo gol.

Naturalmente questa terapia è corredata da controlli, sanzioni, ispezioni, intercettazioni, presunzioni di colpevolezza, solleciti, ingiunzioni, pignoramenti, aste giudiziarie, e tutto l’armamentario di azioni coercitive che lo Stato deve mettere in campo. Ironico, vero, per chi sostiene che le tasse sono l’indice di civiltà di un popolo e che sono bellissime? Se oggettivamente lo fossero, a che pro pagare gente armata che ne garantisce la riscossione?

E quindi?

E quindi niente! Non c’è alcuna possibilità di evitare la catastrofe della Libertà individuale e economica, che sono la stessa cosa, all’interno di un sistema Stato che ha la struttura delle attuali mega-nazioni centralizzate con decine e centinaia di milioni di abitanti. L’evoluzione di questi sistemi porta necessariamente in una sola direzione. Una dittatura quasi inavvertibile all’inizio, che diventa soft, poi sempre meno soft fino al punto di non ritorno. Un percorso analogo alla condizione del tossicodipendente. Moltissimi tossici prima di precipitare nell’abisso terminale sostengono di poter smettere quando vogliono, quindi perché negarsi due ore di sballo se si considerano nel pieno controllo della situazione?

Se le cose stanno in questi termini, e secondo me lo sono, l’unica fiammella di speranza sono i movimenti autonomisti e indipendentisti il cui vero obiettivo non è mitragliare i poveri che hanno il colore della pelle diverso dal nostro, bensì costruire delle piccole nazioni in cui i cittadini vivano a pochi metri dal politico chiamato a amministrare. In cui una campagna elettorale non costa centinaia di milioni di euro. In cui una decisione che impatta la collettività viene discussa, appoggiata, avversata, criticata aspramente, supportata con la massima libertà, e poi sottoposta al gradimento di tutti.

Una modalità del genere non può funzionare in una nazione che si estende dalle Alpi a Lampedusa ma funziona benissimo in staterelli di ridotte dimensioni dove, tra l’altro, si parlano pure lingue diverse.

2015/01/11

#FUORIDALL€URO


Uno dei temi che agitano questo inizio d’anno è la necessità di rivedere la posizione dell’Italia sull’Euro. A destra Lega Nord e Fratelli d’Italia da tempo chiedono che l’Italia esca dalla moneta unica,  anche l'ormai mummificato Berlusconi lo afferma a mezza voce, rilanciando un diverso sistema fiscale. Al centro Grillo ha trasformato l'uscita dall'Euro nel suo cavallo di battaglia anche in vista delle prossime - quanto prossime non si sà ma si immagina - elezioni politiche.

Credo  sia ora non solo di fare chiarezza ma anche di stabilire una linea di credibilità. Il tema infatti è fondamentale e potrebbe essere un’ottima occasione per qualificare l’opposizione nei confronti del governo ma  - anche per differenziarsi dalla demagogia di Grillo – credo non sia più tempo di slogan ma di assunzione di responsabilità.

Certo il concambio iniziale verso l’Euro è stato pesante (se lo ricordi Prodi in procinto di scalare il Colle, perché ne porta la responsabilità!) ma è ora che queste questioni vadano affrontate e studiate a fondo prima in termini tecnici e solo dopo proposte ai cittadini-elettori, ma senza superficialità né sparate demagogiche che non servono a nulla: avere una piattaforma comune e credibile su questa questione sarebbe fondamentale per vincere alle elezioni.

Personalmente credo che uscire dall’Euro sia giusto, non possiamo più permetterci di continuare con “questo” sistema di moneta unica. L’Italia deve rinegoziare gli accordi europei o sarà sempre più difficile uscire dalla crisi. Siamo in un vortice malefico che ogni giorno si porta via un pezzetto della nostra sovranità già ai minimi termini. Liberiamocene o diventeremo il paese satellite della Germania come aveva tramato e voluto Hitler fin dall'inizio e non era riuscito nell'intento sia a causa di Mussolini, per una volta difensore della Patria, sia a causa dell'incapacità del baffetto germanico di attuare un piano realistico e non una sterile conquista. Non gli credeva nessuno ai tempi, non crede nessuno alla Merkel ora.

Prima di tutto cerchiamo di capire che la moneta è un mezzo di espressione economica ma non è l’aspetto più importante di una economia nazionale: è il paracetamolo con cui si affronta la febbre della crisi, ma se la febbre è arrivata per una infezione  si può ridurre la febbre, ma non si supera la malattia. 

Allo stesso modo il semplicistico sistema di proporre una uscita dall’euro, tornare alla lira e  svalutare la moneta è puerile: la svalutazione funziona come sistema di emergenza e una tantum ma alla  lunga uccide il paziente, soprattutto in una situazione economica come quella italiana legata alla dipendenza di materie prime straniere.

In realtà l’Euro, dopo il devastante impatto psicologico di aumento dei prezzi di molti beni di consumo (1 euro= 1000 lire) ha dimostrato almeno due limiti che non erano stati previsti al momento della sua istituzione: non è accompagnato da un potere unico politico-economico centrale sufficientemente forte  e non è stato pensato per i periodi di crisi. Per un pò l’allargamento dell’area-euro accompagnata da una certa espansione ha coperto i suoi limiti che però oggi vengono al pettine. 

Se infatti il “ministro del tesoro” di un ipotetico governo unico europeo fosse eletto direttamente con i voti dei cittadini portoghesi e polacchi, tedeschi e italiani non dovrebbe difendere e privilegiare il proprio attuale orto elettorale nazionale, ma dovrebbe armonizzare l’economia di tutta l’Europa, cosa che è difficile da fare oggi perché diverse sono le priorità nazionali cui fa riferimento ogni singolo stato e i relativi ministri-commissari.

L’Euro ha unito monetariamente l’Europa ma il concetto di stato unitario europeo non è andato avanti, anzi, ultimamente gli euroscettici incalzano. Il risultato è che mentre un dollaro americano è gestito in modo unico per la California come in Florida o nel Vermont, l’Euro produce effetti diversi a Helsinki rispetto a Atene, così come il dollaro non unisce New York e Costa Rica, Messico o Santo Domingo dove non comandano né Obama né la Federal Reserve.

Difficile tenere insieme economie a sviluppo variabile e moneta unica.

Ma d'altronde noi pagheremmo i debiti del nostro vicino di casa che non ha tirato la cinghia, che non rispetta i pagamenti o i piani di rientro e si fa protestare le cambiali? Tutti pensiamo prima a noi stessi, la Merkel – eletta dai tedeschi – prima pensa a loro e a sé stessa e quindi è comprensibile l’atteggiamento di Germania e paesi collegati. 
Diverso se – come è avvenuto – al mio vicino di casa i soldi li avessi prestati, non li restituisce  e vorrei quindi fossero venduti all’asta i suoi gioielli di famiglia (magari svendendoli  per far cassa) oppure in cambio volessi in pegno  proprio quei gioielli per rientrare del mio credito. 

E’ un po’ il caso dei banchieri tedeschi che prima hanno aiutato o prestato fondi a stati come la Grecia (guadagnandoci) e che prima di tutto oggi vogliono rientrare dal rischio dei propri investimenti, alla faccia dei pensionati greci che per loro  possono anche fare la fame. Se ci pensiamo, però, non è che una banca italiana si comporti diversamente con i propri clienti, quindi…

Diciamo allora che nell’area Euro tutti hanno fatto un po’ i furbi sperando che pagassero i vicini di casa. Alla lunga il sistema non funziona se troppe sono le aree di crisi e soprattutto non è chiaro chi debba comandare, così alla fine il più ricco fa la voce grossa anche perché i suoi rappresentanti pensano ai propri interessi e dopo un po’ logicamente trascurano quello dei vicini, oltretutto che non riescono da soli a uscire dai guai.

E l’Italia? Credo che stare in una moneta forte sia complessivamente un vantaggio per il nostro paese, ma per starci bisogna saperci stare e rendersi conti che i debiti vanno onorati. Debiti politici, organizzativi, burocratici. Per colpa nostra, è bene rimarcarlo, non stiamo mantenendo tutti i patti e visto che li abbiamo sottoscritti è evidente che o si cambiano o ce ne si chiede conto.

Qui c’è la politica di mezzo che non riesce, non vuole, non sa come ridurre innanzitutto la spesa pubblica, ma deve farlo sono gli eventi contingenti che la obbligano a attivarsi. Poi dobbiamo renderci conto che non possiamo più mantenere dei servizi se costano troppo, ma è evidente che se ci servono vogliamo prima ridurre quelli degli altri. La classica regola di aumentare le imposte per contenere il deficit porta a risultati opposti se la tassazione è sempre più alta e soprattutto vale solo se tutti le pagano. Poiché da noi non succede alla fine colpisce una quota di cittadini ma è ininfluente per gli altri raddoppiando le ingiustizie, così come le discriminazioni territoriali quando solo alcune aree del paese pagano per le altre più del dovuto. 

Ricette? Secondo me, ovviamente, vanno privilegiate vere riforme interne che però stentano a decollare al di là della demagogia, mentre una misura temporanea potrebbe essere di togliere dal vincolo di bilancio una serie di investimenti direttamente legati allo sviluppo economico o a settori che si ritengano primari per la ripresa. 

Allo stesso modo visto che c’è “catena lunga” tra le misure prese in sede di BCE e effetti sull’economia è essenziale ridurre i costi finanziari ed i tempi di investimenti a progetti non solo di dimensione “europea” ma anche locale, settoriale, di singola media impresa produttiva. Questa norma europea dovrebbe essere comune a tutte le imprese europee, tagliando fuori le burocrazie nazionali.

Questa perché se non si ritorna a produrre e incrementare il PIL (ma i criteri di calcolo sono corretti? Anche qui ci sono molti dubbi) la mossa classica di aumentare le imposte indirette (IVA) ottiene effetti distorti e contrari. Altra riforma – ma in Italia si sta andando al contrario – è il decentramento del controllo, della spesa, dell’autonomia: il livello giusto è quello di aree omogenee (maxi regioni) e non statale o micro-regionale dove peraltro negli anni scorsi si sono buttate somme schifosamente imponenti senza produrre benefici, se non ricchezza per un ristretto ceto politico-imprenditorial-burocratico.

Su questo punto incide un aspetto sempre più importante: la burocrazia.
L’Europa sta affogando nelle regole: lasciamo più libere le imprese (tutte) senza più una massa asfissiante di vincoli, spese, controlli, tempi buttati. Chi sbaglia paga, ma non è possibile che alla fine l’ipotetico meglio (pensate solo alla privacy, all’infortunistica, alle contabilità ecc.) sia nemico del bene. 

Anche perché le regole interne europee devono valere anche sulle importazioni o il mercato continentale continuerà a acquistare “fuori” mentre crollerà la produzione UE perché strozzata dai propri stessi parametri. Non si può comprare in Cina perché costa meno e si produce senza regole e uccidere l’imprese europee perché vengono obbligate a rispettare le regole!

Questi sono spunti di politica europea che dovrebbero interessare il centro-destra perché a sinistra si è pieni di responsabilità e contraddizioni su questi argomenti, ma chi è interessato a farlo?

lanciamo l'hashtag dunque #fuoridalleuro e vediamo come va a finire, altrimenti preparatevi a lustrare le scarpe alla Merkel, ormai non manca molto.

2014/10/25

Gli scialatori...


No, non mi sono sbagliato, scialatori, coloro che spendono e sprecano, in questo caso, denaro pubblico. In questo modi si dovrebbero chiamare i presidenti delle regioni a statuto speciale dove sembra, ma è solo un'impressione, che tutto vada bene invece va male come nel resto d'Italia. Parliamo oggi di politica, tanto per cambiare, di quella schietta e pungente e vediamo se a qualcuno viene in mente che gli italiani non sono sempre mucche da mungere ma hanno un cuore e un'anima anche quando si lamentano e dicono che non arrivano a fine mese.

Mentre Renzi sulla legge di stabilità fa un po’ il gradasso in Europa (e vedremo come finirà) tiene banco la polemica sui “tagli” agli enti locali e specialmente alle regioni.
Se si vuole risparmiare perché non si spiega chiaramente agli italiani i motivi per cui le regioni a statuto speciale (Sicilia, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige e Valle D’Aosta) possono spendere infinitamente di più rispetto a tutte le altre?

Lasciando perdere Molise e Valle d’Aosta che sono micro-regioni (e dove peraltro – secondo Confartigianato – circa il 75% dei dipendenti non sarebbe indispensabile) perché in Lombardia – e considerando nel conteggio sono esclusi i dipendenti della sanità – bastano 3 (tre!) dipendenti regionali ogni 10,000 abitanti che salgono a 6 in Veneto e a 7 in Piemonte mentre in Sicilia ce ne devono essere 38, ma anche 25 in Sardegna e – sempre ogni 10,000 abitanti -  ben 85 a Bolzano con il record di addirittura 90 a Trento, ovvero trenta volte di più per ogni abitante rispetto alla Lombardia?  

Certo che poi a Trento e Bolzano si sta bene, ma i servizi offerti ai siciliani sono forse dieci volte migliori di quelli lombardi o invece è l’esatto contrario? 
In realtà in Sicilia (come a Trento e Bolzano) si sciala e si è super-sprecato nel tempo e allora Mr. Renzi tolga a queste regioni una parte delle loro risorse e non pretenda di farlo allo stesso modo con quelle regioni che – pur tra tanti sprechi - almeno dimostrano di saper impiegare meglio i propri soldi.

Perché di sprechi ce n’è e se ne continuano a fare , anche in Piemonte. 
Questa settimana, per esempio, agli insegnanti piemontesi è giunta, stampata a spese del consiglio regionale, la “AGENDA SCUOLA 2014-2015” ovvero un semplice diario scolastico che, comunque è arrivato 40 giorni dopo l’inizio delle lezioni, non serve a nessuno. Quanto è costato, pur impreziosito con la ridondante presentazione del neo-presidente  Mauro Laus che nel presentare il diario arriva addirittura a citare Victor Hugo e “I Miserabili”? 

Certo nessun insegnante piemontese leggerà le corpose pagine allegate del “Contratto Collettivo nazionale del Comparto Scuola quadriennio giuridico 2006-2009 sottoscritto il 29.11.2007 con successive modificazioni” che, più economicamente, è gratuitamente disponibile (aggiornato) su internet!

Bisogna risparmiare, certo, ma anche avviarsi sulla strada di trasferire a ogni regione e ogni comune lo stesso importo per ciascun suo cittadino oppure trasferire di più ma solo in cambio di obiettivi strategici raggiunti. 
Circa poi l’essere regioni “a statuto speciale” poteva avere un significato 60 anni fa ma non più oggi e quindi questi benefit devono ridursi perché sono ingiustificati per le finanze pubbliche. Perché un paese montano in provincia di Trento deve ricevere così tanto di più rispetto a uno ossolano, valtellinese o a un confinante comune bellunese tutti comuni esattamente uguali per problematiche, distanze, disagi e geografia? 
Non è giusto!

Se si applicassero questi tagli non ci sarebbe alcuna ragione di aumentare le tasse agli italiani, soprattutto con alcune scelte assurde come gli aumenti spropositati delle trattenute sulle rendite vitalizie, le assicurazioni, la previdenza professionale che invece dovrebbe esser incentivata. Ricordiamoci che le pensioni pubbliche saranno sempre più povere e da anni si sostiene quindi l’utilità delle polizze integrative e dei fondi pensione che crescono con i versamenti degli associati e con i guadagni che vengono capitalizzati. 

Il governo Renzi ha deciso di tassare al 26% (ovvero quasi di un terzo) la loro “resa” e quindi di fatto ha impoverito tutti i risparmiatori che avevano investito sulla propria pensione. E i più danneggiati saranno proprio i giovani, quelli che solo su una pensione integrativa possono pensare ad un loro futuro, altro che parlare di incentivi!

Si tassino piuttosto le grandi rendite, le speculazioni che danno guadagni grazie all’elusione fiscale e soprattutto da un certo importo in poi, le troppe transazioni finanziarie immotivate e speculative, le società di comodo ma non i piccoli patrimoni della gente comune e il risparmio di tanti milioni di italiani che tra l’altro, reinvestito in Italia, è fonte di sviluppo economico per l’intera nazione.

Una piccola parentesi finale, mi vengono in mente certe analogie...
Non capisco: Berlusconi dice che Forza Italia “resterà all’opposizione di questo governo” e poi  concorda con il PD di Renzi sulla legge di stabilità, sul sistema elettorale, sulle coppie gay con “il sistema alla tedesca” (specifica espressione – peraltro imprecisa – di entrambi) e adesso perfino sullo “jus soli” per dare la cittadinanza ai figli dei clandestini. 

Dov’è allora, al netto della demagogia, l’“opposizione” di Berlusconi? Soprattutto – ammesso che invece sia giusto sostenere Renzi – dov’è il “rinnovamento” annunciato per Forza Italia se lo stesso Silvio Berlusconi, alla soglia degli 80 anni, conferma che si ripresenterà senz’altro come suo leader alle prossime elezioni? 

Elezioni che peraltro Matteo Renzi vincerà a mani basse soprattutto se passerà il sistema elettorale da lui emendato in questi giorni che nel concreto darà al primo partito, ovvero al PD (e non più alle coalizioni) l’intero premio di maggioranza della futura unica Camera, anche se resterà ben al di sotto del 50% dei voti, per giunta con candidati tutti scelti dallo stesso premier, ovvero da Renzi.

ADESSO VOI VERIFICATE LE SINGOLARI ANALOGIE CON IL SISTEMA DI VOTO ADOTTATO PER LE ELEZIONI POLITICHE DEL 1924 CHE PORTARONO ALL’INSTAURARSI DEL REGIME FASCISTA…

2014/03/30

Lira o Dollaro? Proposta oscena



Quando si inizia un discorso affrontando la convenienza dell'Italia a rimanere nella moneta unica, ecco che l'opinione pubblica si divide. Da una parte si collocano gli europeisti convinti e, dall'altra, quelli che vorrebbero uscire anzitempo per non andare a fondo con l'euro non appena avra' inizio il decadimento monetario. 

Diciamocelo francamente, l'Europa in questo momento resta in piedi solo perche' la Germania, membro forte dell'unione insieme a pochi altri, detiene buona parte dei debiti di tutti i paesi in crisi. E' quindi questo il motivo della mia proposta oscena.

Perche'? Sappiamo che in Europa solo la Germania ha saputo sfruttare la crisi a proprio vantaggio, non gia' la crisi mondiale che pure ha colpito anche loro, ma quella degli altri paesi europei, primo fra tutti il nostro. Viene quindi considerata come l’unico membro dell’Unione Europea realmente in salute. Anche alcuni parametri macroeconomici sembrerebbero suggerire che sia cosi'. Hanno un bilancio in attivo, che gia' da solo é una evenienza rara, ancora meno in tempi di crisi e, almeno secondo quanto dichiarano, la disoccupazione è a bassissimi livelli, inoltre è stata la prima a uscire dalla recessione.

Sappiamo però, qui in Europa come negli Stati Uniti, che la Germania ha barato. La sua crescita, il suo benessere, la sua efficace risposta alla crisi sarebbero frutto di comportamenti scorretti, antieuropeisti. Il tutto a discapito dei paesi dell’Europa del Sud. In breve, si accusa la Germania di aver puntato troppo sulle esportazioni verso i paesi europei, sostanziando in questo modo una sorta di ri-allocazione delle risorse poco funzionale ai principi di omogeneità cui l’Unione Europea si rifà. Un’altra conseguenza nefasta dell’eccesso di export sarebbe, poi, l’esportazione della deflazione in tutta Europa, con tutte le implicazioni pericolosissime del caso (è una tragedia in caso di recessione).

Alcuni, poi, rivelano che in verità il benessere della Germania è qualcosa di finto, non reale, basato sull’eccellenza dei parametri e non sull’economia reale. A tal proposito molti citano alcuni dati che interessano l’economia tedesca a un livello più concreto. Il salario dei tedeschi, ad esempio, non è aumentato rispetto al 1999; per il 40% dei lavoratori, in verità, è addirittura diminuito. La crescita del Pil, inoltre, considerata nella sua performance di lungo periodo, è stata scarsa: negli ultimi 14 anni, la Germania è cresciuta mediamente meno della media europea.


Allora ecco qui la mia proposta oscena, possiamo dire, per uscire dall'euro e entrare nel grande mercato del dollaro statunitense.
Che ne pensate?


Per quale motivo il $ e no la beneamata Lira?
Innanzitutto dovrebbe essere una soluzione transitoria, adottare il dollaro USA invece della Lira nell'immediato significherebbe non sottoporre la nostra economia agli scossoni della rivalutazione della Lira, fisiologici, come avvenuto quando siamo entrati nell'euro.
Scossoni perche' sara' pur sempre vero, dato che l'euro era una nuova moneta, come potrebbe essere la nuova Lira. Adottando il dollaro adesso ci porremo anche in una situazione di vantaggio rispetto al passato quando la moneta americana valeva molto di piu' rispetto alla vecchia Lira. In seguito, aggiustando i conti e i parametri valutari potremmo pensare di traghettare l'economia su una nuova Lira inizialmente legata alla moneta americana e successivamente sciogliere gli ormeggi e navigare da soli.

2014/03/03

Fuggite Sciocchi!



L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali... 

L'unica cosa amaramente buona di questa crisi è che ho capito come nascono le dittature, che SI, è proprio vero, più che da una violenza dei padroni derivano dalla tentazione dei servi, dall’ignoranza dalla mediocrità e dall’ignavia della gente (eh, ma io cosa posso farci! Suicidati stronzo, così almeno ti levi dai coglioni!); e a cosa dovrebbe servire la cultura umanistica: a insegnarti con chi hai a che fare affinché tu possa fare/ripetere meno erroripossibili. Infatti è per questo che l'hanno piano piano distrutta sostituendola con le favole sulle puttane di un vecchio, e disfide tra 22 milionari che danno calci ad un pallone alle dipendenze di due miliardari in partite truccate come gli incontri di Wrestling!


Sulle cause dell’avidità delle persone: Tito Lucrezio Caro (de RerumNatura, libro III)
(..) Infine l'avidità e la cieca brama di onori, che forzano i miseri uomini aoltrepassare i confini del giusto, e talora, come compagni e ministri di delitti, adoprarsi notte e giorno con soverchiante fatica per assorgere a somma potenza - queste piaghe della vita, in gran parte è il timore della morte che le nutre. 
Infatti comunemente il vergognoso disprezzo e l'amara povertà paiono remoti da una vita dolce e stabile, e quasi già sostare davanti alle porte della morte; e gli uomini, mentre costretti da fallace terrore vorrebbero essere già fuggiti lontano da essi e lontano averli scacciati, col sangue dei concittadini ingrossano le proprie sostanze e avidi raddoppiano le ricchezze, accumulando strage su strage; crudeli si rallegrano del triste funerale di un fratello e per le mense dei consanguinei provano odio e terrore.
In simile maniera, nascendo dallo stesso timore, spesso li macera l'invidia che alla vista di tutti colui sia potente, attragga gli sguardi colui che incede con splendido onore,
mentre essi si lamentano di voltolarsi nelle tenebre e nel fango.
Alcuni periscono per brama di statue e di rinomanza; e spesso a tal segno per paura della morte prende gli uomini odio della vita e della vista della luce, che si danno con petto angosciato la morte, dimenticando che la fonte degli affanni è questo timore, questo fa strazio del senso d'onore, questo rompe i vincoli dell'amicizia - e insomma induce a sovvertire la pietà. Già spesso infatti gli uomini tradirono la patria e i cari genitori, cercando di evitare le regioni acherontee. Difatti, come i fanciulli trepidano e tutto temono nelle cieche tenebre, così noi nella luce talora abbiamo paura di cose che per nulla son da temere più di quelle che i fanciulli nelle tenebre paventano e immaginano prossime ad avvenire.; e a cosa dovrebbe servire la cultura umanistica: ad insegnarti con chi hai a che fare affinché tu possa fare/ripetere meno errori possibili. 
Infatti è per questo che l’hanno piano piano distrutta.

Sul metodo tedesco di accumulare denaro
Fedor Dostojevski – (Il Giocatore)
(..) "Ma scusate" gli risposi, "non so davvero che cosa sia più disgustoso: se la sregolatezza dei russi o il metodo tedesco di accumulare denaro con un onesto lavoro." 
"Che idea assurda!" esclamò il generale. "Che idea russa!" esclamò il francese. Io ridevo e avevo una voglia terribile di attaccar lite. 
"Io preferirei trascorrere tutta la vita in una tenda kirghisa," esclamai, "piuttosto che inchinarmi all'idolo tedesco." "Quale idolo?" gridò il generale, cominciando a infuriarsi sul serio.
"Il metodo tedesco di ammucchiare ricchezze. Non sono qui da molto tempo, però quello che ho già avuto modo di vedere e di constatare, rivolta il mio sangue tartaro. Giuro che non voglio virtù come queste! Ieri sono riuscito a fare nei dintorni un giro di forse dieci miglia. Ebbene, è precisamente come si legge nei libriccini moralisti tedeschi illustrati; ovunque, in ogni casa, c'è il suo 'Vater', straordinariamente virtuoso e eccezionalmente onesto. Così onesto che fa paura avvicinarglisi. Io non posso soffrire gli uomini onesti che fa paura avvicinare. Ognuno di questi 'Vater' ha la propria famiglia, e la sera leggono tutti a alta voce dei libri istruttivi. Sopra la casetta stormiscono olmi e castagni. Il sole tramonta, c'è la cicogna sul tetto e tutto è insolitamente poetico e commovente... Voi, generale, non irritatevi, ma permettetemi di raccontare le cose in maniera un po' patetica... Io stesso mi ricordo che mio padre buon'anima, sotto i tigli del giardinetto, leggeva anche lui alla sera, a me e a mia madre, libri di quel genere... Posso quindi giudicare di queste cose con cognizione di causa. Ebbene, ognuna di queste famiglie, qui, è completamente sottomessa e schiava del padre.
Tutti lavorano come bestie, e tutti ammucchiano denaro come giudei. Mettiamo che il 'Vater' abbia già messo da parte una certa quantità di 'gulden' e punti sul figlio maggiore per trasmettergli il mestiere o il campicello; per questo non danno dote alla figlia, e lei resta zitella. Sempre per questo vendono il figlio minore come servo o lo mandano a fare il soldato, e aggiungono questo denaro al capitale di famiglia. Davvero, qui si fa così: mi sono informato.Tutto questo si fa unicamente per onestà, per un sentimento eccessivo di onestà, al punto che anche il figlio minore, venduto, crede di non essere stato venduto se non per onestà; e questo è proprio l'ideale, quando la vittima stessa è contenta di essere portata al sacrificio. E poi? Poi succede che neppure per il figlio maggiore le cose vanno bene: lui ha una certa Amalchen alla quale è unito con il cuore, ma che non può sposare perché non sono ancora stati ammucchiati 'gulden' sufficienti. E allora pure loro aspettano onestamente e si avviano anch'essi al sacrificio con il sorriso sulle labbra. E intanto le guance di Amalchen si sono incavate e sono avvizzite. Finalmente, dopo quasi vent'anni, il patrimonio si è accresciuto e i 'gulden' sono stati ammucchiati in modo leale e onesto. Il 'Vater' benedice l'ormai quarantenne figlio maggiore e la trentacinquenne Amalchen dal seno flaccido e dal naso rosso... E allora il 'Vater' piange, fa la morale e passa a miglior vita. Il figlio maggiore si trasforma a sua volta in un virtuoso 'Vater' e ricomincia la stessa storia. Dopo una cinquantina o una sessantina di anni, il nipote del primo 'Vater' realizza effettivamente un notevole capitale e lo trasmette al proprio figlio, questo al suo, quest'altro al suo e, dopo cinque o sei generazioni, viene fuori il barone Rotschild in persona oppure Hoppe e Co. o il diavolo sa chi. Ebbene, signori, non è forse uno spettacolo meraviglioso? La fatica di un secolo o di due secoli, di generazione in generazione: pazienza, ingegno, onestà, dirittura morale, carattere, fermezza, calcolo, cicogna sul tetto! Che volete di più? Niente è più sublime di questo, è proprio da questo punto di vista che costoro iniziano a giudicare il mondo intero e a condannare a morte i colpevoli, cioè quelli che appena appena non somigliano a loro. Ebbene, signori, ecco dunque di che si tratta: io preferisco debosciarmi alla russa o arricchirmi alla roulette.
Non voglio essere Hoppe e Co. tra cinque generazioni. A me il denaro è necessario per me stesso, e non considero me stesso come un indispensabile accessorio al capitale. So di aver detto un mucchio di spropositi, ma è così. Queste sono le mie convinzioni."
"Non so se ci sia molto di vero in quello che avete detto,"osservò pensieroso il generale, "ma so con certezza che cominciate a farelo spiritoso in maniera insopportabile, non appena vi si permette di uscire un pochino dai limiti..." Ma, come sempre, non completò la frase. Se il nostro generale cominciava a parlare di qualche cosa che fosse un tantino più serio dei soliti discorsi di ogni giorno non finiva mai di dire il suo pensiero. Il francese ascoltava con noncuranza, con gli occhi spalancati. Non aveva capito quasi niente di ciò che avevo detto.
Polina mi guardava con suprema indifferenza. Sembrava che, non soltanto non avesse sentito me, ma neppure una parola di quanto si era detto a tavola.

Bertold Brecht 
Sull'ignavia della gente

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
e io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,

e non c’era rimasto nessuno a protestare.


Evidentemente stiamo riflettendo un po’ tutti sulla stessa cosa: sta nascendo una dittatura, in Europa? A volte, mentre sento le notizie, ho dei flash di voci future “Ma noi non sapevamo, ma noi non volevamo!”, chissà se è la sindrome di Cassandra, o soltanto memorie di un passato ancora recente.


Lo stesso concetto di dittatura non è antico: nessuno si sognava di chiamare “dittatori” il re Sole, il Papa o l’imperatore di turno. E’ un concetto nuovo.
Fatto sta che l’abbiamo introiettato molto bene, al punto che vediamo dittatori dovunque, persino in leader democraticamente eletti (vedi Chavez o Ahmadinejad) o addirittura in comici col blog. Ma quando si tratta di noi, eeh: la dittatura è l’elefante nella stanza. Nessuno riesce ad accorgersene.

Forse perché si tratta di una declinazione di dittatura finora inedita. Nell’immaginario, il dittatore ha una faccia cattiva, impone le sue idee al popolo con gli eserciti, e sbatte i dissidenti in gabbia o alle torture. Ora sembra che non ce ne sia più alcun bisogno: il dittatore non ha un nome e cognome, anzi si nasconde in una massa amorfa di oscuri burocrati. L’esercito di cui si serve? Stampa, media e politici compiacenti o corrotti. L’arma principale? La shock economy, eventi che terrorizzano i cittadini e li rendono consenzienti a qualsiasi nefasto provvedimento passi per indispensabile. I dissidenti? Nessun problema: li si lascia a sbraitare nel recinto di Internet, che danno vuoi che facciano. Una dittatura il cui scopo è l’impoverimento generalizzato e il controllo da esso derivante, non ha bisogno di sparare un colpo: stiamo consegnando tutto senza fiatare.

Qualcuno obietterà che non è vero, che tanti si stanno accorgendo di ciò che accade. 
Ah si? Beh io non credo. Come scrive ancora Bagnai nel suo libro, quando i partigiani andarono in montagna non si preoccuparono dell’inflazione, della perdita di potere d’acquisto, del mutuo in euro. Quando c’è da combattere si combatte, costi quel che costi. Noi non siamo ancora pronti. Siamo ancora come quelle famiglie ebree che nel ‘36 consegnavano l’oro, consegnavano i pianoforti, pensando che presto sarebbe finita e peggio di così non poteva andare. E invece, si è visto com’è andata.
Noi stiamo consegnando oro e pianoforti per paura dei finti mostri che ci hanno dipinto, e alla fine perderemo tutto senza avere più nulla per cui combattere. Vogliamo davvero ridurci così?

L’Europa è una dittatura, bisogna uscirne il prima possibile. Senza chiedersi cosa sarà della bolletta della luce o della rata del mutuo, perché non ci lasceranno né luce né casa. Siamo in mano a dei pazzi furiosi e l’unica è svignarsela, le difficoltà successive le affronteremo poi, ci penseremo dopo come si sono detti i partigiani scalando la montagna. Ora il pensiero è uno, e uno solo, e questo dobbiamo chiedere con forza a chi ci rappresenta:

Fuggite, sciocchi!

(fonte Goofynomics)

2014/02/21

Lacrime e Sangue




Il primo colpo storico contro l’Italia lo mette a segno Carlo Azeglio Ciampi, futuro presidente della Repubblica, incalzato dall’allora ministro Beniamino Andreatta, maestro di Enrico Letta e “nonno” della Grande Privatizzazione che ha smantellato l’industria statale italiana, temutissima da Germania e Francia, come conferma anche la testimonianza resa dal prof. Alain Parguez, altro importante protagonista degli eventi di quegli anni.  E’ il 1981: Andreatta propone di sganciare la Banca d’Italia dal Tesoro, e Ciampi esegue. Obiettivo: impedire alla banca centrale di continuare a finanziare lo Stato, come fanno le altre banche centrali sovrane del mondo, a cominciare da quella inglese.

Il secondo colpo, quello del ko, arriva otto anni dopo, quando crolla il Muro di Berlino. La Germania si gioca la riunificazione, a spese della sopravvivenza dell’Italia come potenza industriale: ricattati dai francesi, per riconquistare l’Est i tedeschi accettano di rinunciare al marco e aderire all’euro, a patto che il nuovo assetto europeo elimini dalla scena il loro concorrente più pericoloso: l’Italia. A Roma non mancano complici: pur di togliere il potere sovrano dalle mani della “casta” corrotta della Prima Repubblica, c’è chi è pronto a sacrificare l’Italia all’Europa “tedesca”, naturalmente all’insaputa degli italiani.

E’ questa la drammatica testimonianza di Nino Galloni, già docente universitario, manager pubblico e alto dirigente di Stato, resa sia in occasione del primo meeting MMT di Rimini (24-26 febbraio 2012) sia, in seguito, a Claudio Messora per il blog “Byoblu”.

Leggiamo come ascoltare dalla sua voce cosa accadde in quegli anni di cui egli fu co-protagonista.

All’epoca, nel fatidico 1989, Galloni era consulente del governo su invito dell’eterno Giulio Andreotti, il primo statista europeo che ebbe la prontezza di affermare di temere la riunificazione tedesca. Non era “provincialismo storico”: Andreotti era al corrente del piano contro l’Italia e tentò di opporvisi, fin che potè. Poi a Roma arrivò una telefonata del cancelliere Helmut Kohl, che si lamentò col ministro Guido Carli: qualcuno “remava contro” il piano franco-tedesco.

Galloni si era appena scontrato con Mario Monti alla Bocconi e il suo gruppo aveva ricevuto pressioni da Bankitalia, dalla Fondazione Agnelli e da Confindustria. La telefonata di Kohl fu decisiva per indurre il governo a metterlo fuori gioco. «Ottenni dal ministro la verità», racconta l’ex super-consulente, ridottosi a comunicare con l’aiuto di pezzi di carta perché il ministro «temeva ci fossero dei microfoni». Sul “pizzino”, scrisse la domanda decisiva: “Ci sono state pressioni anche dalla Germania sul ministro Carli perché io smetta di fare quello che stiamo facendo?”. Eccome: «Lui mi fece di sì con la testa».

Questa, riassume Galloni, è l’origine della “inspiegabile” tragedia nazionale nella quale stiamo sprofondando. I super-poteri egemonici, prima atlantici e poi europei, hanno sempre temuto l’Italia. Lo dimostrano due episodi chiave:

l’omicidio di Enrico Mattei, stratega del boom industriale italiano grazie alla leva energetica propiziata dalla sua politica filo-araba, in competizione con le “Sette Sorelle”;
l’eliminazione di Aldo Moro, l’uomo del compromesso storico col Pci di      Berlinguer assassinato dalle “seconde Br”: non più l’organizzazione      eversiva fondata da Renato Curcio, ma le Br di Mario Moretti, «fortemente      collegate con i servizi, con deviazioni dei servizi, con i servizi americani      e israeliani». Il leader della Dc era nel mirino di killer molto più      potenti dei neo-brigatisti: «Kissinger gliel’aveva giurata, aveva      minacciato Moro di morte poco tempo prima».
Tragico preambolo, la strana uccisione di Pier Paolo Pasolini, che nel romanzo “Petrolio” aveva denunciato i mandanti dell’omicidio Mattei, a lungo presentato come incidente aereo.

Recenti inchieste collegano alla morte del fondatore dell’Eni quella del giornalista siciliano Mauro De Mauro. Probabilmente, De Mauro aveva scoperto una pista “francese”: agenti dell’ex Oas inquadrati dalla Cia nell’organizzazione terroristica “Stay Behind” (in Italia, “Gladio”) avrebbero sabotato l’aereo di Mattei con l’aiuto di manovalanza mafiosa.

A congelare la democrazia italiana avrebbe poi provveduto la strategia della tensione, quella delle stragi nelle piazze.  Alla fine degli anni ‘80, la vera partita dietro le quinte è la liquidazione definitiva dell’Italia come competitor strategico: Ciampi, Andreatta e De Mita, secondo Galloni, lavorano per cedere la sovranità nazionale.

Col divorzio tra Bankitalia e Tesoro, per la prima volta il Paese è in crisi finanziaria: prima, infatti, era la Banca d’Italia a fare da “prestatrice di ultima istanza” comprando titoli di Stato e, di fatto, emettendo moneta destinata all’investimento pubblico. Chiuso il rubinetto della lira, la situazione precipita: con l’impennarsi degli interessi (da pagare a quel punto ai nuovi “investitori” privati) il debito pubblico esploderà fino a superare il Pil. Non è un “problema”, ma esattamente l’obiettivo voluto: mettere in crisi lo Stato, disabilitando la sua funzione strategica di spesa pubblica a costo zero per i cittadini, a favore dell’industria e dell’occupazione. Degli investimenti pubblici da colpire, «la componente più importante era sicuramente quella riguardante le partecipazioni statali, l’energia e i trasporti, dove l’Italia stava primeggiando a livello mondiale».

Al piano anti-italiano partecipa anche la grande industria privata, a partire dalla Fiat, che di colpo smette di investire nella produzione e preferisce comprare titoli di Stato: da quando la Banca d’Italia non li acquista più, i tassi sono saliti e la finanza pubblica si trasforma in un ghiottissimo business privato.

L’industria passa in secondo piano e – da lì in poi – dovrà costare il meno possibile. «In quegli anni la Confindustria era solo presa dall’idea di introdurre forme di flessibilizzazione sempre più forti, che poi avrebbero prodotto la precarizzazione». Aumentare i profitti: «Una visione poco profonda di quello che è lo sviluppo industriale». Risultato: «Perdita di valore delle imprese, perché le imprese acquistano valore se hanno prospettive di profitto». Dati che parlano da soli. E spiegano tutto: «Negli anni ’80 – racconta Galloni – feci una ricerca che dimostrava che i 50 gruppi più importanti pubblici e i 50 gruppi più importanti privati facevano la stessa politica, cioè investivano la metà dei loro profitti non in attività produttive ma nell’acquisto di titoli di Stato, per la semplice ragione che i titoli di Stato italiani rendevano tantissimo e quindi si guadagnava di più facendo investimenti finanziari invece che facendo investimenti produttivi. Questo è stato l’inizio della nostra deindustrializzazione».

Alla caduta del Muro di Berlino, il potenziale italiano è già duramente compromesso dal sabotaggio della finanza pubblica, ma non tutto è perduto: il nostro paese, “promosso” nel club del G7, era ancora in una posizione di dominio nel panorama manifatturiero internazionale. Eravamo ancora «qualcosa di grosso dal punto di vista industriale e manifatturiero», ricorda Galloni: «Bastavano alcuni interventi, bisognava riprendere degli investimenti pubblici». E invece, si corre nella direzione opposta: con le grandi privatizzazioni strategiche, negli anni ’90 «quasi scompare la nostra industria a partecipazione statale», il “motore” di sviluppo tanto temuto da tedeschi e francesi. Deindustrializzazione: «Significa che non si fanno più politiche industriali». Galloni cita Pierluigi Bersani: quando era ministro dell’industria «teorizzò che le strategie industriali non servivano». Si avvicinava la fine dell’Iri, gestita da Prodi in collaborazione col solito Andreatta e Giuliano Amato. Si giunge così allo smembramento di un colosso mondiale: Finsider-Ilva, Finmeccanica, Fincantieri, Italstat, Stet e Telecom, Alfa Romeo, Alitalia, Sme (alimentare), nonché la Banca Commerciale Italiana, il Banco di Roma, il Credito Italiano.

Le banche sono un altro passaggio decisivo: con la fine del “Glass-Steagall Act” nasce la “banca universale”, cioè si consente alle banche di occuparsi di meno del credito all’economia reale e le si autorizza a concentrarsi sulle attività finanziarie speculative. Denaro ricavato da denaro, con scommesse a rischio sulla perdita. E’ il preludio al disastro planetario di oggi. In confronto, dice Galloni, i debiti pubblici sono bruscolini: nel caso delle perdite delle banche stiamo parlando di tre-quattrocento trilioni. Un trilione sono mille miliardi: «Grandezze stratosferiche», pari a 6 volte il Pil mondiale. «Sono cose spaventose».

La frana è cominciata nel 2001, con il crollo della new-economy digitale e la fuga della finanza che l’aveva sostenuta, puntando sul boom dell’e-commerce. Per sostenere gli investitori, le banche allora si tuffano nel mercato-truffa dei derivati: raccolgono denaro per garantire i rendimenti, ma senza copertura per gli ultimi sottoscrittori della “catena di Sant’Antonio”, tenuti buoni con la storiella della “fiducia” nell’imminente “ripresa”, sempre data per certa, ogni tre mesi, da «centri studi, economisti, osservatori, studiosi e ricercatori, tutti sui loro libri paga».

Quindi, aggiunge Galloni, siamo andati avanti per anni con queste operazioni di derivazione e con l’emissione di altri titoli tossici. Finché nel 2007 si è scoperto che il sistema bancario era saltato: nessuna banca prestava liquidità all’altra, sapendo che l’altra faceva le stesse cose, cioè speculazioni in perdita. Per la prima volta, spiega Galloni, la massa dei valori persi dalle banche sui mercati finanziari superava la somma che l’economia reale – famiglie e imprese, più la stessa mafia – riusciva a immettere nel sistema bancario. «Di qui la crisi di liquidità, che deriva da questo: le perdite superavano i depositi e i conti correnti». Come sappiamo, la falla è stata provvisoriamente tamponata dalla Fed, che dal 2008 al 2011 ha trasferito nelle banche – americane ed europee – qualcosa come 17.000 miliardi di dollari, cioè «più del Pil americano e più di tutto il debito pubblico americano».

Va nella stessa direzione – liquidità per le sole banche, non per gli Stati – il “quantitative easing” della Bce di Draghi, che ovviamente non risolve la crisi economica perché «chi è ai vertici delle banche, e lo abbiamo visto anche al Monte dei Paschi, guadagna sulle perdite».

Il profitto non deriva dalle performance economiche, come sarebbe logico, ma dal numero delle operazioni finanziarie speculative: «Questa gente si porta a casa i 50, i 60 milioni di dollari e di euro, scompare nei paradisi fiscali e poi le banche possono andare a ramengo». Non falliscono solo perché poi le banche centrali, controllate dalle stesse banche-canaglia, le riforniscono di nuova liquidità. A soffrire è l’intero sistema-Italia, fin da quando – nel lontano 1981 – la finanza pubblica è stata “disabilitata” col divorzio tra Tesoro e Bankitalia. Un percorso suicida, completato in modo disastroso dalla tragedia finale dell’ingresso nell’Eurozona, che toglie allo Stato non solo la moneta, ma anche il potere sovrano della spesa pubblica, attraverso dispositivi come il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio.

Per l’Europa “lacrime e sangue”, il risanamento dei conti pubblici viene prima dello sviluppo. «Questa strada si sa che è impossibile, perché tu non puoi fare il pareggio di bilancio o perseguire obiettivi ancora più ambiziosi se non c’è la ripresa». E in piena recessione, ridurre la spesa pubblica significa solo arrivare alla depressione irreversibile.

Esistono, secondo Galloni, vie d’uscita? E se sì, quali?

Anzitutto bisogna archiviare subito gli specialisti del disastro – da Angela Merkel a Mario Monti – ribaltando la politica europea: bisogna tornare alla sovranità monetaria, dice Galloni, e cancellare il concetto del debito pubblico come problema. Basta puntare sulla ricchezza nazionale, che vale 10 volte il Pil. Non è vero che non riusciremmo a ripagarlo, il debito. Il problema è che il debito, semplicemente, non va ripagato: «L’importante è ridurre i tassi di interesse», che devono essere «più bassi dei tassi di crescita». A quel punto, il debito non è più un problema: «Questo è il modo sano di affrontare il tema del debito pubblico».

L’alternativa è procedere come in Grecia, dove «per 300 miseri miliardi di euro» se ne sono persi 3.000 nelle Borse europee, gettando sul lastrico il popolo greco. 

La domanda è: «Questa gente si rende conto che agisce non solo contro la Grecia, ma anche contro gli altri popoli e Paesi europei? Chi comanda effettivamente in questa Europa se ne rende conto?».

O forse, conclude Galloni, vogliono davvero «raggiungere una sorta di asservimento dei popoli, di perdita ulteriore di sovranità degli Stati» per obiettivi inconfessabili, come avvenuto in Italia: privatizzazioni a prezzi stracciati, depredazione del patrimonio nazionale, conquista di guadagni senza lavoro.

Un piano criminale: il grande complotto dell’élite mondiale: «Bilderberg, Britannia, il Gruppo dei 30, dei 10, gli “Illuminati di Baviera”: sono tutte cose vere», ammette l’ex consulente di Andreotti. «Gente che si riunisce, come certi club massonici, e decide delle cose». Ma il problema vero è che «non trovano resistenza da parte degli Stati». L’obiettivo è sempre lo stesso: «Togliere di mezzo gli Stati nazionali allo scopo di poter aumentare il potere di tutto ciò che è sovranazionale, multinazionale e internazionale». Gli Stati sono stati indeboliti e poi addirittura infiltrati, con la penetrazione nei governi da parte dei super-lobbysti, dal Bilderberg agli “Illuminati”.

Purtroppo non abbiamo amici. L’America avrebbe inutilmente cercato nell’Italia una sponda forte dopo la caduta del Muro, prima di dare via libera (con Clinton) allo strapotere di Wall Street. Dall’omicidio di Kennedy in poi, secondo Galloni, gli Usa «sono sempre più risultati preda dei britannici», che hanno interesse «a aumentare i conflitti, il disordine», mentre la componente “ambientalista”, più vicina alla Corona, punta «a una riduzione drastica della popolazione del pianeta» e quindi ostacola lo sviluppo, di cui l’Italia è stata una straordinaria protagonista.

E l’odiata Germania? Non diventerà mai leader, afferma Galloni, se non accetterà di importare più di quanto esporta.

Unico futuro possibile: la Cina, ora che Pechino ha ribaltato il suo orizzonte, preferendo il mercato interno a quello dell’export. L’Italia potrebbe cedere ai cinesi interi settori della propria manifattura, puntando a affermare il made in Italy d’eccellenza in quel mercato, 60 volte più grande. Armi strategiche potenziali: il settore della green economy e quello della trasformazione dei rifiuti, grazie a brevetti di peso mondiale come quelli detenuti da Ansaldo e Italgas.

Prima, però, bisogna mandare casa i sicari dell’Italia e rivoluzionare l’Europa, tornando alla necessaria sovranità monetaria. Senza dimenticare che le controriforme suicide di stampo neoliberista che hanno azzoppato il Paese sono state subite in silenzio anche dalle organizzazioni sindacali. Lo scopo di avere meno moneta circolante e salari più bassi è forse quello di contenere l’inflazione? Falso: gli USA hanno appena creato trilioni di dollari dal nulla, senza generare spinte inflattive. Eppure, anche i sindacati sono stati attratti «in un’area di consenso per quelle riforme sbagliate che si sono fatte a partire dal 1981».

Il passo fondamentale, da attuare subito, è una riforma della finanza, pubblica e privata, che torni a sostenere l’economia. Stop al dominio antidemocratico di Bruxelles, funzionale solo alle multinazionali globalizzate.

La scelta della Cina di puntare sul mercato interno può essere l’inizio della fine della globalizzazione, che è «il sistema che premia il produttore peggiore, quello che paga di meno il lavoro, quello che fa lavorare i bambini, quello che non rispetta l’ambiente né la salute».

Naturalmente, prima di tutto serve il ritorno in campo, immediato, della vittima numero uno: lo Stato democratico sovrano. Imperativo categorico: sovranità finanziaria per sostenere la spesa pubblica, senza la quale il paese muore. «A me interessa che ci siano spese in disavanzo – insiste Galloni – perché se c’è crisi, se c’è disoccupazione, puntare al pareggio di bilancio è un crimine». (fonte)

Il terzo colpo, la fine. Nel libro Morire di austerità, Lorenzo Bini Smaghi, l’ex board della Bce che oggi presiede la Snam Rete Gas, ha scritto che nel 2011 Silvio Berlusconi aveva “ventilato in colloqui privati con i governi di altri Paesi dell’Eurozona l’ipotesi di una uscita dall’euro”.

Per questo, sarebbe poi stato costretto a dimettersi da Palazzo Chigi.

In realtà, il Cavaliere non si sarebbe solo limitato a “ventilare” questa ipotesi, ma aveva addirittura già avviato le trattative in sede europea per uscire dalla moneta unica. A rivelarlo è Hans-Werner Sinn, presidente dell’istituto di ricerca congiunturale tedesco, Ifo-Institut, durante il convegno economico Fuehrungstreffen Wirtschaft 2013 organizzato a Berlino dal quotidiano Sueddeutsche Zeitung.

Tocchi l’Europa e muori. Più si mettono insieme i pezzi del puzzle, più sembra chiaro che quello che inizialmente sembrava un vero e proprio attacco speculativo ai danni dei nostri titoli di Stato per far cadere il governo Berlusconi, adesso assume i toni di una resa dei conti ai danni del Cavaliere.

L’allora presidente del Consiglio sarebbe stato fatto fuori perché, per non voleva far morire il Paese dell’austerità imposta dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, aveva deciso di tirar fuori l’Italia e gli italiani dal giro della moneta unica. Quella moneta unica, l’euro, che un altro ex presidente del Consiglio, Romano Prodi, aveva super valutato gettando l’economia del Belpaese nella recessione.

Come riporta anche l’Huffington Post, Sinn ammette che, nell’autunno del 2011, Berlusconi aveva “avviato trattative per far uscire l’Italia dall’euro”. Intervenendo in un dibattito sulla crisi economica e sugli effetti disastrosi che stava avendo sui paesi meridionali dell’Eurozona, il presidente dell’Ifo-Institut ha ammesso di “non sapere per quanto ancora l’Italia ce la farà a restare nell’Unione Europea: l’industria nel nord del paese sta morendo, i fallimenti delle imprese sono ormai alle stelle e la produzione industriale è in continuo calo”.

Fonte