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2015/01/11

#FUORIDALL€URO


Uno dei temi che agitano questo inizio d’anno è la necessità di rivedere la posizione dell’Italia sull’Euro. A destra Lega Nord e Fratelli d’Italia da tempo chiedono che l’Italia esca dalla moneta unica,  anche l'ormai mummificato Berlusconi lo afferma a mezza voce, rilanciando un diverso sistema fiscale. Al centro Grillo ha trasformato l'uscita dall'Euro nel suo cavallo di battaglia anche in vista delle prossime - quanto prossime non si sà ma si immagina - elezioni politiche.

Credo  sia ora non solo di fare chiarezza ma anche di stabilire una linea di credibilità. Il tema infatti è fondamentale e potrebbe essere un’ottima occasione per qualificare l’opposizione nei confronti del governo ma  - anche per differenziarsi dalla demagogia di Grillo – credo non sia più tempo di slogan ma di assunzione di responsabilità.

Certo il concambio iniziale verso l’Euro è stato pesante (se lo ricordi Prodi in procinto di scalare il Colle, perché ne porta la responsabilità!) ma è ora che queste questioni vadano affrontate e studiate a fondo prima in termini tecnici e solo dopo proposte ai cittadini-elettori, ma senza superficialità né sparate demagogiche che non servono a nulla: avere una piattaforma comune e credibile su questa questione sarebbe fondamentale per vincere alle elezioni.

Personalmente credo che uscire dall’Euro sia giusto, non possiamo più permetterci di continuare con “questo” sistema di moneta unica. L’Italia deve rinegoziare gli accordi europei o sarà sempre più difficile uscire dalla crisi. Siamo in un vortice malefico che ogni giorno si porta via un pezzetto della nostra sovranità già ai minimi termini. Liberiamocene o diventeremo il paese satellite della Germania come aveva tramato e voluto Hitler fin dall'inizio e non era riuscito nell'intento sia a causa di Mussolini, per una volta difensore della Patria, sia a causa dell'incapacità del baffetto germanico di attuare un piano realistico e non una sterile conquista. Non gli credeva nessuno ai tempi, non crede nessuno alla Merkel ora.

Prima di tutto cerchiamo di capire che la moneta è un mezzo di espressione economica ma non è l’aspetto più importante di una economia nazionale: è il paracetamolo con cui si affronta la febbre della crisi, ma se la febbre è arrivata per una infezione  si può ridurre la febbre, ma non si supera la malattia. 

Allo stesso modo il semplicistico sistema di proporre una uscita dall’euro, tornare alla lira e  svalutare la moneta è puerile: la svalutazione funziona come sistema di emergenza e una tantum ma alla  lunga uccide il paziente, soprattutto in una situazione economica come quella italiana legata alla dipendenza di materie prime straniere.

In realtà l’Euro, dopo il devastante impatto psicologico di aumento dei prezzi di molti beni di consumo (1 euro= 1000 lire) ha dimostrato almeno due limiti che non erano stati previsti al momento della sua istituzione: non è accompagnato da un potere unico politico-economico centrale sufficientemente forte  e non è stato pensato per i periodi di crisi. Per un pò l’allargamento dell’area-euro accompagnata da una certa espansione ha coperto i suoi limiti che però oggi vengono al pettine. 

Se infatti il “ministro del tesoro” di un ipotetico governo unico europeo fosse eletto direttamente con i voti dei cittadini portoghesi e polacchi, tedeschi e italiani non dovrebbe difendere e privilegiare il proprio attuale orto elettorale nazionale, ma dovrebbe armonizzare l’economia di tutta l’Europa, cosa che è difficile da fare oggi perché diverse sono le priorità nazionali cui fa riferimento ogni singolo stato e i relativi ministri-commissari.

L’Euro ha unito monetariamente l’Europa ma il concetto di stato unitario europeo non è andato avanti, anzi, ultimamente gli euroscettici incalzano. Il risultato è che mentre un dollaro americano è gestito in modo unico per la California come in Florida o nel Vermont, l’Euro produce effetti diversi a Helsinki rispetto a Atene, così come il dollaro non unisce New York e Costa Rica, Messico o Santo Domingo dove non comandano né Obama né la Federal Reserve.

Difficile tenere insieme economie a sviluppo variabile e moneta unica.

Ma d'altronde noi pagheremmo i debiti del nostro vicino di casa che non ha tirato la cinghia, che non rispetta i pagamenti o i piani di rientro e si fa protestare le cambiali? Tutti pensiamo prima a noi stessi, la Merkel – eletta dai tedeschi – prima pensa a loro e a sé stessa e quindi è comprensibile l’atteggiamento di Germania e paesi collegati. 
Diverso se – come è avvenuto – al mio vicino di casa i soldi li avessi prestati, non li restituisce  e vorrei quindi fossero venduti all’asta i suoi gioielli di famiglia (magari svendendoli  per far cassa) oppure in cambio volessi in pegno  proprio quei gioielli per rientrare del mio credito. 

E’ un po’ il caso dei banchieri tedeschi che prima hanno aiutato o prestato fondi a stati come la Grecia (guadagnandoci) e che prima di tutto oggi vogliono rientrare dal rischio dei propri investimenti, alla faccia dei pensionati greci che per loro  possono anche fare la fame. Se ci pensiamo, però, non è che una banca italiana si comporti diversamente con i propri clienti, quindi…

Diciamo allora che nell’area Euro tutti hanno fatto un po’ i furbi sperando che pagassero i vicini di casa. Alla lunga il sistema non funziona se troppe sono le aree di crisi e soprattutto non è chiaro chi debba comandare, così alla fine il più ricco fa la voce grossa anche perché i suoi rappresentanti pensano ai propri interessi e dopo un po’ logicamente trascurano quello dei vicini, oltretutto che non riescono da soli a uscire dai guai.

E l’Italia? Credo che stare in una moneta forte sia complessivamente un vantaggio per il nostro paese, ma per starci bisogna saperci stare e rendersi conti che i debiti vanno onorati. Debiti politici, organizzativi, burocratici. Per colpa nostra, è bene rimarcarlo, non stiamo mantenendo tutti i patti e visto che li abbiamo sottoscritti è evidente che o si cambiano o ce ne si chiede conto.

Qui c’è la politica di mezzo che non riesce, non vuole, non sa come ridurre innanzitutto la spesa pubblica, ma deve farlo sono gli eventi contingenti che la obbligano a attivarsi. Poi dobbiamo renderci conto che non possiamo più mantenere dei servizi se costano troppo, ma è evidente che se ci servono vogliamo prima ridurre quelli degli altri. La classica regola di aumentare le imposte per contenere il deficit porta a risultati opposti se la tassazione è sempre più alta e soprattutto vale solo se tutti le pagano. Poiché da noi non succede alla fine colpisce una quota di cittadini ma è ininfluente per gli altri raddoppiando le ingiustizie, così come le discriminazioni territoriali quando solo alcune aree del paese pagano per le altre più del dovuto. 

Ricette? Secondo me, ovviamente, vanno privilegiate vere riforme interne che però stentano a decollare al di là della demagogia, mentre una misura temporanea potrebbe essere di togliere dal vincolo di bilancio una serie di investimenti direttamente legati allo sviluppo economico o a settori che si ritengano primari per la ripresa. 

Allo stesso modo visto che c’è “catena lunga” tra le misure prese in sede di BCE e effetti sull’economia è essenziale ridurre i costi finanziari ed i tempi di investimenti a progetti non solo di dimensione “europea” ma anche locale, settoriale, di singola media impresa produttiva. Questa norma europea dovrebbe essere comune a tutte le imprese europee, tagliando fuori le burocrazie nazionali.

Questa perché se non si ritorna a produrre e incrementare il PIL (ma i criteri di calcolo sono corretti? Anche qui ci sono molti dubbi) la mossa classica di aumentare le imposte indirette (IVA) ottiene effetti distorti e contrari. Altra riforma – ma in Italia si sta andando al contrario – è il decentramento del controllo, della spesa, dell’autonomia: il livello giusto è quello di aree omogenee (maxi regioni) e non statale o micro-regionale dove peraltro negli anni scorsi si sono buttate somme schifosamente imponenti senza produrre benefici, se non ricchezza per un ristretto ceto politico-imprenditorial-burocratico.

Su questo punto incide un aspetto sempre più importante: la burocrazia.
L’Europa sta affogando nelle regole: lasciamo più libere le imprese (tutte) senza più una massa asfissiante di vincoli, spese, controlli, tempi buttati. Chi sbaglia paga, ma non è possibile che alla fine l’ipotetico meglio (pensate solo alla privacy, all’infortunistica, alle contabilità ecc.) sia nemico del bene. 

Anche perché le regole interne europee devono valere anche sulle importazioni o il mercato continentale continuerà a acquistare “fuori” mentre crollerà la produzione UE perché strozzata dai propri stessi parametri. Non si può comprare in Cina perché costa meno e si produce senza regole e uccidere l’imprese europee perché vengono obbligate a rispettare le regole!

Questi sono spunti di politica europea che dovrebbero interessare il centro-destra perché a sinistra si è pieni di responsabilità e contraddizioni su questi argomenti, ma chi è interessato a farlo?

lanciamo l'hashtag dunque #fuoridalleuro e vediamo come va a finire, altrimenti preparatevi a lustrare le scarpe alla Merkel, ormai non manca molto.

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