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2020/03/22

la vita difficile del COVID-19




Quanto sappiamo della sopravvivenza del coronavirus fuori dal corpo?
I virus hanno bisogno di abitare un organismo per sopravvivere e moltiplicarsi. Fuori dal corpo umano il coronavirus è destinato a morire. Ma quanto tempo fosse necessario a debellarlo fino a ieri era ignoto. Si sono fatte stime basate su altri virus, alcune eccessive (si è detto che potesse resistere 9 giorni). Ora è stato condotto il primo esperimento proprio con l’attuale coronavirus. Gli autori sono gli scienziati del laboratorio di virologia del National Institute of Allergy and Infectious Diseases: l’Istituto americano per le malattie infettive. I risultati sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine, una rivista scientifica, il 17 marzo.

Quali sono i risultati?
Il virus sopravvive nelle goccioline nell’aria fino a tre ore. Sulle superfici la sua durata dipende molto dal materiale. L’esperimento americano ne ha presi in considerazione quattro: il rame (durata massima di 4 ore), il cartone (durata massima 1 giorno), plastica e acciaio inossidabile (durata massima 3 giorni). Non è chiaro perché il virus trovi una superficie più ostile di un’altra e gli esperimenti sono stati condotti a temperatura e umidità ambiente. Se il clima è freddo e secco, la sopravvivenza tende ad aumentare. Il sole diretto riduce invece la contaminazione di un oggetto. Il tempo in cui la quantità di virus crolla comunque è molto rapida: su tutte le superfici si dimezza in poche ore. La diminuzione più rapida avviene nell’aria, dove la quantità di particelle si dimezza in circa un’ora.

Quali sono i consigli pratici che ne derivano?
Il dato che più richiama alla cautela è quello dell’aria, dove si pensava che il virus si dileguasse in tempi più rapidi (qualche minuto). «Dobbiamo fare attenzione agli ambienti chiusi», avverte Carlo Federico Perno, virologo dell’università di Milano. «La via di trasmissione attraverso il respiro resta molto più importante di quella attraverso gli oggetti. Siamo di fronte a un virus molto efficiente e rapido in termini di propagazione. Se una persona infetta respira per un certo tempo in un ambiente chiuso, l’aria se ne riempirà anche senza bisogno di tosse o starnuti. Sarebbe buona norma aprire spesso le finestre (e la primavera in arrivo aiuta), oltre a evitare luoghi dove il ricambio è scarso, come per esempio gli ascensori». I dati del New England Journal of Medicine sono stati registrati in laboratorio, in condizioni “artificiali” ed è difficile tradurli in consigli dettagliati in termini di metri o di minuti, per le stanze o gli ascensori di ciascuno di noi. «Chi deve restare a lungo in ambienti chiusi, affollati e poco ventilati, dovrebbe indossare la mascherina, che invece è inutile all’aria aperta» suggerisce Perno.

Quali sono i consigli per gli oggetti che tocchiamo?
«La via respiratoria resta in assoluto la più pericolosa per il contagio», non si stanca di ribadire Perno. Toccare una superficie contaminata e poi portare le mani al viso è una possibile via di contagio. «Ma la consideriamo meno frequente» conferma Giovanni Maga, direttore dell’Istituto di genetica molecolare del Cnr di Pavia. Il fatto che il virus sopravviva su un oggetto fino a tre giorni, poi, non vuol dire che l’oggetto sia contagioso per tre giorni. Alla fine, la quantità di virus che resta è fra mille e diecimila volte inferiore a quella iniziale: insufficiente per infettare. Per sapere dopo quanto tempo un oggetto smette di essere contagioso dovremmo conoscere la quantità di virus che vi era stata depositata all’inizio e la quantità di virus necessaria a far ammalare un individuo: variabili che restano ignote. «Questo virus ha pochissimi mesi di vita, molti dati semplicemente non li abbiamo mai misurati» fa notare Maga. «Il consiglio per evitare la contaminazione dagli oggetti - conferma Patrizia Laurenti, professoressa di Igiene all’università Cattolica di Roma e al Policlinico Gemelli - resta quello di lavarsi le mani».

Frutta e verdura cruda possono essere contagiose?
Il coronavirus si trasmette dalle vie respiratorie. Ma per precauzione, viste le incertezze cui siamo di fronte, può avere senso fare attenzione ai cibi crudi. «Lavare l’insalata tre volte, lasciandola a bagno alcuni minuti è sufficiente a eliminare i virus, che nell’acqua trovano un ambiente ostile», consiglia Maga. Dove si mangia e cucina, è utile tenere le superfici pulite, prima ancora che disinfettate. «Negli ambienti sporchi i microbi si nascondono meglio. I disinfettanti potrebbero non raggiungerli» dice Laurenti. Facendo la spesa, si rischia di toccare oggetti contaminati (in Cina nella fase più acuta si misero in quarantena perfino le banconote). Per evitare rischi, resta il consiglio di non toccarsi il viso e lavarsi le mani appena possibile.

fonte: Repubblica

2020/03/17

Bye Bye Europe!



Nulla sarà più come prima. Sono bastati due giorni per sfaldare due istituzioni. L’Europa di fatto non c’è più. Le dichiarazioni della Lagarde, che alla guida della BCE ha scatenato il più pesante domino negativo della finanza internazionale, ma soprattutto italiana degli ultimi 80 anni, ne hanno segnato la fine.

I crolli in Borsa stanno esponendo a rischi sempre più forti le aziende del nostro Paese.

Provate dal Coronavirus, distrutte dalla finanza. Hanno perso capitalizzazioni importanti e rischiano di essere acquisite con maggior facilità. Non dimentichiamo la storia.

Con la Lagarde alla guida del Fondo Monetario Internazionale la Grecia è stata fatta a pezzi e svenduta soprattutto ad aziende tedesche.

Che si voglia fare la stessa cosa con l’Italia?Approfittare del momento di difficoltà, approfittare del fatto che il Paese non abbia risorse ma solo debiti per fare dell’Italia ciò che è stato fatto della Grecia? Ma l’Italia non è la Grecia. L’Italia ha risorse economiche private e risorse imprenditoriali capaci di dare risposte forti, in ogni settore.

Questa Pandemia sta creando sempre più distanza dove non c’era prima e sta creando spaccature sempre più profonde lì dove distanza c’era già. La sta creando tra le persone, la sta creando tra le nazioni.

E con la Germania vicinanza non c’è mai stata. La Germania appunto. Se l’Europa non ci sarà più sarà anche per l’atteggiamento d’ostruzione da parte della Germania nel congelare all’interno dei suoi confini le mascherine necessarie soprattutto ai medici che lottano in corsia, nei centri di terapia intensiva, contro una malattia di cui non conoscono la cura, contro una malattia che sta minando la salute ed uccidendo tanti operatori del settore.

Come si fa ad accettare tutto questo? Sembra un episodio marginale, ma non lo è. L’Italia è stata presa d’assalto da un nemico invisibile di natura virale, l’Italia è stata invasa e nessuno, ancor meno tedeschi e francesi, si sono posti il problema di supportarla contro un nemico che ora è entrato anche nelle loro case, nelle loro famiglie, nei loro ospedali.

L’Europa non c’è più. O non c’è mai stata. L’Europa che ha fatto di tutto per salvare le banche, soprattutto quelle tedesche, francesi, spagnole, portoghesi, irlandesi, olandesi, inglesi e scandinave e che invece ha preteso massima austerità e rigore quando è stato il momento di far saltare le banche di casa nostra.

Il Bail-in, in Italia, è stato applicato ancor prima che entrasse realmente in vigore. Quanti miliardi di risparmi hanno preso il volo con i fallimenti di Banca Popolare dell’Etruria, Carichieti, Cariferrara, BancaMarche, Popolare di Vicenza e VenetoBanca? Quante pressioni sono state fatte contro Carige, MontePaschi e Popolare di Bari?

Ed invece cosa succede ai colossi bancari tedeschi dai piedi d’argilla? Basta con quest’Europa. Un’ Europa che ha messo sul piatto dei salvataggi bancari e dell’Euro la somma straordinaria di 3600 miliardi, si avete capito bene tremilaseicento miliardi e che in pratica, non ha messo nulla sul piatto molto più importante dettato dall’urgenza di salvare migliaia di vite oltre che l’economia di un intero Paese.

Come si fa a pensare che l’Europa dopo tutto questo ci possa ancora essere? C’è voluto l’intervento-toppa di Ursula Von Der Leyen a ridare un pizzico di fiducia ai mercati, dopo la sciagurata conferenza stampa di Christine Lagarde che aveva annunciato di non essere in grado di poter entrare negli affari che riguardano lo spread dei singoli Paesi. Perfino Mattarella si è sentito in dovere di richiamare l’Unione Europea ai suoi valori di solidarietà.

Ma finora si sono sentite solo parole, inutili parole, futili parole. Servono respiratori, letti, mascherine, guanti, anti-contaminazione, basta con le parole. L’Europa non c’è più. L’Europa dell’austerity tedesca, la stessa austerity che ha portato i tagli alla sanità italiana e che ora è costretta a combattere una guerra sempre più difficile da sostenere.

L’Europa non c’è più. Ma non c’è più il governo italiano. Ieri è stato esautorato dalla decisione di Fontana di prendere con se Bertolaso.

2020/03/16

La psicanalisi ai tempi del Coronavirus



Ecco una storia su cui ragionare. Abbiamo un sogno, il sogno di una paziente della dottoressa von Franz, che in queste notti sta facendo più o meno l’intera umanità. Marie-Louise von Franz (1915-1988) era una psicanalista svizzera , allieva di Jung con cui lavorò oltre vent’anni. Studiò le fiabe, le visioni e, più di ogni altra cosa, i sogni. Tra i tanti che racconta c’è questo, fatto da una donna considerata terminale, a cui i medici avevano tuttavia garantito: “Andrà tutto bene”. 

La donna sognò che il suo orologio si era fermato. Lei l’aveva portato dall’orologiaio, ma lui l’aveva osservato e gliel’aveva restituito scuotendo la testa e dicendole che non poteva più essere riparato. Prima ancora che la dottoressa von Franz potesse interpretare il sogno, fu la paziente a farlo: “Parla chiaramente dell’esito della mia malattia”. 

La dottoressa la ascoltò in silenzio, senza contraddirla. 

Ha raccontato questa storia quindici anni più tardi, intervistata per un documentario trasmesso da una tv canadese. 
Alla fine ha aggiunto: “Quella donna è ancora viva. Incredibile. La mia spiegazione è che il sogno della fine abbia provocato uno choc alla sua mente, le abbia fatto affrontare il problema, causato una reazione, l’abbia salvata”. 

O forse avevano ragione i medici. Tra orologiai disperati e dottori compassionevoli, o viceversa, a noi tocca svegliarci, reagire e poi raccontarlo fra quindici anni.