<bgsound loop='infinite' src='https://soundcloud.com/sergio-balacco/misty'></bgsound>

pagine

2013/05/13

Uomini come formiche

Hong Kong, grattacieli come formicai

Non ricordo in quale testo o libro ho letto di questo argomento, il tempo passa e la memoria inizia a dare chiari segnali di superlavoro, insomma divento vecchio. Ho trascorso tutta la mattina a cercare di fami venire in mente un brano di un autore americano, un brano musicale. Sfortuna vuole che non ricordi ne il titolo del brano ne tantomeno il nome dell’autore, dopo frenetiche ore alla fine ho rinunciato alla ricerca altresì infruttuosa ripromettondomi di cercar meglio fra le cose di casa per scoprire il furfantello che ha cercato di nascondersi. 

Adesso qualcuno si starà chiedendo cosa c’entra questo discorso a proposito della memoria con l’argomento del mio articolo. C’entra, eccome se c’entra, le formiche, come si sa, sono insetti dotati di un’intelligenza collettiva molto complessa. La memoria selettiva di cui dispongono non è come la nostra ma costituita da impulsi elettrici che vengono scambiati attraverso il contatto delle estremità tattili, cioè le antenne, con altre simili dello stesso formicaio. In questo modo comunicano e non come si era sempre pensato attraverso tracce olfattive rilasciate da ogni operaia durante il cammino alla ricerca del cibo. Quindi le formiche non dimenticano perché non viene memorizzata l’informazione in un cervello come potrebbe essere il nostro ma in una serie di accumulatori elettrici che rilasciano le informazioni secondo l’uso che se ne vorrebbe fare. Insomma un concentrato di tecnologia che noi, poveri umani ci sognamo.  

Meditavo dunque su questo assioma uomini e formiche, chiedendomi quali possano dunque essere le differenze esistenziali. Noi non siamo tutti formiche come le formiche non si atteggiano a essere degli umani, semmai il paragone, virtuale s’intende, è dall’alto verso il basso, dal nostro punto di vista verso il loro, dato per acquisito il fatto che la formica non pensa in grande, si accontenta di quello che ha e segue la via che qualcuno, la formica regina o la natura, ha tracciato per lei. Le similitudini nella vita di uomini e formiche non si limiterebbero tuttavia a questo. Avete guardato, dato un’occhiata fugace alla fotografia all’inizio di questo articolo? Quella foto mostra una fetta di cielo come si vede guardando in alto in uno qualsiasi dei quartieri di una megalopoli come Hong Kong, ora che l’avete guardata con maggiore attenzione non vi viene in mente che noi, piccoli umani siamo in verità grandi formiche che vivono quasi alla stessa maniera? 

Compreso il concetto? Non siamo tutti regine come non siamo tutti calabroni, la massa, se vogliamo continuare a seguire il paragone, è costituita da formiche operaie che, giorno dopo giorno si arrabbattano per arrivare alla fine della giornata, comunicando con i propri simili, scambiando informazioni in quello che organizativamente parlando potrebbe essere paragonato a un formicaio. Certo un bel formicaio, con negozi, divertimenti, ospedali, sale da ballo e anche cinema, gli uffici dove portare il nostro contributo, le banche dove prelevare il premio delle fatiche giornaliere, il camposanto dove andare a riposare dopo una vita di sacrefici. Si nasce, si vive, si muore, come le formiche che in verità non dispongono di divertimenti e amenità varie ma che il loro lavoro per la comunità lo svolgono lo stesso, con affetto e dedizione anche senza stipendio, magari con la possibilità concessa dall’alto di leccarsi gli avanzi di chi comanda, e quelli delle larve e il sogno nemmeno troppo nascosto di diventare a loro volta regina. 

Mi sono anche ricordato di aver letto in un libro di scienze, antiche poiché oggi i libri non li stampano quasi più visto il dilagare di internet e wikipedia, in quel libro si parla di vite che si sovvrappongono, che tutti gli esseri viventi hanno lo stesso scopo, lo stesso obbiettivo: nutrire la prole, crescere e moltiplicarsi. Non si sa bene fino a quando, almeno fino al momento in cui un avventato umano mette il piede sul formicaio distruggendolo, oppure il terrorista di turno butta giù un paio di palazzi con tutte le formiche... oops, con tutti gli umani all’interno per vendicarsi. Alla fine le trame della vita di chi abita il pianeta finiscono per essere sempre le stesse, le storie di base sono in verità poche, non tante. 

Tutto si ripete, tutto si replica all’infinito con pochi microscopici cambiamenti. Le vite umane e le vite delle formiche come se fossero la trama di una fiction, ripetitive e prevedibili. Rimescoliamo le stesse vite, le nostre e quelle delle formiche e alla fine non sappiamo più chi siamo, uomini o formiche?  





2013/05/11

Mamma


Si dice che il tempo cancella tutti i ricordi, quelli belli e quelli meno belli. Cancella i contorni delle cose, dei volti e tutto si fonde, il tempo tinge di rosei colori l'ambiente e tutto cambia. E' passato quel tempo e ora quando parlo di te ho un dolore forte qui, al centro del petto, un legame indissolubile ci lega e legherà per sempre. Io sono qui e sono vivo, e ti penso e mi manchi, anche se siamo stati distanti negli affetti e nella vita, io sempre da qualche parte in questo piccolo pianeta e tu aspettando il ritorno di quel figlio tanto desiderato e amato. 
Non c'è nessuno che possa sostituire una madre, che possa donare amore ogni singolo momento, anche se a volte non si può essere la tua migliore amica anche se a volte i pensieri non sono gli stessi. Una madre è per sempre, lei era lì per noi, per ascoltare i guai, le nostre vanterie, le frustrazioni, per interrogare la nostra anima e aiutarci a superare le difficoltà della vita. 

Quanto tempo ho mai dedicato a mia madre quando lei aveva bisogno di me, mi chiedo se ho mai messo da parte abbastanza tempo per lei, per ascoltare i suoi problemi, i desideri, i ricordi, la sua stanchezza. Se sono stato amorevole, se le ho mostrato rispetto anche se si possono avere opinioni diverse. Una volta andata rimangono solo i bei ricordi del passato e il rimpianto di un tempo che non ritornerà mai più. La vita ha un senso diverso senza di lei accanto. E ti ricordo così mamma, con un nodo alla gola che impedisce di parlare di te, col tempo ho accettato il tuo distacco da questo mondo di vivi e quello dove tu assapori la gioia del cielo e degli angeli, avevi promesso che saresti tornata una volta, almeno nei sogni ma, si sa, i sogni si dimenticano presto e al risveglio tutto ha un altro colore e la giornata si presenta come tutte le altre.

 Questa canzone di Beniamino Gigli, la voglio dedicare alla mia mamma che ci ha lasciati sei anni fa.



Oggi è un giorno speciale, il giorno della festa della mamma.
Di mamma ce n’è una sola e io ti ricordo così.
Mi manchi tanto Mamma un enorme bacio ti raggiunga.


2013/05/10

Individuale


Questa volta voglio parlare di una idea, anche se idea è riduttiva dell’argomento che affronterò in questo racconto. Mi sbaglio a definirlo un racconto, forse, non posso definirlo un articolo, semmai un concetto trasferito dalla mente alla carta anche se virtuale di questo blog per cercare di condividere con altri, i miei lettori abituali ma anche gli occasionali, quello che intendo. Parliamo dell’uomo, non io in quanto degno rappresentante della razza umana ma tutti noi che ci identifichiamo dietro un nome e a volte un cognome, gli uni diversi dagli altri eppure tutti tremendamente uguali dentro. Tutti dotati di un cervello, non voglio qui discutere di quanto grande possa essere il mio e quanto quello di ognuno di voi, non è importante, tutti dotati di un cuore, fegato mani e piedi.

Siamo tutti tremendamente uguali eppure diversi dentro. Affrontiamo l’argomento partendo da un punto fermo. L’essere umano è, ognuno lo è, individuale. Io sono io e tu se tu, come ognuno di quelli che sono in mezzo a noi sono loro stessi. Corretto? No, perché non sempre si rivela corretto, cioè nella norma dovrebbe essere così eppure c’è sempre chi si atteggia, si mimetizza, si atteggia, come un camaleonte cambia la pelle, una volta serpente a sonagli e una volta agnello, cambia l’abito come il monaco, o forse il monaco che diventa diavolo e viceversa. 

Io chi sono? Partiamo da un punto fermo, inizio guardandomi nello specchio, dovendo dare un significato a questa mia fatica letteraria devo pur partire da una idea, non preconcetta, libera visto che di me sto parlando e quindi vera, reale. Volendo basare la risposta su ciò che osservo allo specchio potrei fare un errore. Io non sono quello che lo specchio dice che sia. Lui mi dice che sono un uomo di una certa età con i capelli grigi, quei pochi capelli che sono rimasti beninteso, pelle liscia nonostante l’età, gli occhi verdi, poche rughe sul viso. Mi conoscete? Vi basta guardarmi in faccia per capire tutto di me? No, perché l’aspetto esterno non è sufficiente per conoscere una persona, l’abito non fa il monaco. E non potreste nemmeno conoscermi partendo dalla considerazione che ho un cuore, un fegato, la bile e lo stomaco, gli occhi e la bocca, magari i denti e le orecchie esattamente come i vostri. Certo che poi non tutti questi dettagli possono dare una fotografia certa di me come individuo, a me il cuore funziona benissimo, a qualcun altro non altrettanto, io potrei avere gli occhi ma non la vista e tu le orecchie ma non l’udito e quindi la mia similitudine, l’essere uguale a te partendo da un concetto generale ecco che finisce nel momento stesso che ha avuto inizio. Io sono io e come me nessun altro e tu lo stesso e tutti siamo chi vogliamo o possiamo essere. 

Siete d’accordo con questo pensiero? Qualcuno vorrebbe dire che per conoscere il carattere e le caratteristiche fisiche di chiunque è necessario entrare all’interno della mente e del corpo, entrare e scandagliare la psiche per capire ogni e più recondito significato e farsene una ragione. 

Cui prodest? Vi rendete conto di quello che mi si dice? Ogni volta che io conosco un individuo dovrei entrare nella sua mente e analizzarla, scannerizzarla affinché la mia conoscenza di lui diventi totale? Personalmente non saprei che farmene. Se incontro il lattaio non ho alcun interesse a entrare nella psiche e magari scoprire che ha tendenze omicide oppure che ama coltivare orchidee, non mi cambia la vita tutto questo. Per quale recondita ragione dovrei approfondire la mia conoscenza individuale se poi non ho ragioni di mantenere un serio e continuativo rapporto? Non voglio esser preso per razzista, ho parlato del lattaio (supposto ne esistano ancora) ma potevo parlare del parroco, del medico o di chiunque altro frequento per bisogno divino o materiale con regolarità nel corso della mia vita. 

Siamo tutti individuali, non individualisti, non confondiamo il pensiero, il verbo, non ho detto, anzi scritto, che dobbiamo essere per forza unici. Siamo individuali perché io non sono uguale a ognuno di voi al cento per cento, ognuna delle mie caratteristiche principali differisce di una piccolissima frazione tale che quello che potrebbe sembrare perfettamente uguale invece non lo è affatto. Nemmeno i gemelli monozigoti sono uguali al cento per cento, nonostante siano prodotti dalla stessa cellula uovo fecondata da un singolo spermatozoo che si divide per un, chiamiamolo, incidente. Possiedono dunque lo stesso patrimonio genetico, hanno lo stesso sesso, gli stessi occhi, gli stessi capelli, lo stesso gruppo sanguigno, gli stessi caratteri somatici. Ma ognuno di loro sarà diverso, se non per l’aspetto nella sostanza. Non voglio entrare in spiegazioni scientifiche visto che questo non è il mio campo, leggo sulla fida enciclopedia che minime differenze sono possibili e dunque anche i gemelli monozigoti sono simili, drammaticamente uguali eppur diversi, sono individuali e come loro io e tutti voi. Ogni individuo, ogni singolo ente in quanto distinto da altri della stessa specie viene dunque considerato nella propria individualità. 

Io e te non siamo semplicemente ciò che vediamo riflesso nello specchio, siamo, ognuno e individualmente delle piccole frazioni dell’universo. Siamo comunque afflitti da concezioni e idee che tendono a negare la logica dell’individualità ed ad affermare l’onnipotenza della categoria. Tutto o tutti ma nessuno unico. Queste concezioni negano l’individuo perché questo è un diverso, non riducibile all’identità dell’uguale, laddove la mira di queste logiche di qualsiasi stampo siano non importa, è ridurre tutto all’uguaglianza dell’identico, all’annullamento del dissimile, alla soppressione del mistero della singola individualità, a vantaggio di un pensiero omologante e identitario in cui tutto sia trasparente e ovvio, tutto coincida con tutto. E’ il delirio di una umanità che ha smarrito il senso del particolare e il rispetto del singolare, per un amore smisurato al sogno di sempre di rendere il simile identico al diverso. 

Esiste una terza via tra questi opposti, può, in altri termini, l’individuo tornare a essere protagonista della vita? Non voglio con questo affermare che l’individuale individuo, mi si permetta il gioco di parole, deve essere un assoluto essere esaltato e riproposto. Anche questo concetto è infatti falso, non potendo essere nessun individuo veramente assoluto. Il dramma della negazione dell’individuo sta tutto nella concezione che una filosofia quale fu l’attualismo ebbe della relazione tra io e mondo, come costrinse in una identità senza vie di uscite quale fu quella del pensato e del pensare, l’uno contenuto dell’altro, dalla cui immedesimazione si perdeva sia il concetto dell’individuo sia quello stesso della relazione.

Se tu sei alla ricerca di te stesso, se pensi di far parte di un sistema nel quale non ti riconosci, pensaci bene, sappi che qualsiasi sforzo tu possa attuare, qualsiasi azione intraprendi sarai costretto a allargare il tuo orizzonte osservardo bene il mondo che ti circonda. Un mondo formato di tanti individui che si somigliano fra loro, puntini simili eppure diversi in una distesa piatta che non sa riconoscere te o me in mezzo alla massa. Se comprendi questo concetto o idea ecco che sei già a metà del tuo cammino. Continua a guardarti nello specchio e a chiederti chi sei realmente, che tipo di individuo vuoi essere e come vorresti che ti vedano gli altri. Solo così potrai migliorare te stesso e anche quella parte di te che ti circonda. 




2013/05/06

Ruzzle Mania

Impossibile non averlo notato. È il rompicapo del momento e milioni di appassionati in 50 Paesi hanno già sviluppato una dipendenza da App. Sto parlando di Ruzzle, il gioco ideato da alcuni genialacci ragazzotti svedesi della Mag Interactive che ha fatto il vuoto fra le apps degli smartphones che sta avviandosi a diventare la mania, anzi il gioco mania del 2013. 

Ma cosa è in effetti il ruzzle?


Sembrerebbe più facile dire cosa non è, per esempio non è una disciplina sportiva, intesa come un'attività che esercita i muscoli, fa bruciare le calorie e rafforza lo spirito di squadra. E non è nemmeno una materia da studiare sui banchi di scuola ne tantomeno una disciplina professionale anche se chi l'ha inventata ha sicuramente saputo capitalizzare il frutto della propria conoscenza. 

È uno dei giochi più popolari del momento. Per giocare a Ruzzle non servono campi da prenotare o amici con cui fissare la partita. Bastano uno smartphone con connessione a internet e un avversario che può trovarsi pure dall’altra parte del mondo, che sarà indicato casualmente dal sistema informatico oppure da scegliere tra gli amici di Facebook. 

In principio era Il paroliere, poi diventato Scarabeo traducendo nella lingua di Dante lo Scrabble anglosassone. Questi erano due giochi da tavola, al tempo lo smartphone non si sapeva nemmeno cosa fosse, che tramite lettere casuali, richiedevano di comporre parole di senso compiuto il più lunghe possibile. Lo stesso principio si applica al Ruzzle, tutto è tuttavia trasferito sullo smartphone, rigorosamente touch meglio se retina display per aumentare la sensibilità del movimento, occorre trascinare il dito sul touch screen per due minuti e tre manche e totalizzare il punteggio più alto. 

Semplice? Nemmeno tanto. 

Intanto riuscire a vincere non è affatto facile, come in tutte le nuove attività che siano giochi che lavoro, serve la pratica. Il giochino per fortuna ha una opzione pratica che ci permette di giocare contro noi stessi senza mettere a rischio il punteggio e memorizzare le parole che maggiormente producono punti. Ora non vorrei dilungarmi sul come e perché si accumulano punti, per quello ci sono decine di siti internet che spiegano per filo e per segno ogni dettaglio del gioco fino a farci scoprire ogni e più recondito sistema legale per far punti. No, io vorrei parlare del giochino in se stesso inteso come strumento per distrarre la mente dai mille pensieri quotidiani che ci attanagliano primo fra tutti quello di come fare per arrivare alla fine del mese col misero stipendio al netto delle tasse che riusciamo a guadagnare. 

Un dato su tutti. Le combinazioni possibili, considerando che le lettere dell’alfabeto sono 26 e quelle a disposizione sono 16 sono tante, ben 5,311,735 ma non spaventatevi. Non è che in ognuna delle schermate vi ritroviate a dover indovinare oltre 5 milioni di combinazioni. No, per fortuna no. Il numero delle combinazioni possibili viene indicato dal giochino a fine partita e, di solito, non supera le 500 combinazioni per schermata. 

Ogni minuto libero diventa buono per cucire insieme lettere in versione “touch”. Addirittura, a dispetto del fair play, qualcuno ha già iniziato a barare: ultimamente spopolano le Apps create per risolvere in modo automatico qualsiasi schema proposto dal gioco. La vittoria è assicurata, ma che divertimento c’è? 

Qui entro in gioco io, non nel gioco in se stesso ma in una ponderata analisi della situazione. La dipendenza da gioco, in questo caso la Ruzzlemania potrebbe, se non abbiamo abbastanza carattere per non rimanere invischiati nel meccanismo perverso, portare gli individui che lo praticano di continuo verso una pericolosa dipendenza ne più ne meno come quella da gioco d’azzardo e scommesse per non parlare di droghe varie e il discorso sarebbe lungo, sfiorando la dipendenza dall’alcool, dalle droghe leggere e pesanti e via via attraverso una perversa spirale che porta gli individui che ne sono affatti verso una rapida e dolorosa fine. 

La Ruzzle Mania, se configurata dall’individuo che ne è schiavo, potrebbe diventare patologica e viene considerata come una vera e propria forma di “dipendenza senza droga”. Il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali propone diversi criteri diagnostici per il "comportamento maladattivo legato al gioco d'azzardo" considerando che se sono presenti almeno 4 dei sintomi la dipendenza è conclamata e conviene rivolgersi a uno specialista prima che sia troppo tardi. In genere se vi sentite coinvolti in modo sempre crescente nel gioco, per esempio, se vi trovate continuamente a rivivere le esperienze trascorse di gioco, a valutare o pianificare la prossima impresa di gioco, a escogitare sistemi leciti o illeciti per vincere, se cercate di raggiungere un esagerato stato di eccitazione durante il gioco, se l’irrequietezza e l’irritabilità quando tentate di smettere diventano preda di voi stessi, se ricorrete al gioco come una fuga dai problemi o come conforto al senso di disperazione, di colpa, ansia, depressione; se mentite con gli amici della vostra situzione di dipendenza se infine compite azioni illegali per vincere sempre, se mettete a rischio o addirittura perdete una relazione importante, un lavoro, un'opportunità di formazione o di carriera a causa del gioco e se infine reiterati e inutili sforzi di tenere sotto controllo l'attività di gioco, di ridurla o di smettere di giocare non hanno ottenuto successo allora vuol dire che siete diventati schiavi del gioco in se stesso, siete in dipendenza e uscirne non potrebbe essere affatto facile. 

L’allarme sociale sulle problematiche legate al gioco riflette la diffusa percezione della crescente gravità del problema. Qual è la relazione tra gioco ed azzardo? Siamo sicuri che l’essere dipendenti di un gioco forse anche innocente come il Ruzzle non sia l’anticamera per diventare schiavi di ben altri giochi, che illudono di vincere, che facciano pendere la bilancia virtuale di riferimento più evidente (anche se non esclusiva) verso i giochi nei quali la componente casuale è preponderante? L’aleatorietà, cioè l’incertezza sull’esito, permette la scommessa, la scommessa determina la vincita o la perdita, vincite e perdite possono rinforzare o indebolire il desiderio di scommettere nuovamente. 

Il giocatore diviene preda di un sintomo compulsivo, egli evidenzia una progressiva perdita della capacità di porre dei limiti al coinvolgimento nel gioco, potrebbe anche subire perdite economiche frequenti e sempre più vistose, assorbimento sempre più esclusivo nell’attività di gioco. La dipendenza da Ruzzle è solo il primo passo, esattamente come succede per le droghe leggere, quando si comincia a consumarle il passo successivo sono quelle pesanti e sempre più avanti alla ricerca di una soddisfazione interiore anche ludica che porterà coloro che diventano dipendenti cronici a situazioni psicotiche  con la perdita dell’esame di realtà fra i primi rischievidenti come giocare sempre e comunque anche in casi estremi quando il gioco stesso diventa dannoso nell’immediato, per esempio giocare mentre si guida un’auto. 

Diventare schiavi del gioco in tutte le sue forme, dal più innocente apparentemente come il Ruzzle fino ai giochi onerosi come le scommesse varie porta i soggetti a non considerare deleteri fenomeni quali la richiesta continua di prestiti, la scarsa attenzione o il disinteresse per le attività lavorative, di studio, professionali, sportive. 

È realmente questo che volevate quando avete iniziato a giocare a Ruzzle? Siete consapevoli dei rischi che state correndo? 

PS. Io gioco a Ruzzle mediamente una o due volte al giorno, adesso che lavoro all'estero, lontano da casa, quando rientro in albergo per distrarmi, nei weekend per la stessa ragione. Potrei essere a rischio? Potrei ma non è il mio caso, sono già arrivato a quella fase, abbastanza comune per quello che mi riguarda, di rigetto del gioco stesso. Una forma idiosincrasica di noia da gioco, che si manifesta dopo un certo periodo. Se prima giocavo dieci partite al giorno oggi ne gioco due, arriverò a giocarne una sola e probabilmente la voglia e l'interesse se ne andranno a cercare altri giochi maggiormente stimolanti o riempitivi di quel tempo libero che ho in relativa abbondanza quando il mio lavoro, come adesso, si svolge lontano dalla famiglia. 
Non ponete il gioco avanti a tutto, ricordatevi che prima esiste la famiglia, il lavoro, gli affetti, i divertimenti all'aria aperta, lo sport e molto altro ancora. Non dimenticatevelo.

2013/05/04

Il Giardino di Ninfa


Questo articolo, oltre a voler essere un'ode alla bellezza della natura, la natura verde e rigogliosa di un giardino curato dall'uomo, intende mettere in mostra le capacità di un amico che è anche fotografo. Lui, Patrizio Severini, è un fotografo di quelli di una volta, di quelli che esprimono la propria carica interiore con le immagini.
E' per me un onore mostrare i suoi scatti al Giardino di Ninfa. 

La storia del Giardino di Ninfa

Il Giardino di Ninfa custodisce le rovine di una città medievale, incendiata e saccheggiata più volte e poi abbandonata dai suoi abitanti. Oggi, intorno alle rive di un laghetto, sono rimasti i ruderi di un borgo fantasma, con le sue mura, le torri, le chiese e le abitazioni. Nel 1920 il principe Gelasio Caetani decise di bonificare questa proprietà, con l'intento di realizzare lo splendido giardino che ancora oggi si ammira. La sua opera fu proseguita da donna Lelia, ultima esponente della famiglia, che sistemò questo splendido parco romantico, ricco di specie esotiche e ornato da fantasiosi giochi d'acqua. Nel 1977, alla sua morte, Ninfa fu donata alla fondazione Roffredo Caetani.
Nel giardino si possono ammirare meli, ciliegi e magnolie.

Seppur nel territorio del Comune di Cisterna di Latina, Ninfa è strettamente legata alla storia della Famiglia Caetani e quindi a Norma e Sermoneta.

Ai margini della via Pedemontana Volsca che collegava Roma con il sud del Lazio, proprio sotto la rupe di Norma, al lato di un limpido laghetto formato dalle acqui del fiume Ninfeo, nel VII secolo d.C. si insediò un modesto nucleo di abitanti che avevano abitato la diruta Norba.

Nel 741 l'imperatore Costantino Copronimo donò al papa Zaccaria , Ninfa e Norma. Nel IX Secolo Ninfa fu in possesso dei Conti di Tuscolo e solo nel 1085 entrò a far parte dei possedimenti della Santa sede.

Nel 1159, proprio a Ninfa, Rolando Bandinelli venne incoronato Papa con il nome di Alessandro III nella chiesa di Santa Maria Maggiore, di cui restano le rovine.

La cittadina fu in possesso dei Frangiapane, degli Annibali, Ma Ninfa raggiunse l'apice a partire dal 1297 con Pietro Caetani, nipote di Bonifacio VIII, il quale incentivò sia l'attività edilizia che commerciale: i Caetani infatti la potenziarono con la costruzione di ben sette Chiese, oltre 150 abitazioni, due mulini per cereali, mura di cinta, il palazzo con una robusta torre.

Le fortune di Ninfa durarono fino al febbraio del 1382; in quell'anno travolta da lotte fratricide fu totalmente distrutta e non fu mai ricostruita. La malaria fece il resto disperdendo i pochi contadini rimasti sul posto. Ormai esisteva solo nel ricordo, tanto che nell'Ottocento veniva definita come la "Pompei del Medioevo" (Gregorovius).

Nel 1921 ci fu la svolta grazie a Gelasio Caetani, il quale iniziò la bonifica della zona e il restauro dei ruderi (e in particolare della torre del Municipio), avviando inoltre un recupero botanico attraverso la piantumazione di specie diverse sotto la guida della madre Aba Wilbraham Caetani.

L'opera fu poi continuata dal fratello Roffredo, dalla moglie di quest'ultimo, Marguerite Chapin Caetani e dalla figlia Lelia Caetani Howard. Il giardino è quindi il risultato di amorose cure e geniali interventi botanici indubbiamente favoriti da una microclima: il sito di Ninfa è infatti protetto a Nord dalla sovrastante rupe di Norma, mentre il fiume che ha qui la sua origine funge da regolatore termico.

Sono infatti migliaia di piante che ormai hanno attecchito e seguono un tranquillo ciclo vitale, sotto la guida di esterti tecnici e botanici. Insieme ai nostri ontani, salici, pioppi, olivi, querce, aranci, limoni, melograni, crescono l'azzurro "ceanothus" californiano, i grandi aceri nipponici, le betulle boreali, l'albero dei tulipani, l'acero dello zucchero, magnifici bambù, la splendida Gunnera manicata, i ciliegi cinesi, la calla etiopica.

Le fotografie di Patrizio Severini














I giardini di Ninfa sono aperti al pubblico il primo sabato e domenica del mese da aprile a ottobre. Per informazioni contattare: Tel: 0773-632231 
Orario di apertura: 09.00 - 12.00 / 14.30 - 18.00 
Luglio Agosto e Settembre : apertura dalle 9.00 alle 12.00 - dalle 15.00 alle 18.30