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2025/03/01

Un burino alla Casa Bianca



C’è un aspetto di questo incontro che passerà alla Storia che in pochi stanno considerando. A me che ci lavoro con le lingue e che passo la vita a mediare tra culture mi è parso subito evidente:
l’inglese di Zelensky è buono, ma non è eccellente. 
Ho guardato tutti e 50 minuti. Fatelo anche voi. Farsi un'idea di come stiano le cose è un dovere, oggi più che mai.

Trump esordisce così: “è un onore avere qui il Presidente Zelensky, ci conosciamo da molto tempo e abbiamo lavorato bene in passato e continueremo a farlo, apprezziamo il suo lavoro. Abbiamo parlato con Putin e siamo pronti a una negoziazione”.
Zelensky ricambia, con tono molto sommesso elogia Trump e dice che se riuscirà a fermare Putin, questa cosa dovrebbe essere affissa sulle mura della Casa Bianca. Questo esordio già di per sé preannuncia che Zelensky non crede molto nell’impresa.

Dopodiché Zelensky comincia a mostrare foto dei prigionieri ucraini per mostrare quanto sia cattivo Putin.
Trump continua a insistere che lavoreranno per il “cessate il fuoco”, Zelensky continua a dire che sarà impossibile, perché Putin non manterrà la parola.
Trump dice che con lui, invece, Putin manterrà la parola.

Ora, se io fossi Zelensky, visto che c’è la stampa davanti, e quindi il mondo intero, stringerei la mano di Trump, mi direi fiducioso sul suo operato, saluterei e andrei via.
Invece no. Purtroppo l’incontro va avanti.
Zelensky dice che anche con Trump, in passato, Putin non ha mantenuto la parola. Che per ben 25 volte, Putin ha firmato accordi che non ha rispettato.

Da qui in poi si peggiora soltanto. Zelensky comincia uno sproloquio infinito di parecchi minuti in un inglese che peggiora sempre di più, accusa Putin di non volere la pace, perché, testualmente “Putin ci odia” e non rispetterà l’accordo con Trump, è una cosa che si può solo sperare. E non rendendosi contro che ha appena dichiarato davanti a tutta la stampa americana che Trump non verrà rispettato, non capendo che quel suo inglese alle orecchie degli americani suona come un grattare sulla lavagna, arriva al delirio affermando che Putin dovrà pagare tutti i danni perché la guerra l’ha cominciata lui.

È finita. La stampa presente comincia a prendere in giro Zelensky. Del perché lo comincino a trattare in quel modo potrei scriverci un trattato di antropologia. Ve lo risparmio dandovi come immagine Christian De Sica che col calzino bucato sale sulla barca dei ricchi.
Zelensky appare d'improvviso così, come un poveraccio venuto col cappello in mano, che vorrebbe però dire agli americani cosa debbono fare.

Non è un caso che addirittura gli chiedano perché non si sia degnato di indossare un abito decente. Persino qua, ad onor del vero, Trump lo difende dicendo che a lui piace molto come sta vestito.
Zelensky si innervosisce e comincia a perdere la bussola.
Diventa tutti contro uno.
Incalzato da vicepresidente Vance, che molto aggressivamente ma a questo punto anche giustamente gli fa presente che si sta provando la diplomazia e che è inutile continuare a dire che Trump non riuscirà, Zelensky risponde con saccenza, chiedendogli se sia mai stato In Ucraina, come a dire “che ne sai tu dei problemi nostri”.

Qui la faccenda diventa personale. Trump sta per perdere la pazienza, Vance a quel punto gli ricorda la partecipazione di Zelensky alla Convention dei democratici durante la campagna elettorale americana.
Il cortocircuito, i 20 secondi diventati celebri, quando Trump cioè interviene e parla di Terza guerra mondiale, accade qui e sono convinto sia avvenuto per il clima instaurato e per una ulteriore incomprensione linguistica.

A proposito della guerra Zelensky dice: “durante una guerra tutti hanno problemi… anche voi ne avrete, ma avete un bell’Oceano…”
Trump (lo interrompe): “non ci dire cosa avremo e cosa sentiremo, non sei nella posizione di saperlo”.

Da adesso in poi sapete già tutto. Zelensky prova a dire che non intendeva dire che l’America avrà problemi, ma che sentiranno anche loro l’effetto della guerra. Non importa. Alle orecchie stanche di Trump e dei presenti è arrivata la frase spocchiosa di Zelensky che sta dicendo al mondo “avrete problemi anche voi”. Certamente Trump è un cafone. Certamente l’atteggiamento di superiorità di certi americani è insopportabile.

Ma Zelensky è stato presuntuoso, semplicemente. O ingenuo. Entrambe due le cose sono preoccupanti.

Sei a casa loro, sei in minoranza, tieni di fronte le telecamere di tutto il mondo, per quale motivo non capisci che è fondamentale che tu esprima tutto quello che vuoi con precisione nella tua lingua madre? Non vai all’incontro più importante della tua vita e della vita del tuo popolo senza avere la certezza di saper gestire il confronto. Chi oggi elogia Zelensky, dicendo che è stato bravissimo a non perdere il controllo davanti alle provocazioni di Trump, non sa di cosa parla.

La mia opinione è che se Trump e Putin trovano un accordo, Zelensky ha finito di fare la star. Magari si è sentito così davanti ai media americani, mentre provava il suo show.

Peccato che questo non fosse il Saturday Night Live.

2025/02/15

UCRAINA, CHI GUADAGNA DALLA GUERRA






Avete presente Jens Stoltenberg, il mitico norvegese ex segretario generale della NATO, quel tizio con gli occhialini e il piglio da duro che per due anni e mezzo ha quotidianamente scaldato i cuori occidentali, tutto infervorato per la guerra in Ucraina sottolineando la assoluta necessità di fornirle nuovi armamenti e mettere altre più dure sanzioni alla Russia, specialmente in campo energetico perché – diceva – “La libertà non ha prezzo!”

Mr. Stoltenberg è ora il nuovo Ministro delle Finanze della Norvegia paese che – guarda che combinazione - ha le più vaste riserve di petrolio e gas naturale del continente dopo la Russia e che ha contribuito a compensare parte del crollo delle forniture di Putin a quest’Europa assetata di energia. Altruismo? Non solo visto che se il costo del gas sale sul mercato internazionale chi lo vende ci guadagna e la Norvegia in questi tre anni di guerra di profitti energetici ne ha lucrati, eccome, perché man mano che forzatamente diminuiva la quota di gas russo serviva quello “alternativo”, in primis quello norvegese che in Europa è quasi a portata di mano.

Se fra il 2021 e l’anno scorso gli acquisti di metano scandinavo sono infatti cresciuti, come volume, solo del 5,8% totale (questo secondo la banca dati del Centro studi Bruegel di Bruxelles) il costo di quel gas sul mercato è letteralmente esploso. Siamo passati da una media di 15,9 miliardi di euro di fatturato all’anno (periodo 2016-2020) a un incasso di 74,3 miliardi di euro in media all’anno (tre volte la £finanziaria italiana per un paese che ha un decimo degli abitanti dell’Italia) .

E non c’è poi solo il gas, ma anche il petrolio. La “Equinor” è la società che in Norvegia ha il monopolio del settore ed è controllata per il 67% dallo Stato. Nel quinquennio precedente alla guerra in Ucraina la società ha pagato al governo norvegese 7,2 miliardi per imposte e dividendi, mentre l’anno scorso le imposte sul reddito sono schizzate a 31 miliardi, con 6,1 miliardi di dollari di dividendi, su quasi 10 miliardi di profitti totali.

Insomma, la Norvegia ha guadagnato davvero bene dall’aggressione russa in Ucraina e se per qualche trattativa fosse improvvisamente scoppiata la pace, addio guadagni. Quindi l’aggressione di Putin ha almeno fatto felice qualcuno - oltre ai fabbricanti e venditori di armi - ed è ben curioso che a capo della NATO ci fosse proprio l’esponente di un paese che dalla guerra ha guadagnato più di tutti.

Peccato poi che la Norvegia dopo aver guadagnato più di 100 miliardi “netti” ne abbia poi destinati in aiuti all’Ucraina – e questo dato è del Kiel Institute for International Economics - solo 3,5 miliardi, davvero miseri spiccioli rispetto ai lauti profitti.

In ogni paese essere il Ministro delle Finanze – chiedete a Giorgetti – è un mestiere infame, stretti tra spese obbligatorie e pregresse, limiti europei, indici di indebitamento da rispettare… Beato Stoltenberg che da ministro di problemi ne avrà invece molto meno visto che, numeri alla mano, ogni norvegese ha guadagnato dalla guerra in Ucraina oltre 20.000 dollari a testa. Insomma, la guerra è un ottimo investimento finchè dura, quindi … facciamolo durare!

PS ma tutto ciò non configura un gigantesco conflitto di interessi, almeno moralmente?

2024/12/10

Il Salame, storia e origini



Salame: la storia dalle origini del nome alla sua eccellenza

In origine, presso i romani, era insicia e salumen, nel Medioevo divenne salamem e salacca, per poi evolversi in salame per gli italiani e infine salami, in quasi tutte le lingue del mondo. Sono questi i nomi che nel tempo si sono succeduti per indicare il principe dei salumi, generalmente composto di carne suina scelta, macinata prima, speziata in vari modi poi, infine insaccata nel budello e lasciata stagionare. E ognuno di quei nomi (eccetto insicia da cui deriva però insaccato) contiene il riferimento al sale, che per il salame non rappresenta solo un ingrediente, ma una tecnica di conservazione. In realtà, non è raro che la vicenda di un nome si indentifichi con l’oggetto che descrive, ma nel caso del salame è particolarmente vero. 


Ed è una storia antichissima di saperi, sapori, contaminazioni culturali, tradizioni e innovazioni che in gran parte accompagna la storia delle nostre abitudini alimentari e della nostra civiltà nel suo complesso. In particolare, di un paese: l’Italia. In Italia, infatti, non solo si producono le più numerose varietà di salami al mondo, ma è anche dove quel tipo di preparazione ha origine e dove è diventato arte della tavola. Un’arte raffinatasi nel tempo, fatta di gusto e tecnica, che spesso associata ai suoi compagni d’elezione, il pane e il vino - il quale talvolta ne è anche ingrediente -, richiama sfere più intime della vita come famiglia e convivialità.

Anche Ulisse mangiava salumi

E l’origine del salame è talmente italiana da affondare le radici della sua tradizione al tempo degli Etruschi e dei Romani, esplodere e consolidarsi nel Medio-evo, per poi differenziarsi di località in località, di campanile in campanile, dando vita a decine di preparazioni diverse, grazie a tecniche di macinatura, spezie, stagionature tra loro alternative dalle quali si sono sviluppate le attuali tipicità locali. E allo stesso tempo è una storia tanto intimamente europea da conservare tracce importanti dell’incontro tra latini e germani.

Ma procediamo con ordine e senza fretta. Il viaggio è lungo e pieno di curiosità e attraversa i millenni e un bel pezzo di Mediterraneo. Infatti, ad essere rigorosi, prima di Etruschi e Romani, già in epoca preistorica ci sono le prime esperienze di conservazione e lavorazione della carne. Ma il sale ancora non è usato: al processo di essiccazione si provvede o con il calore del sole o con quello della fiamma viva e del fumo. Il salto in avanti avviene con gli egiziani: appaiono per la prima volta dei prodotti simili agli insaccati odierni che pare fossero apprezzati anche alla corte del faraone, tanto che se ne trova una testimonianza sulla tomba di Ramsete III. Il primo a scrivere di salumi è però Omero. Siamo un paio di secoli dopo il 1000 a.C., e in alcuni passi dell’Odissea si fa riferimento a un composto a base di sangue e di grasso.

Non è, però, ancora propriamente salame come lo intendiamo oggi, almeno. Come non è forse salame quella lucanica che viene talvolta menzionata da Aristofane molti secoli dopo – siamo nel IV secolo prima di Cristo - nelle sue commedie e di cui sembra rimasto intatto solo il nome. A dirla tutta, siamo nel campo delle supposizioni e delle ricostruzioni circa gli ingredienti e le tipologie di prodotto, ma una cosa è certa: fin dall’antichità gli uomini lavorano la carne di maiale con varie tecniche per conservarla a lungo e goderne a distanza le caratteristiche e il gusto.

SPQR, la storia diventa romana

Per avere testimonianze più certe occorre spostarsi, appunto, in Italia e attendere qualche secolo, quando entrano in scena prima gli Etruschi e poi i Romani e dove probabilmente gran parte della storia del salame si gioca lungo quella via Salaria che collega Roma con l’Adriatico proprio per trasportare l’elemento essenziale per la lavorazione e conservazione degli alimenti: il sale. Ma la carne in quei salumi, pare, sia solo cotta: occorrerà molto tempo ancora perché la base del salame diventi la carne di suino cruda. Di questo, si ritrova testimonianza anche in Catone il Censore, che dedica al tema della salatura della carne suina alcuni passi di un suo famosissimo trattato, il De Agricoltura del II secolo a.C.

Cotta o cruda che sia, i romani non sembrano farsene un cruccio e i loro poeti (Orazio per dirne uno) in molte opere citano con entusiasmo quelle preparazioni, in genere riservate alle feste e ai banchetti. In quest’epoca i romani chiamano i salumi ancora insicia (che richiama l’insaccamento della carne) o botulus, Solo nella tarda epoca latina si affaccia il nome salumen, che avrà però bisogno ancora di qualche secolo per diventare il nome esclusivo delle carni suine insaccate e stagionate: al momento indica tutti gli alimenti lavorati con il sale.

In ogni caso, il salame è già diventato una consolidata tradizione italica che si è diffusa nel resto dell’Impero. Non solo: la lavorazione della carne di maiale sviluppa in Italia anche altre specialità come il prosciutto, che pare abbia sedotto Annibale, e la mortadella, nell’allora Bonomia, ovvero Bologna. La passione dei romani per i salumi si ritrova ancora oggi nella toponomastica capitolina: il nome di via Panisperna - sede del gruppo di fisici guidati da Enrico Fermi - significa pane e prosciutto, rispettivamente panis e perna in latino.

Un salame barbaramente buono

Roma decade e l’Impero si trasforma in tante entità nazionali, di stampo cristiano e latino-barbarico. L’Italia, dopo gli Ostrogoti, diventa la casa dei Longobardi che provano a unificarla in un solo regno. Di mezzo c’è il Papato e quell’unione non “s’ha da fare”. Ma i Longobardi uniscono l’Italia in modo diverso: sotto il loro regno si diffondono lungo la penisola dei procedimenti che rinnovano l’ormai secolare tradizione della lavorazione della carne. E la vera novità è che si trova il modo di trattare e conservare in sicurezza anche la carne cruda.

Con l’intensificarsi del consumo di maiale, che allo stato brado è molto diffuso nei boschi europei, iniziano a profilarsi le zone a maggiore vocazione salumaia, che forse non a caso, coincidono con quelle a maggiore presenza longobarda: Sannio, Umbria, Pianura padana, in particolare Lombardia ed Emilia. In quest’epoca inizia, così, a emergere in maniera più spinta la tendenza alla differenziazione delle lavorazioni e degli ingredienti. I salumifici dell’epoca sono i conventi e le grange – la versione medioevale delle aziende agricole: è lì che convergono le carni provenienti dal circondario.

Per indicare il salame si usa ancora la generica parola latina salumen. Ma i tempi corrono veloci e, tra alti e bassi, dopo il Mille il consumo di carne suina e di pesce nordico aumentano. Tanto da rendere necessario distinguere il baccalao – ovvero il merluzzo salato – dalla carne di maiale. Si afferma il nome salamem, affiancato da salacca. Secondo alcuni, l’originaria comunanza del nome spiegherebbe perché nell’italiano familiare sia salame sia baccalà indichino bonariamente uno sciocco. La salatura, infatti, conferirebbe quella rigidità tipica dei meno intelligenti, conservandone l’intima bontà.

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