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2017/01/16

Botta di Sale!


Foto di Roberto Boccaccino

Potevano scendere a dorso di mulo verso il mare con i sacchi carichi di zolfo e ritornare a casa con il sale. Oppure potevano arrampicarsi sulle montagne, seguire controcorrente il corso del fiume e approvvigionarsi in cima. Possedere un mezzo di trasporto, in quel caso lo "scecco" - asino in siciliano - faceva la differenza fra un morto di fame e un benestante.

Un tempo quella polvere bianca era come l'oro, era moneta di scambio, duemila anni fa i soldati romani venivano pagati con quella. Le parole hanno sempre una loro storia e "salario" deriva proprio da sale.

Anche quel fiume che attraversa la Sicilia nel suo cuore più profondo porta un nome che racconta il territorio: Salso, salato. Passa dentro canyon da brividi di bellezza dalle parti di Capodarso, trasporta se stesso sporco di sale e poi di zolfo, le caverne che abitavano le montagne al centro dell'isola.

Più su, un agglomerato di case dove vivevano gli schiavi delle "pirere", le miniere, era tanto arsa e piena di vulcanelli da prendersi il nome di Terrapelata.

Ma quella in alto in alto, a Petralia tra le vette delle Madonie palermitane, era quasi irraggiungibile e sembrava una cattedrale. Poi c'erano e ci sono ancora le altre due, a Realmonte e a Racalmuto, dall'altra parte, nella provincia agrigentina. Realmonte che in Canada è Montreal, in Messico Monterrey, a Palermo semplicemente Monreale.

Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia, ulivi e viti in superficie, un grande teatro sotterraneo fatto di sale. Ce n'era un'altra ancora di miniera di salgemma, a Pasquasia, fra Enna e Caltanissetta. Diventata famosa ma non per le sue naturali sculture abbaglianti ma per vicende di mafia - sub appalti e caporalato - e per voci ricorrenti che la davano scelta come pattumiera di scorie radioattive provenienti da mezza Italia.

La Sicilia e il sale. Le gallerie di Petralia e i mulini a vento di Mozia, le collinette bianche davanti all'isola di Favignana, mare e montagna. Il sopra e il sotto. Ma è soprattutto il sopra che nasconde segreti di milioni e milioni di anni fa, almeno cinque. Il Mediterraneo che si tramuta all'improvviso, la salinità delle sue acque che cambiano, i sollevamenti tettonici provocati dalla placca calabra e da quella africana, le erosioni, i terremoti: ecco da dove è uscita la meraviglia del sale di Petralia. 

È unico in tutta Europa, un capolavoro a 1100 metri di altezza. Quaranta e passa chilometri di cunicoli, un labirinto, viscere, ignoto, l'odore della terra in fondo alla terra, percorso stregato. Ancora oggi con dentro i suoi "perforatori" che hanno il compito di fare i buchi nei fianchi della montagna, con i "fochini" che poi devono caricare l'esplosivo e metterlo abilmente nei fori, con i "disgaggiatori" che si mettono lì a scrollare pazientemente le parti di sale che neanche la dinamite riesce a buttare giù, con i "palisti" che riempiono con i loro bulldozer il sale sui camion in attesa fuori dalla miniera.

Non ci sono più "scecchi" e bisacce, né selle e speroni. Ma ruspe, autoarticolati, giganteschi vagoni. Il miglioramento, l'evoluzione, la tecnologia. Resta il prodigio delle figure e delle forme, le polveri, il bianco che acceca. Resiste un po' di tradizione nella lingua. I siciliani non dimenticano mai il senso delle parole. 

Si diceva una volta e si dice ancora oggi: botta di sale. È una sorta di macumba isolana, un maleficio ma che ormai è di poco conto ma trae origini da un'espressione più cruda e violenta. Originariamente era una vera maledizione: botta di sangue, cioè augurare tutto il male possibile a qualcuno e in qualche caso la morte sul colpo. Addolcita nel corso dei decenni, botta di sale - una sostanza tutto sommato innocua e bella da vedere - viene tutt'ora utilizzata al posto di "accidenti" o "mannaggia". O qualche volta anche per auto-colpevolizzarsi. Botta di sale, ma cosa ho fatto?



2017/01/15

ALITALIA le radici del fallimento!

Anche il ministro Calenda sostiene e dichiara - come Padoan – cose sante a proposito della Alitalia che da tanti anni è in agonia e ci va giù senza mezzi termini “I dirigenti non sono all’altezza”. Chissà cosa ne pensa il presidente dell’ex compagnia di bandiera, Cordero di Montezemolo, l’onnipresente tuttologo manager parapubblico (o “paraculato”) che passa da un buco industriale all’altro, ma sempre ricevendo interessanti prebende. 

Poi Calenda insiste “Ma non devono pagare i dipendenti”. Giusto se si intendono i poveracci avventizi, un po’ meno per la crosta dorata di tanti (troppi) dipendenti e dirigenti che – come per esempio tanti piloti – hanno ricevuto per decenni stipendi super pur lavorando molto meno dei concorrenti. 

Mentre Alitalia fallisce le altre compagnie aeree hanno intanto superato le crisi e volano alla grande. Dire oggi, per esempio, che Alitalia soffre “per la concorrenza dei low-cost” è ovvio, ma era previsto e sta nelle logiche di mercato, eppure mentre le altre compagnie si sono adeguate Alitalia sprofonda nel baratro.

La crisi Alitalia ha nomi e cognomi anche per le scellerate scelte su rotte e aerei da utilizzare che hanno distrutto una Compagnia da sempre peraltro idrovora di fondi pubblici. Così i numeri sono inequivocabili: a Dubai – per esempio solo dalle 3 alle 4 del mattino - partono in un’ora 21 voli intercontinentali, da Malpensa solo una decina in 12 ore. 

Emirates ha 3 voli giornalieri su Milano sempre pieni, Alitalia ha cancellato l’unico collegamento che aveva, salvo poi piangere per le maxi-perdite. 

L’esempio di Malpensa è infatti un classico esempio di incompetenza ed assurdità, hanno ucciso l’unico vero aeroporto intercontinentale del Nord Italia subito dopo averlo costruito e solo per folli visioni romanocentriche del traffico aereo. Qualcuno pagherà? Non credo, ma certo, pagano e pagheranno tutti gli italiani visto che la “privata” Alitalia in realtà è in mano alle banche che poi vedono di fatto regolarmente ripianati i propri disastri dai risparmiatori e dallo stato. 

E il gioco dell’oca ricomincia, mentre i “dirigenti incompetenti” (parola di ministro) passano da guidare i treni a far volare gli aerei, dalle società partecipate pubbliche ai cantieri, dai telefoni alle autostrade.

Vi stanno fregando, è giusto che lo sappiate.

2017/01/13

Hygge



Viviamo tutti sotto stress, costretti a fare tante cose contemporaneamente, spesso sgradevoli, siamo ansiosi e tristi. Eppure basterebbe ripensare alle priorità della vita,e tentare di vivere al meglio, con il metodo Hygge, secondo le proprie possibilità, con sano realismo, ma anche con determinazione e magari un po’ di entusiasmo. Hygge non è un'idea, è una parola che i danesi, il popolo più felice del mondo secondo il Rapporto Mondiale della Felicità stilato ogni anno dall’Onu, usano da un secolo e mezzo. E che ora è illustrato e raccontato dalla danese Marie Tourell SΦderberg nel suo libro Il metodo danese per vivere felici, Hygge, in libreria e già in cima alle classifiche nel regno Unito. 

Un modo per reagire al buio e al freddo del clima nordico, ma che può funzionare in ogni parte del mondo. “Noi ci riuniamo”, racconta SΦderberg “ci mettiamo comodi e cerchiamo di trarre il meglio dal freddo e dall'oscurità. Aspiriamo al comfort e al nutrimento per l'anima nelle relazioni, nell’ambiente e negli alimenti”. Un metodo che può essere facilmente esportato ovunque perché è uno stile di vita in cui cerchi e trovi gioia nelle piccole cose: la casa, la bellezza, la tranquillità, i bambini, gli affetti, valori comuni a tutti, in ogni parte del pianeta. Hygge, una piccola parola quasi intraducibile che però si potrebbe descrivere con intimità, accoglienza, calore.

Per essere Hygge è necessario riflettere su cosa ci fa veramente stare bene, in testa la capacità di creare sempre e in ogni luogo l’ambiente migliore in modo di accogliere al meglio se stessi, familiari e amici e predisporli alla serenità. Il libro di Marie Tourell SΦderberg, non è un manuale, ma una descrizione del modo di vivere danese, ricco di fotografie e suggerimenti semplici ed efficaci: come cucinare tutti insieme, come condividere gli spazi ideali, come predisporre una tavola conviviale, in breve come godersi la vita, in città e in compagnia. 

Va da sé che, nei momenti Hygge, l’ideale è spegnere computer e cellulari, connettersi solo con chi ci è accanto ed essere realmente in quel luogo in quel momento, predisposti all’ascolto reciproco e alla gioia. Più facile a dirsi che a farsi. Ma tentare si può. “L'erba del vicino non è più verde, negli Stati Uniti, in Italia o in Scandinavia “, conclude Sodenberg “ma è più verde dove si innaffia”.

Che cosa vuol dire vivere Hygge e come riuscirci?

Hygge è la sensazione di un momento piacevole trascorso in buona compagnia. Si verifica quando si è in grado di essere presenti nel momento, quando ci si sente soddisfatti e a proprio agio. Hygge spesso c'è quando si sta insieme a persone che conosci molto bene; persone con le quali puoi essere aperto e sincero. Quando non c'è bisogno di fingere di essere qualcosa diverso da quello che sei.

Hygge è un modo di vivere in cui cerchi e trovi gioia nelle piccole cose. Andare a lavoro può diventare più hygge con una tazza di tè in mano, guardando dal finestrino. Hygge rende le cose semplici più piacevoli.
Vivere hygge significa anche dare priorità alle cose che realmente contano - stare insieme e godersi il tempo con le persone che amiamo, non mettere troppa pressione su noi stessi, il nostro lavoro e il nostro quotidiano, ma concedendoci più hygge nel fare le cose. Molti Danesi hanno scelto di avere molto hygge nella loro vita, e le loro storie ispiratrici si basano sulle cose essenziali che contano davvero.

Contro lo stress, in una parola un metodo di vita. Dove metterlo in atto? In casa, nel cibo, nel lavoro, con gli amici?
Hygge è una parola danese che i Danesi utilizzano molte, molte volte durante il giorno. La usano per descrivere le persone con cui sono, l’atmosfera, le conversazioni. E tutti sanno esattamente quali sono le qualità che rendono hygge queste cose: semplici, rilassate, autentiche, invitanti, avvolgenti, amorevoli.

Hygge non è un'idea, è una parola che usiamo da quasi 150 anni. Ma è diventato un modo per far fronte al buio e al freddo del clima nordico. Hygge è ciò che facciamo per superare l'inverno - ci riuniamo, ci mettiamo comodi e cerchiamo di trarre il meglio dal freddo e dall'oscurità. La parola e l'idea si è diffusa su tutti gli aspetti della vita quotidiana - può essere difficile mangiare in un posto che non è hyggelig, per esempio. Aspiriamo al comfort e al nutrimento per l'anima nelle relazioni, nell’ambiente e negli alimenti. E trovo che praticare hygge mi renda davvero più felice.

Decalogo sintetico per lo Hygge internazionale; come armonizzarlo con i propri usi e stili di vita.

Hygge non è una ricetta o una forma specifica - è una qualità universale che tutti conosciamo, in tutto il mondo. È abbastanza banale come le cose più belle della vita: stare seduti con un bambino appena nato e i suoi genitori a bere il caffè e non fare nient’altro che guardare il bambino. Stare con buoni amici, mangiare bene, ridendo e godendo della reciproca compagnia. Tornando a casa dopo il lavoro, fuori cade la pioggia, si scivola in abiti comodi, si accende una candela e ci si mette in un angolo con un libro e una coperta - è un sentimento universale. 

Ma avere una parola per definire tutto questo, ci rende più consapevoli nella nostra vita di tutti i giorni. "Hygge -Il metodo danese per vivere felici" è fonte di ispirazione su come trovare più hygge nella vostra vita. L'erba del vicino non è più verde, negli Stati Uniti o in Scandinavia – ma è più verde dove si innaffia! E hygge è un invito a portare nella nostra vita più cose che hanno un significato per noi. È un invito a godere di tutte le cose piccole e buone della vita – come il cibo, la famiglia e gli amici, e quando penso all’Italia, mi sembra che voi siete effettivamente molto stimolanti in questo senso. La prossima volta che verrò in Italia, non vedo l'ora di assaporare l’hygge italiana.

2016/12/26

Miliardari si diventa! (meno male)


Non tutti i miliardari sono nati con la camicia.
Il modo di dire “mi sono fatto da solo” può sembrare un luogo comune, ma affonda le sue radici nella realtà.
Con determinazione e perseveranza straordinarie, ci sono persone in tutto il mondo hanno superato le diseguaglianze e ottenuto il successo.
Ecco 19 persone che sono nate povere e sono diventate miliardarie.
Howard Schultz di Starbucks è cresciuto in un complesso edilizio per poveri





Patrimonio netto: 3 miliardi di dollari

Spencer Platt/Getty
In un’intervista con il Mirror, Schultz dice: “Crescendo, mi sentivo sempre come se stessi vivendo dall’altra parte del recinto. Sapevo che le persone dall’altra parte avevano più risorse, più soldi e famiglie più felici. E per qualche motivo, non so perché o come, volevo scavalcare quel recinto e ottenere qualcosa che andasse al di là di quello che la gente riteneva possibile. Adesso mi vedete in giacca e cravatta, ma so da dove vengo e cosa significa”.
Schultz ottenne una borsa di studio per il football americano alla University of Northern Michigan e dopo la laurea iniziò a lavorare per Xerox. Poco dopo, rilevò una caffetteria della catena Starbucks, che all’epoca aveva solo 60 negozi. Schultz divenne l’AD della compagnia nel 1987 e la portò a oltre 16.000 negozi in tutto il mondo.
Nata in povertà, Oprah Winfrey è diventata la prima corrispondente televisiva afro-americano a Nashville






Sara D. Davis / Getty Images
Winfrey è nata in una famiglia povera del Mississippi, ma ciò non le ha impedito di aggiudicarsi una borsa di studio alla Tennessee State University e diventare la prima corrispondente televisiva afro-americana dello stato a 19 anni.
Nel 1983, Winfrey si trasferì a Chicago per lavorare a un talk show radiofonico che sarebbe stato ribattezzato poi “The Oprah Winfrey Show”.
Il presidente dalla squadra di rugby del Montpellier e imprenditore dell’anno, Mohed Altrad, è sopravvissuto con un pasto al giorno quando si trasferito in Francia






Patrimonio netto: 1,02 miliardi di dollari

Alliance Internationale/Flickr
Nato in una tribù nomade del deserto siriano da una madre povera che venne violentata dal padre e che morì quando lui era giovane, Altrad fu cresciuto dalla nonna, che gli proibì di frequentare la scuola a Raqqa, la capitale dell’ISIS.
Altrad la frequentò lo stesso e, quando arrivò in Francia per frequentare l’università, non conosceva il francese e viveva con un pasto al giorno. Però, ottenne un dottorato di ricerca in scienze informatiche, lavorò per alcuni importanti compagnie francesi finché non comprò una società di impalcature in fallimento che trasformò nella produttrice di impalcature e betoniere più importante al mondo, Altrad Group.
È stato nominato Imprenditore dell’anno in Francia e a livello globale.
Kenny Troutt, fondatore di Excel Communications, si è pagato gli studi universitari vendendo assicurazioni sulla vita






Patrimonio netto: 1,41 miliardi di dollari

Jamie Squire/Getty Images
Troutt è cresciuto con un padre barista e ha pagato i propri studi alla Southern Illinois University vendendo assicurazioni sulla vita. Ha realizzato la maggior parte del suo patrimonio con la compagnia telefonica Excel Communications, da lui fondata nel 1988 e quotata in borsa nel 1996. Due anni dopo, Troutt ha fuso la sua compagnia con Teleglobe con un accordo da 3,5 miliardi di dollari.
Adesso è in pensione e investe in cavalli da corsa.
Il magnate russo e proprietario del Chelsea Roman Abramovich è nato in povertà e rimase orfano a due anni






Patrimonio netto: 8,7 miliardi di dollari

Ben Radford/Getty Images
Abramovich è nato povero nella Russia meridionale. Rimasto orfano all’età di due anni, fu cresciuto dalla famiglia di uno zio in una regione subartica della Russia settentrionale.
Da studente del Moscow Auto Transport Institute, nel 1987 avviò una piccola compagnia che produceva giocattoli di plastica, con la quale poté finanziare un’impresa petrolifera e farsi un nome nel settore. Poi, in quanto unico capo della compagnia Sibneft, portò a termine una fusione che la rese la quarta compagnia petrolifera al mondo. La compagnia è stata venduta al titano statale Gazprom nel 2005 per 12 miliardi di dollari.
Ha comprato il Chelsea Football Club nel 2003 e possiede lo yacht più grande al mondo, che gli è costato quasi 400 milioni di dollari nel 2010.
I genitori dell’investitore Ken Langone erano idraulico e barista





Patrimonio netto: 2,8 miliardi di dollari

REUTERS/Rick Wilking
Per pagarsi i corsi alla Bucknell University, Langone ha fatti svariati lavori e i suoi genitori hanno ipotecato la casa.
Nel 1968, Langone lavorava con Ross Perot per quotare in borsa Electronic Data System (poi comprata da HP). Appena due anni più tardi, si associò con Bernard Marcus per fondare Home Depot, anche lei quotata in borsa nel 1981.
John Paul DeJoria, l’uomo a capo di un impero per la cura dei capelli e della Tequila Patron, viveva in una famiglia adottiva e nella sua macchina






Patrimonio netto: 2,9 miliardi di dollari

AP
Prima di compiere 10 anni, DeJoria, americano di prima generazione, vendeva biglietti natalizi e giornali per contribuire al sostentamento della propria famiglia. Fu quindi mandato in una famiglia adottiva e fece parte anche di una banda di strada prima di entrare nell’esercito.
Con un prestito di 700 dollari, DeJoria creò John Paul Mitchell System vendendo shampoo porta a porta mentre viveva nella propria macchina. Più tardi fondò Patron Tequila e adesso investe in altri settori.
Da giovane, l’imprenditore Shahid Khan lavava piatti per 1,20 dollari l’ora





Patrimonio netto: 7,1 miliardi di dollari

Rob Carr/Getty Images
Adesso è una delle persone più ricche al mondo, ma quando Khan arrivò negli Stati Uniti dal Pakistan, lavorava come lavapiatti mentre frequentava la University of Illinois. Khan possiede ora Flex-N-Gate, una delle maggiori società private degli USA, la squadra di football americano Jacksonville Jaguars e la squadra di calcio inglese del Fulham.
Il fondatore di Forever 21 Do Won Chang appena trasferitosi in America ha lavorato come guardiano, benzinaio e barista






Patrimonio netto: 2,8 miliardi di dollari

Getty Images/Alberto E. Rodriguez
La coppia — Do Won Chang e Jin Sook — dietro a Forever 21 non se l’è passata sempre così bene. Dopo essere arrivato in America dalla Korea nel 1981, Do Won ha svolto tre lavori contemporaneamente per far quadrare i conti. Insieme alla moglie Jin Sook ha aperto il loro primo negozio nel 1984.
Adesso, Forever 21 è un impero internazionale con 480 negozi che ricava circa 3 miliardi all’anno.
Una volta Ralph Lauren faceva il commesso da Brooks Brothers





Patrimonio netto: 6,1 miliardi di dollari

G. Paul Burnett/AP
Lauren si è diplomato in un liceo del Bronx a New York, ma più tardi ha abbandonato l’università per entrare nell’esercito. Fu mentre lavorava come commesso da Brooks Brothers che Lauren si chiese se gli uomini erano pronti per cravatte dai disegni più vari e più allegri. L’anno in cui decise di realizzare il proprio sogno, il 1967, Lauren vendette cravatte per 500.000 dollari. Fondò Polo l’anno seguente.
Il magnate dell’acciaio indiano Lakshmi Mittal è di umili origini





Patrimonio netto: 15,3 miliardi di dollari

Reuters/Benoit Tessier
Un articolo della BBC del 2009 riporta che l’AD e presidente del consiglio di amministrazione di ArcelorMittal, nato nel 1950 da una famiglia povera dello stato indiano del Rajasthan, “fondò le basi della sua fortuna in due decenni facendo la maggior parte della sua attività nell’equivalente di un discount del settore dell’acciaio”.
Oggi Mittal gestisce la maggiore azienda produttrice di acciaio del mondo ed è multimiliardario.
Il magnate del lusso Francois Pinault lasciò il liceo nel 1974 dopo essere stato bullizzato perché era povero





Patrimonio netto: 14,7 miliardi di dollari

Anthony Harvey/Getty Images
Pinault è adesso il volto del conglomerato della moda Kering (ex PPR), ma una volta dovette abbandonare il liceo perché veniva preso in giro pesantemente per essere povero. Come uomo d’affari, Pinault è conosciuto per la sua tattica predatoria, che prevede l’acquisto dei marchi più piccoli per una frazione del loro valore quando il mercato crolla. Ha poi fondato PPR, che detiene le case di alta moda tra cui Gucci, Stella McCartney, Alexander McQueen e Yves Saint Laurent.
Oggi, possiede Christie’s, la più grande casa d’aste al mondo.
Leonardo Del Vecchio è cresciuto in un orfanotrofio e ha poi lavorato in una fabbrica in cui ha perso un pezzo di dito






Patrimonio netto: 16,4 miliardi di dollari

Wikipedia/Luck1112
Del Vecchio, uno di cinque fratelli, fu mandato in un orfanotrofio perché la madre vedova non poteva mantenerlo. Lavorò poi in una fabbrica stampando parti di automobili e montature per occhiali.
A 23 anni, Del Vecchio aprì la propria azienda per stampare montature che poi ampliò fino a farla diventare il maggiore produttore di occhiali da sole e da vista al mondo con marchi come Ray-Ban e Oakley.
Il leggendario trader George Soros è sopravvissuto all’occupazione nazista dell’Ungheria ea Londra ha lavorato come facchino






Patrimonio netto: 24,9 miliardi di dollari

Getty Images / ChinaFotoPress
Nella prima adolescenza, Soros si finse figlioccio di un impiegato del Ministero dell’agricoltura ungherese per restare al sicuro durante l’occupazione nazista dell’Ungheria. Nel 1947, fuggì dal paese per vivere con i suoi parenti a Londra. Si mantenne alla London School of Economics facendo il cameriere e il facchino.
Dopo la laurea, ha lavorato in un negozio di souvenir prima di ottenere un impiego come banchiere a New York. Nel 1992, la sua famosa scommessa contro la Sterlina lo rese miliardario.
Dopo la morte del padre, il magnate Li Ka-shing ha dovuto lasciare la scuola per sostenere la famiglia





Patrimonio netto: 30,1 miliardi di dollari

Dario Cantatore/Getty Images
Ka-shing è scappato dalla Cina continentale a Hong Kong negli anni Quaranta, ma suo padre morì quando lui aveva 15 anni, rendendolo responsabile del mantenimento della famiglia. Nel 1950, avviò a propria compagnia, Cheung Kong Industries, che iniziò producendo plastica per ampliarsi in seguito al settore immobiliare.
Sheldon Adelson ha abbandonato il college ed è cresciuto dormendo sul pavimento di un caseggiato di Boston






Patrimonio netto: 33,6 miliardi di dollari
Adelson, figlio di un taxista, è cresciuto a Dorchester, nel Massachusetts, e ha iniziato vendendo giornali all’età di 12 anni, spiega Bloomberg Businessweek.
Un profilo Forbes spiega che, dopo aver abbandonato il City College of New York, “ha costruito una fortuna gestendo distributori automatici, vendendo pubblicità sui giornali, aiutando le piccole imprese a quotarsi in borsa, costruendo condomini e organizzando fiere campionarie”.
Adelson ha perso quasi tutto il suo patrimonio nella crisi del 2009, ma ne ha recuperato gran parte negli anni seguenti. Adesso gestisce Las Vegas Sands, la maggiore società di casinò al mondo, e Forbes lo considera il finanziatore politico di più alto profilo.
Il co-fondatore di Oracle, Larry Ellison ha abbandonato l’università dopo la morte della madre adottiva, e ha svolto lavori occasionali per otto anni






Patrimonio netto: 48,2 miliardi di dollari

AP Photo/Eric Risberg
Nato a Brooklyn, New York, da madre single, Ellison è stato cresciuto a Chicago dagli zii. Dopo la morte della zia, Ellison abbandonò l’università e si trasferì in California per svolgere lavori occasionali per i successivi otto anni. Ha fondato la compagnia per lo sviluppo di software Oracle nel 1977, oggi una delle maggiori compagnie IT al mondo.
Il settembre scorso ha annunciato il proprio piano per dimettersi da AD di Oracle per diventare CTO e direttore esecutivo.
Guy Laliberté faceva il mangiatore di fuoco prima di fondare il Cirque du Soleil





Patrimonio netto: 1,33 miliardi di dollari

Michael Buckner/Getty Images
All’inizio della sua carriera, Laliberté aveva il fuoco in corpo — letteralmente. Il busker canadese suonava la fisarmonica, camminava sui trampoli e mangiava il fuoco.
In seguito tentò la fortuna e comprò un biglietto di sola andata da Québec a Los Angeles per la compagnia circense che a Las Vegas sarebbe diventata il Cirque du Soleil, di cui ora Laliberté è AD.
Il fondatore di WhatsApp Jan Koum puliva i pavimenti




Patrimonio netto: 8,2 miliardi di dollari

David Ramos/Getty Images
Koum è nato a Kyiv, in Ucraina. A 16 anni, accompagnò la madre in California, dove si assicurarono un appartamento tramite sussidio governativo. Per sopravvivere spazzava i pavimenti in un negozio locale.
Secondo l’Independent, Koum imparò l’informatica da autodidatta. Nel 2009, co-fondò il più grande servizio di messaggistica istantanea WhatsApp, che fu acquisito da Facebook nel 2014 per 22 miliardi di dollari.

2016/12/16

Luci e ombre di Christo


Non fatevi ingannare dal titolo, il Christo di cui qui si parla è l'artista americano di origini slave Christo Vladimirov Yavachev che ha ideato e costruito la FP Flowting Piers. L'analisi di Business Insider mette tutto sotto una lente e racconta fatti e misfatti di un'opera discussa. Leggiamolo insieme.

I veri conti del Floating Piers: rischia di guadagnarci solo Christo 

Il New York Times l’ha messa l’8 dicembre tra le tre opere più significative del 2016. Per il Governatore lombardo Roberto Maroni è stato «un successo mondiale», destinato a divenire «un modello per il Governo su come si devono gestire i grandi eventi». Per gli oltre 1,2 milioni di spettatori, un’installazione entrata nella storia, la dimostrazione tangibile di arte fruibile da tutti. È il Floating Piers (FP), il pontile galleggiante costruito dall’artista Christo Vladimirov Yavachev, che dal 18 giugno al 3 luglio scorso ha permesso di assaporare il “miracolo” di camminare sulle acque del Lago di Iseo dal paesino di Sulzano (Bs) a Montisola, l’isola lacustre più grande d’Italia.


Gian Vittorio Frau / AGF
Un’esperienza che molti hanno chiamato la “piccola Expo”, tessendone le lodi, pur sottolineandone le carenze organizzative. Buchi dovuti principalmente a una macchina “tarata” per accogliere 40.000 visitatori al giorno, ma che ha dovuto fronteggiarne più del doppio. Nonostante i disagi, l’evento è stato descritto come l’esempio di marketing territoriale che ha rilanciato la zona del Sebino a livello planetario; o come l’ennesima dimostrazione di come la cultura quadruplichi ogni euro speso. Molti hanno messo anche l’accento sull’intelligente sinergia delle istituzioni che, libere dalla burocrazia, hanno compiuto l’impresa. Insomma, FP è stato celebrato come un miracolo ottenuto senza sborsare un euro pubblico, visto che Christo se ne è accollato tutti i costi, circa 18 milioni di euro.

Il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni e i’ideatore del progetto
Christo Vladimirov Yavachev visitano l’installazione “The floating piers” sul Lago d’Iseo.
Elio Villa / AGF
A sei mesi di distanza, si può tentare un bilancio più distaccato, che consideri l’indotto creato, le ricadute future, l’organizzazione dell’evento per finire con le spese nella loro totalità. Si scopre così che non è tutto oro ciò che luccica e che i costi non sono stati solo a carico dell’artista. Anzi.

Iniziamo dai guadagni

Chi sicuramente non ci ha rimesso, è Christo stesso, il quale non solo rientrerà dei 18 milioni sborsati, ma vedrà crescere il proprio conto in banca. L’artista infatti, pur non accettando né commissioni, né sponsorizzazioni, né vendite di cataloghi, incasserà copiosamente dalla vendita dei bozzetti preparatori, soldi che saranno tassati negli Stati Uniti dove risiede e che quindi non produrranno ricchezza per lo Stato italiano. Per dare un’idea, un bozzetto di piccole dimensioni (34X56 cm) parte in media da circa 120 mila dollari, mentre uno di grande dimensioni arriva a 1,2 milioni di dollari. Se si considera che questi prezzi sono “figurativi”, visto che con la visibilità data da Floating Piers le quotazioni sono schizzate alle stelle e le trattative sono quasi tutte riservate, si comprende come per il Maestro le prospettive siano piuttosto rosee. Per lui i benefici sono già iniziati: novembre 2015, un suo bozzetto è stato battuto a New York a 334 mila dollari, con una base d’asta di “soli” 180 mila. A questi, poi, si devono aggiungere le opere per i “meno facoltosi”, come litografie e immagini fotografiche del progetto autografate dall’artista. Queste ultime – che possono avere una firma autografa o una semplice stampa – vanno dai 200 e ai 6 mila euro.
Alberto Nardi / AGF
Circa il comprensorio, invece, i conti sulla ricaduta economica li ha fatti la JFC di Rimini, l’unica società che abbia preparato uno lo studio “post evento”, sebbene nessuna amministrazione l’avesse commissionato… «The Floating Piers non può che essere considerato un grande successo», scrive nel rapporto Massimo Feruzzi, «capace di portare sul lago d’Iseo 808.900 persone che non vi erano mai state prima, sugli oltre 1,2 milioni di visitatori. Complessivamente le imprese del territorio hanno incassato in 16 giorni ben 88,1 milioni di euro: di questi, il 76,5%, pari a 67,4 milioni, sono stati fatturati grazie all’evento». A questa cifra va aggiunto il “value brand” che il Lago ha ottenuto grazie all’evento, valutato circa sette miliardi. Alla luce di questa analisi sarebbe dura sostenere che non sia stato un successo. Tuttavia: il brand value si riferisce al momento dell’evento, quando cioè il mondo intero cercava su internet Christo, Iseo, Sebino…, mentre non è mai stato ritenuto utile commissionare uno studio sullo stesso valore a sei mesi di distanza!

Circa i 67 milioni di valore aggiunto, un’analisi elaborata dal Comitato Territoriale di Confcommercio a tre settimane dall’evento, dimostra come da un punto di vista imprenditoriale il “miracolo Christo” abbia beneficato solo alcune aziende, mentre ne avrebbe danneggiato molte altre. Il volume di affari di quanti – bar, ristoranti e supermercati – si trovavano in prossimità dei punti di arrivo, è triplicato, mentre per gli operatori dell’accoglienza posizionati in luoghi più distanti, il fatturato è caduto anche del 70%. Non solo, il blocco totale della circolazione deciso dal prefetto di Brescia Valerio Valenti per fare fronte all’invasione dei visitatori, ha comportato la paralisi delle forniture e azzerato i guadagni nei giorni di saldi estivi. Anche sul fronte dei pernottamenti ci sono state luci ed ombre: mentre gli hotel registravano il tutto esaurito (e innalzavano i prezzi), i campeggi non hanno registrato variazioni sensibili.
Davide La Monaca / AGF
Ai mancati guadagni si deve poi aggiungere la beffa: in previsione dell’evento, molti comuni hanno ritoccato all’insù le tasse locali: come il canone per l’occupazione del suolo cresciuto in media del 38%. Aumenti si sono registrati, ha denunciato Legambiente, anche nelle tariffe della navigazione fluviale: con l’orario entrato in vigore il 18 aprile 2016, la Naviseo ha aumentato gli abbonamenti annuali per i non residenti del 30% (da 236 euro a 307 euro) e del 45% quelli mensili per studenti residenti (da 34,50 euro a 50 euro mensili). Ha inoltre abbracciato un sistema di tariffazione a tempo e non più a tratta, che per l’associazione è stato pensato apposta per costringere i turisti a pagare due tratte singole invece che una andata e un ritorno.

Chi ha sicuramente guadagnato sono stati i comuni interessati: Montisola, Sulzano e Iseo, che hanno visto crescere i loro saldi di bilancio. Tra tasse di soggiorno, trasferimenti dalla Regione, vendita dei biglietti delle navette, parcheggi e multe, gli incrementi sono stati sensibili. Sulzano ha chiuso con + 240 mila euro (25 mila solo di multe), cui si aggiungono i 150 mila bonificati dal Pirellone. A Iseo gli introiti per il Comune sono stati di 250 mila euro (180 mila dai parcheggi, 20 mila dagli autopark e 35 mila dai parchimetri), somma alla quale vanno aggiunte le contravvenzioni. Montisola invece avrebbe ricavato circa 450 mila euro, comprendendo anche i 150 mila euro della Regione. Le multe hanno aiutato anche i comuni non direttamente interessati dall’installazione, come Merone, che si è ritrovato con un +82 mila euro in cassa, grazie soprattutto ai 23.248 arrivati dai verbali.

Le note dolenti

Queste le note positive, ora veniamo alle note dolenti, cioè le spese. Sebbene l’intera operazione sia stata spacciata come a costo zero per il pubblico, in realtà il Pirellone già prima dell’apertura del FP aveva staccato numerosi assegni: 700 mila ai comuni per sostenere il marketing e il progetto; 535 mila per le spese della sanità; 150 mila per i contributi dei volontari della protezione civile; 400 mila per gli agenti della polizia locale provenienti da altre città come Milano; 218 mila per il potenziamento di Trenord. In totale la spesa è stata quantificata in tre milioni di euro.

Tutti fondi, come dichiarato dall’assessore regionale Parolini, decisi prima dell’evento, quando si preventiva un afflusso di circa 40 mila persone al giorno. In realtà l’affluenza quotidiana media è stata di 100 mila visitatori, il che ha determinato un’impennata delle spese. Parolini ha però negato costi aggiuntivi, tuttavia ancora non ci sono le cifre definitive. Per esempio la Regione ignora quanti soldi abbia incassato Trenord per il servizio, né ha saputo dire se i treni, che il prefetto di Brescia aveva soppresso per bloccare la fiumana di gente diretta al FP, siano stati comunque pagati alla società o scorporati dai costi.

Anche Prefettura e Provincia di Brescia hanno negato costi aggiuntivi, sostenendo che la sicurezza è stata effettuata con forze già presenti sul territorio. Tuttavia era stato lo stesso Prefetto Valenti a dire che oltre al contingente territoriale, sarebbero arrivati agenti di rinforzo da Roma: 20 uomini in più in servizio nei giorni feriali e 30 nei giorni festivi. Inoltre la macchina per garantire sicurezza e sanità è stata impressionante: sono stati creati due presidi permanenti di Carabinieri, Polizia, GdF e Forestale con funzioni antiterrorismo; erano operativi due elicotteri, due imbarcazioni della GdF, una motovedetta, due natanti e quattro acqua-scooter, 4 gommoni dei pompieri. Per la sanità, invece, erano in servizio permanente nove ambulanze, due automediche, due gommoni sanitari, due moto-soccorso, sei squadre appiedate. A tutto ciò si sono aggiunti anche i 360 volontari della Protezione civile bresciana e i 120 di quella bergamasca.




Xinhua/Photoshot / AGF

Per un evento del genere è il minimo che le istituzioni debbano fare, ma tale spiegamento ha avuto costi ancora oggi non quantificati. Sull’operazione, dopo un esposto del Codacons nell’agosto scorso, la Corte dei Conti lombarda ha aperto un fascicolo, ha richiesto tutti gli atti amministrativi e sta ancora indagando. A calcolare le spese occulte, ha provato Legambiente in uno studio commissionato per determinare i costi pubblici e quelli collettivi dell’opera (questi rilevati in base anche all’impatto che essa ha avuto sulla vita dei cittadini coinvolti). Per l’associazione, la stima totale arriverebbe a 33,3 milioni: 18 milioni a carico di Christo, 8 milioni a carico degli enti pubblici e 7,8 a carico della collettività. Per Legambiente, solo la mobilitazione delle forze di sicurezza sarebbe costata tre milioni, mentre lo smaltimento delle 900 tonnellate di rifiuti prodotti nei 16 giorni, 2,4 milioni. Per gli ambientalisti, insomma, il gioco non valeva la candela, come dimostra il fatto che per oltre 20 anni Christo ha proposto la passerella galleggiante in giro per il mondo e che nessun Paese abbia mai accettato. A parte l’Italia.

«Sono stati sovrastimati i benefici, mentre non sono stati calcolati costi pubblici, effetti ambientali e stress territoriale. Infatti senza una valutazione ambientale (esclusa incredibilmente dalla Conferenza di servizi) e della spesa pubblica, non è stato possibile effettuare una valutazione complessiva dell’evento. Alla luce del volume dell’investimento, 32 milioni circa tra pubblico e privato, c’è da chiedersi se in un “distretto” turistico come quello del Sebino gli investimenti fatti avranno un effettivo ritorno. La ricettività turistica è limitata e la propensione dell’area non è quella dell’Industria turistica, ma del turismo sostenibile», ha detto Dario Balotta, responsabile Trasporti di Legambiente.

Delle cifre riportate dall’associazione si può discutere, indiscutibile è invece il fatto che nessun ente abbia mai commissionato un’analisi costi/benefici prima di dare l’ok al progetto. Così come è indubbio che Arpa Lombardia non abbia richiesto una Valutazione di impatto ambientale né dell’opera né dell’evento in sé, perché “In quanto installazione artistica, e quindi opera di carattere temporaneo, “The Floating Piers” non è stata sottoposta né a VIA (valutazione di impatto ambientale) né a verifica di VIA”. L’agenzia per l’Ambiente ha solo richiesto “una relazione circa i possibili effetti sull’ambiente e le conseguenti misure da adottare”.

Ciò che invece l’Arpa ha preteso è stato il ritorno alla situazione “ante quo”, imponendo la rimozione dei 160 blocchi di calcestruzzo utilizzati come ancoraggio del pontile. Un’operazione che potrebbe aver fatto più male che bene al lago di Iseo. La rimozione per il professor Marco Pilotti, docente di Idraulica del dipartimento di Ingegneria civile dell’Università di Brescia e tra i massimi esperti del lago d’Iseo, ha sicuramente peggiorato la condizione ipolimnica (lo strato profondo) del lago. «Il recupero dei corpi morti, » dice, «ha certamente sollevato i sedimenti del fondale, dove è contenuta una quantità di fosforo 15 volte maggiore a quella presente nell’acqua immediatamente sovrastante, che già oggi è caratterizzata da valori preoccupanti di concentrazione». Dati precisi però non ci sono né ci saranno, perché mancano i fondi per una ricerca approfondita. Inoltre, nonostante l’immagine “green” che i responsabili hanno sempre cercato di dare all’opera, non è stata mai indicata la quantità di CO2 prodotta. A questo ha cercato di rispondere lo Studioaxs di Lucca, esperti in bioarchitettura, che ha valutato in 5617,7 Tonnellate le emissioni prodotte. Cifra enorme: per assorbirle servono circa 3745 alberi di grande dimensione che purificano per 50 anni consecutivi.

Concludendo: se FP, come dice Maroni, è stato l’esempio da replicare in futuro, molti aspetti devono essere migliorati. Le istituzioni prima di dare l’ok a un’operazione del genere dovrebbero avere chiaro quale sia il bilancio costi/benefici e pretendere un’analisi di impatto ambientale. Dovrebbero poi dare anche una chiara indicazione dei costi sostenuti e rendicontarli. Infine, dovrebbero preparare un progetto a lungo termine. Snellire la burocrazia è produttivo, ma “saltare” a piè pari i più elementari passaggi di valutazione è imperdonabile per chi è chiamato ad allocare fondi pubblici.

Nel caso di FP a oggi manca un progetto organico che capitalizzi il successo della passerella. L’opera ha sicuramente prodotto ricchezza momentanea e ha fatto conoscere il nome di Iseo nel mondo, ma questa era la parte facile. Già da settembre scorso si sarebbe dovuta iniziare un’azione di vero marketing territoriale, che partisse da Christo e investisse su tutto il territorio. «Come sindaci del comprensorio abbiamo fatto delle richieste alla Regione per un accordo di programma che preveda interventi su viabilità, ambiente e investimenti culturali», ha spiegato Paola Pezzotti, sindaco di Sulzano, «perché sappiamo che il difficile inizia ora. Siamo in attesa di risposta». Il Pirellone ancora non si è pronunciato, né ha indicato le opere da finanziare, nonostante Maroni lo avesse promesso con grande enfasi durante le celebrazioni post evento. Ora il tempo stringe e si rischia seriamente di perdere molti dei benefici del miracolo di Christo.