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2013/04/08

Risparmio energetico? No grazie!




Titolo emblematico che deve far riflettere. Sembrerebbe che agli italiani il risparmio energetico non interessi poi tanto. A parole forse si, non nei fatti.

Tutti parlano e straparlano di efficienza energetica, in Italia, ma i fatti sono ancora decisamente troppo pochi. Anzi, per l’ennesima volta siamo costretti a guardare a quei politici che ci rappresenteranno in Parlamento quando un governo verrà finalmente varato, affinché confermino e rendano davvero efficace il 55% di sgravio fiscale per l’efficienza energetica sugli edifici e non ridurlo come previsto dalla legge di bilancio al 36%. Il successo enorme degli sgravi fiscali del 55% per l’efficienza sugli edifici, per esempio, è sempre destinato ad autodistruggersi entro un certo periodo di tempo, ed è stato minato anche dall’innalzamento degli sgravi per le ristrutturazioni in generale: quale cittadino sceglierebbe di dover dimostrare i propri interventi di efficienza energetica per avere un 55% di sgravi fiscali quando può, molto più facilmente, accedere al 50%?


Lo spreco energetico costa al nostro Paese almeno 20 miliardi di euro in un anno, cioè 516 euro a famiglia. Lo dicono le agenzie per l'energia e associazioni delle imprese. In particolare un rapporto di fine 2012 indica che non solo siamo i primi importatori di elettricità al mondo, con la conseguenza che il costo per l'utente italiano è il doppio di quello sostenuto da un francese e il triplo degli svedesi, ma che deteniamo anche la maglia nera europea per la poca attenzione riservata a riciclaggio e fonti alternative.

Come se non bastasse deteniamo anche il record europeo della tassazione sui consumi energetici. "La spremitura di famiglie e imprese tocca la ragguardevole cifra di 31 miliardi di euro l'anno, la più alta d'Europa. E il risparmio energetico pur con grandi passi verso l'efficienza ancora fatica a essere considerato in particolare dalle famiglie italiane.

Sembra un controsenso, lo capisco, se da una parte si ricorre maggiormente alle energie rinnovabili com'è possibile che tutto sommato il divario non si riduce? Perchè gli sprechi sono ancora troppi, va cambiato il sistema, vanno cambiate le forme di produzione e vanno cambiate certe regole di certe amministrazioni pubbliche. Parlo di Comuni, di Province, di Regioni. In particolare quelle amministrazioni di piccoli comuni, con evidenti problemi di bilancio, tendono a non mettere in pratica le azioni di base per arrivare al risparmio. 

Un esempio su tutti: La spesa annuale dei comuni italiani per l’illuminazione pubblica ha superato il miliardo di euro. Più le manutenzioni. Il 95% delle luci utilizza sistemi inadeguati che disperdono inutilmente verso l'alto il 45% della luce erogata, mentre i nostri lampioni, da soli, ne disperdono circa il 30%. I sistemi sono ancora vecchi, molto energivori. I Comuni che utilizzano illuminazioni a led sono ancora pochi, nemmeno le grandi città ne fanno un uso generalizzato, ma lì incidono anche bilanci mostruosamente in perdita, grandi problemi da risolvere prima di modificare l'illuminazione stradale. I piccoli comuni invece sarebbe favoriti in questo ma non si adeguano. Adeguate misure di ammodernamento degli impianti, farebbero risparmiare fino al 40% dell'energia. 

Poi ci sono i paradossi: il fabbisogno energetico è di 198 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio, mentre il consumo effettivo e di 146". Secondo il rapporto l'80% delle famiglie italiane lascia regolarmente sei elettrodomestici in standby, con sprechi che riguardano soprattutto lo scaldabagno (20%), il frigorifero (18%) e l'illuminazione (15%). Solo il 5% delle case e dei negozi infatti utilizza lampade a risparmio energetico, che permettono un risparmio fino al 73% della spesa elettrica. Che senso ha invocare le energie rinnovabili come panacea per ridurre i costi se poi gli sprechi sono costanti e non accennano a diminuire? Sono indice di cattive abitudini che gli italiani, pur nella crisi finanziaria che grava sul paese, non accennano a perdere.

Se a queste accortezze si aggiunge anche il riciclaggio di carta e plastica, la bilancia italiana degli sprechi si alleggerirebbe di altri 60 milioni di euro all'anno: "produciamo 300.000 tonnellate di plastica con 430.000 di petrolio ovvero circa 3 milioni di barili, eppure potremmo arginare queste spese se risparmiassimo energia.

Per questo si chiede un'azione concreta ai politici "per estendere solare e fotovoltaico, geotermia e mini idro, lasciando gli incentivi al 55% per le piccole e medie imprese senza ridurlo al programmato 36% e magari incrementarlo fino all'80% per le famiglie”.

Nonostante sia sia fatto molto ancora siamo lontani dai livelli di risparmio programmati secondo un piano che prevede una riduzione dei consumi nell'ordine di 14 miliardi di euro annui entro il 2016. 

Ma questa Italia ancora non ha ancora capito dove sta andando?


2013/04/06

Questa notte ho fatto un sogno

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Questa notte ho fatto un sogno,



ho sognato che camminavo sulla sabbia accompagnato dal Signore, e sullo schermo della notte erano proiettati tutti i giorni della mia vita.
Ho guardato indietro e ho visto che ad ogni giorno della mia vita proiettato nel film apparivano orme sulla sabbia: 
una mia e una del Signore.

Così sono andato avanti,
finchè‚ tutti i miei giorni si esaurirono.
Allora mi fermai guardando indietro,
notando che in certi posti c'era solo un'orma...
Questi posti coincidevano con i giorni più difficili della mia vita: i giorni di maggior angustia,
di maggiore paura e di maggior dolore...

Ho domandato allora:
"Signore, Tu avevi detto che saresti stato con me in tutti i giorni della mia vita, ed io ho accettato di vivere con Te, ma perché‚ mi hai lasciato solo proprio nei momenti peggiori della mia vita?".

E il Signore mi ha risposto:
"Figlio mio, io ti amo e ti dissi che sarei stato con te
durante tutto il cammino e che non ti avrei lasciato solo
neppure per un attimo, ebbene non ti ho lasciato...
I giorni in cui tu hai visto solo un'orma sulla sabbia,
sono stati i giorni in cui io ti ho portato in braccio".

2013/04/05

Scrivere per vivere o vivere per scrivere?

Scrivere per vivere o Vivere per scrivere?






















Scrivo su questo blog da quasi otto mesi, ho totalizzato oltre 15,642 visite (fotografia al momento di scrivere questo articolo, 6 Aprile 2013). Da qualche settimana mi interrogo sul senso della mia attività online, su questo spazio virtuale che evidenzia quella necessaria voglia di esternare i miei pensieri verso un prossimo che legge e approva e anche se non approva vorrebbe leggere e godere dei miei pensieri a volte paranoici e non so nemmeno io se sono in linea o completamente fuori registro.

Ho sempre fatto il possibile per mantenere una certa regolarità nella produzione di contenuti: volevo provare a dire la mia ogni volta su temi che mi interessavano maggiormente. Io non sono un giornalista, ho un altro lavoro e lo scrivere è una passione, quasi totalmente gratuita. Per cui è bastato ritrovarmi davanti a un’immensa mole di lavoro ‘tradizionale’ per dover riconsiderare la mia costanza. In queste condizioni è impossibile dire sempre qualcosa di intelligente, utile e di qualità. Sono quasi ossessionato da questi due concetti: utilità e qualità. Se non hai qualcosa che serve a qualcuno o a qualcosa forse è meglio non dire nulla.

Non ho rinunciato, però, alla scrittura, scrivo quando posso e quando sento delle emozioni che mi impongono di esternare il mio pensiero. Leggo e scrivo e in questo ho trovato ulteriore conforto a supporto delle mie sensazioni: ci sono molti concetti che è inutile ri-scrivere.  Lì fuori, tra media tradizionali, giornali e online, ci sarà sempre qualcuno che ne saprà più di te su qualsiasi argomento. 

Bisognerebbe scrivere qualcosa solo quando è un valore aggiunto nella discussione pubblica. E allora sempre più spesso mi chiedo: che senso ha scrivere? Non sarebbe meglio condividere i contenuti di altri? Non c’è già troppo rumore nella Rete?
La ‘semplice’ condivisione, allo stesso tempo, non risolve il problema: non per il gesto, che di per sè ha un elemento meraviglioso di generosità, quanto per la sua utilità relativa. Ha senso, ad esempio, retweetare qualcosa di cui già hanno parlato tutti, specie se non si ha nulla (di originale) da aggiungere?

A me pare che la websfera italiana al momento non funzioni così. Tutti noi, blogger, giornalisti, opinion leader digitali tendiamo a pendere dalle labbra dell’attualità, del quotidiano, del ‘tempo reale’. Quando c’è una notizia che ‘fa opinione’ non è difficile leggere decine, centinaia di post e commenti, spesso uniformi in modo stucchevole. Davanti agli occhi del lettore medio, spesso stanco o comunque poco desideroso di leggersi intere bibliografie ogni volta, si presenta un muro di opinioni indifferenziate che spesso provengono da illustri sconosciuti. Il risultato, verosimilmente, è l’adozione di un atteggiamento conservativo da parte del pubblico: meglio leggere chi già conosco.

L’altro pericolo che io sto riscontrando è ‘la corsa al click‘: quando succede qualcosa, qualsiasi cosa che possa essere considerata notizia, assistiamo alla produzione di post già pochi minuti dopo la prima agenzia o il primo tweet che ne parla. Questi post, spesso, sono poco più che fotografie dell’accaduto, senza analisi. Un esempio di metanarrativa dell’agenzia di stampa: ne avevamo davvero bisogno?
Credo che tutto ciò sia naturale e largamente comprensibile: si fa per poter essere rilanciati per prima online, per costruirsi una propria popolarità, per poter dire di aver dato la notizia, salvo poi lamentarsi se il grande giornale ne parla in modo più diffuso due ore dopo, magari con annessa e spesso inverosimile accusa di essere stato copiato.

Più passerà il tempo, più ognuno di noi dovrà porsi un problema: scrivere sempre per essere visibili o scrivere solo quando si ha qualcosa di interessante da dire, con il rischio di finire dimenticati e perdere parte del proprio pubblico?
Io, nel mio piccolo, proverò a seguire la mia strada, aggiungendo una terza via: scrivere di più nei weekend, d’estate, quando gli altri sono in vacanza: quando ci sono meno voci a parlare forse si è più utili anche quando non si è straordinariamente brillanti. Scrivere delle mie idee, sogni o emozioni, scrollandomi di dosso le consuetudini, le mode e le richieste della gente, scrivere quello che sento e non necessariamente quello che vorrebbero sentirsi dire i miei lettori.

Perché c’è sempre un pubblico che ha voglia di informarsi e ha la possibilità di farlo online. E che merita di essere informato con la stessa qualità sette giorni su sette, 24 ore su 24.


Gli animali soffrono

Un lontano ricordo di libertà, la voglia di correre senza imposizioni,
senza catene, senza torture è tutto ciò che tiene questi animali vivi.
È giusto costringere animali in circhi e zoo o sagre popolari solo per potersi divertire?

Animali tenuti imprigionati, lontani dal loro habitat naturale, obbligati a compiere perfomance assurde, con l’unico scopo di strappare un sorriso (e qualche euro) a qualcuno. Circhi, sagre e zoo rientrano nell’idea, inculcataci sin dalla nascita, che gli esseri umani abbiano il diritto di appropriarsi della vita di un individuo, strapparlo alla sua famiglia e alla sua casa, manipolarlo, imprigionarlo, torturarlo e infine ucciderlo, per ottenerne il miglior tornaconto, che si tratti di cibo, divertimento, moda o qualche finanziamento a scopo “scientifico”.
L'addestramento degli animali del circo comincia fin da piccolissimi
e è mirato a strappare da loro ogni comportamento naturale,
per piegarli alla volontà dei circensi, tramite la costante minaccia
della morte da percosse

Si tratta forse proprio di una delle più eclatanti forme di sfruttamento degli animali, proprio perchè stravolge l’intera vita di esseri viventi solo per soddisfare la curiosità di qualcuno di osservarli, avvicinarli, divertirsi vedendoli fare cose “ridicole” o pericolose performance.



Chi davanti a un orso che balla, una tigre che si getta in un cerchio infuocato o un elefante che fa la verticale riesce davvero a fingere di non sapere che questo non può essere che il risultato di un ammaestramento crudele?
Obbligati a compiere esercizi contro natura, costretti a “recitare” anche se stanchi o malati, abbagliati dai riflettori, frastornati dal clamore della folla: ciò accade solo perché gli animali sono impauriti dalla frusta e dalla presenza del pungolo d’acciaio che ricordano loro il dolore subito durante l’addestramento.

Il terrore, il dolore, la prigionia e la noia sono le costanti che accompagnano la vita di ogni animale prigioniero del circo fino alla morte

Numerose testimonianze raccontano di cani chiusi in minuscole gabbie per tutta la giornata; elefanti legati costantemente per due zampe e “svuotati” prima di ogni spettacolo perchè non evaquino in pista; cavalli costretti a lavorare anche se malati o feriti; leopardi legati ai due lati della gabbia e pungolati alla gola per ore e ore con un forcone finchè non imparano a stare seduti sulle zampe posteriori; animali vecchi e logori che, dopo un’eternità trascorsa a servire l’uomo, vengono ceduti ai laboratori di vivisezione.




Anche le "innocenti" ricorrenze popolari e religiose sono spesso l'occasione per organizzare sagre, palii e altre manifestazioni crudeli durante le quali cavalli, asini, anatre, oche, tori, mucche, buoi, capre, e altre specie animali sono sottoposte a crudeltà e abusi. Al riparo della tradizione, gli animali si frustano, si sovraccaricano, si usano come bersagli, si obbligano a correre su percorsi accidentati e pericolosi, si forzano a trascinare carretti. 


Nessuna tradizione può giustificare lo sfruttamento e il dolore dei più deboli, né le torture o le sevizie possono essere considerate un patrimonio culturale da tramandare alle generazioni future. Costituisce un passo fondamentale ed indispensabile giungere a considerare gli animali come in realtà sono: esseri senzienti e consapevoli, capaci di provare, come noi, emozioni e dolore. 

L'abitudine al considerare gli animali degli oggetti e non esseri viventi
che soffrono innaturalmente, accresce, nei bambini che assistono
al circo, l'abitudine a non prendere in considerazione il dolore altrui

Ogni anno, si svolgono in molte parti del mondo, anche in Italia, fiere e palii che sfruttano gli animali per fare spettacolo. Per una ragione che mi è sconosciuta, l'uomo crede di far ridere se nello spettacolo si aggiunge un animale che non gradisce determinate situazioni, non gradisce i giochi a cui viene sottoposto suo malgrado, non gradisce di essere ridicolizzato in virtù di uno spettacolo a solo uso e consumo di altri bipedi che urlano, picchiano, insultano.


Il cosiddetto Palio vale a dire una manifestazione popolare "di amicizia, solidarietà e incontro"; trasforma gli animali in veicoli di divertimento, nella fattispecie a cadere nelle braci sono spesso gli asini. E non mi limito a criticare solo le corse degli asini, ma tutto il sistema di fiere e spettacoli, lo stesso che porta a tramandare le corse dei cavalli in un anello in una nota piazza, con il fondo lastricato di pietre, scivoloso come il marmo bagnato dove le povere bestie spesso rompono zampe e zoccoli se non di peggio.

Non credo che i quadrupedi protagonisti di queste presunte "feste" si divertano molto: li abbiamo visti anche alla tv, nervosi, irrequieti, chiaramente a disagio nel bel mezzo della folla urlante alla quale non sono abituati. Come si sentono questo animali condotti contro la loro volontà a misurarsi in una corsa che non li vede protagonisti. Lo sappiamo benissimo, il protagonista sarà sempre il fantino o cavaliero o gonzo di turno che le cavalca, per far ridere, piangere o sognare, non importa se tutto questo sia ragionevolmente lecito, l'importante sembra sia lo spettacolo a discapito dei nostri poveri animali che non apprezzano affatto.

Posizioni innaturali e dolorose, suoni e luci frastornanti, la costante minaccia
della frusta e del bastone. Il circo, per gli animali, è un incubo che nemmeno
possiamo arrivare a capire

È giusto, in nome della tradizione e del divertimento, sottoporre gli animali a simili crudeltà e abusi? Ci siamo mai chiesti che senso ha ridicolizzare, deridere, sfruttare, malmenare, sopraffarre, obbligare a azioni che vanno contro la loro natura con la solita prepotenza tipica della specie umana gli aimali che non condividono questa nostra attitudine?


Il mio cane, un Fila Brasileiro di dieci anni, tutte le volte che dobbiamo partire per andare in qualche Paese diverso dal solito, si nasconde, cerca un luogo dove difficilmente, crede lei, possiamo vederla, aborrisce i viaggi, gli spostamenti, questo sradicarla dalle sue abitudini, dal calore di una famiglia e di una casa che ama. E purtroppo siamo costretti a volte a questa violenza, facciamo sacrifici per non privarla del nostro affetto che, almeno inizialmente, lei non comprende.

Oltre agli spettacoli, la vita degli animali nel circo si riduce a questo: una prigionia forzata senza nemmeno la possibilità di muoversi

Anche i cani, gli asini, i cavalli, le mucche, i leoni, gli elefanti, i coccodrilli, le pantere, gli agnelli e finanche gli uccelli che noi costringiamo in gabbie anguste sono esseri senzienti e consapevoli, con le loro emozioni, i loro sentimenti, le loro paure, capaci come noi di provare dolore e sconforto. E non dimentichiamoci di quegli animali costretti a esercizi cruenti nei circhi, a quelli ridicolizzati a eseguire esercizi per far ridere i bambini, e sono anche contro certi zoo dove gli animali sono costretti in gabbie, fiere da condannare a una vota da reclusi solo per mostrare al mondo "l'effetto che fa" come cantava il grande Jannacci scomparso recentemente.


No cari signori, non s'ha da fare, dobbiamo metterci in testa che il pianeta non è tutto nostro ma anche loro, che sono la maggioranza, che sono sulla terra da milioni di anni prima di noi, che hanno saputo adattarsi all'ambiente e anche all'uomo per vivere al suo fianco, per convivere, non per essere maltrattati o uccisi in nome non già di un sacro bisogno di vivere, di nutrimento, ma solo in quello del divertimento.

La tigre, animale fiero e maestoso, oppone una strenua resistenza all'addomesticamento. Per questo, nei suoi confronti, si usa una violenza particolarmente truce, fino a far sì che non possa far altro che essere umiliata davanti a una manciata di spettatori incapaci di provare la minima empatia

Sono consapevole che la stragrande maggioranza dell'opinione pubblica non la pensa come me, anzi mi prenderà per fanatico e estremista quando evidenzio questi deplorevoli atti di violenza contro il mondo degli animali, qualcuno potrebbe anche dire che "con tutti i bambini che muoiono di fame nel mondo" stai a pensare agli animali, l'ultimo nostro problema.

E invece no, non si tratta dell'ultimo nostro problema ma del primo. Io non ci stò gridava un vecchio presidente della repubblica pescato con le mani nel sacco delle mazzette che giornalmente riceveva, e neppure io ci sto (non le mazzette che per conto mio non so nemmeno cosa siano, nel senso che non ne ricevo) ma in quello del voler maltrattare gli animali e trarne felicità

Non riesco proprio a stare zitto, non tacerò mai fin quando gli animali saranno sottoposti a crudeltà e abusi, a torture e angherie, di qualunque natura essi siano.

È ora di dire basta a queste cose, è ora di smetterla di pensare che l'uomo può tutto sulla natura e sugli animali. Dal canto mio sarò sempre pronti a difendere i più deboli, sarò sempre schierato dalla loro parte; loro sono i senza voce, possono contare solo sulla nostra per guadagnarsi un minimo di dignità.

E per finire non potevo che parlare di Violenza.
Come si può lottare per rimuovere la violenza insita negli individui se questa la si trasmette attraverso manifestazioni solo all'apparenza non violente? Con i circhi in particolare, ma anche con gli zoo noi non ci rendiamo conto che eduzhiamo i nostri figli alla violenza.

Un argomento da non sottovalutare è il fatto che il pubblico privilegiato dei circhi è chiaramente rappresentato dai bambini, accompagnati dai loro genitori ad assistere ad uno spettacolo di molestie e abusi. L'abitudine al considerare gli animali degli oggetti e non esseri viventi che soffrono innaturalmente, accresce, nei bambini che assistono al circo, l'abitudine a non prendere in considerazione il dolore altrui.
Il terrore, il dolore, la prigionia e la noia sono le costanti che accompagnano la vita di ogni animale prigioniero del circo fino alla morte

Se le loro naturali emozioni di disagio in risposta alla vista di un animale in difficoltà si scontrano con l’allegria dell’adulto di riferimento, i bambini saranno letteralmente educati a rimuovere le loro istintive reazioni e adeguarsi a quelle “richieste”. Ne consegue un apprendimento graduale dell’insensibilità, della rimozione dell’empatia, del non riconoscere nell’animale un altro essere vivente che prova dolore ed emozioni esattamente come l’animale umano. Si insegna a ritenere normale il dominio del più forte sul più debole.

Nella mente del bambino si crea una sovrapposizione tra ciò che vede e l’atmosfera di allegria che lo circonda. E così impara che evidentemente quello che sta vedendo deve essere divertente, si abitua a non cogliere la sofferenza degli animali anche laddove i segnali di irrequietezza, tristezza, noia o terrore sono evidenti. Si abitua a rispondere con la gioia e il divertimento alla vista dell’altrui disagio: viene messo in atto un vero e proprio processo di negazione di ciò che si vede.

Lo sviluppo dell’empatia è invece fondamentale per il bambino sin dalla prima infanzia: la capacità di individuare e riconoscere i sentimenti propri e altrui gli permette di apprendere a strutturare il proprio comportamento rispettando le esigenze dell’altro.

Tali spettacoli hanno la responsabilità di indurre nei bambini la formazione di atteggiamenti antiempatici o indifferenti, durante una fase evolutiva in cui l’educazione alla comprensione e al rispetto del sentire dell’altro dovrebbe essere un momento formativo essenziale.


Ci sarebbero meno bambini martiri se ci fossero meno animali torturati, meno vagoni piombati che trasportano alla morte le vittime di qualsiasi dittatura, se non avessimo fatto l'abitudine ai furgoni dove gli animali agonizzano senza cibo e senz'acqua diretti al macello.
      (M. Yourcenar)



2013/04/04

L'angolo dell'amore


Qui ti amo.

Negli oscuri pini si districa il vento.
Brilla la luna sulle acque erranti.
Trascorrono giorni uguali che s'inseguono.

La nebbia si scioglie in figure danzanti.

Un gabbiano d'argento si stacca dal tramonto.
A volte una vela. Alte, alte stelle.

O la croce nera di una nave.

Solo.
A volte albeggio, ed è umida persino la mia anima.
Suona, risuona il mare lontano.
Questo è un porto.
Qui ti amo.

Qui ti amo e invano l'orizzonte ti nasconde.

Ti sto amando anche tra queste fredde cose.
A volte i miei baci vanno su quelle navi gravi,
che corrono per il mare verso dove non giungono.
Mi vedo già dimenticato come queste vecchie àncore.
I moli sono più tristi quando attracca la sera.

La mia vita s'affatica invano affamata.

Amo ciò che non ho. Tu sei cosi distante.
La mia noia combatte con i lenti crepuscoli.
Ma la notte giunge e incomincia a cantarmi.
La luna fa girare la sua pellicola di sogno.

Le stelle più grandi mi guardano con i tuoi occhi.

E poiché io ti amo, i pini nel vento
vogliono cantare il tuo nome con le loro foglie di filo metallico.

(Pablo Neruda)
da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/poesie/poesie-d-autore/poesia-171385?f=a:698>