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2021/11/27

Non andrà tutto bene



Contrariamente a quanto affermato nel corso dei primi giorni della pandemia da Covid-19 quando più o meno tutti ci dicevano che "andrà tutto bene", stiamo assistendo ad un "sta andando tutto male".

Il ceppo originario del virus ha lasciato il posto a varianti fino ad arrivare alla Delta e Delta plus e adesso c'è Omicron che si preannuncia molto più infettiva delle prime che l'hanno preceduta e foriera di nuovi decessi, questi ultimi non sappiamo quanti ne arriveranno ma è lecito pensare che bisogna prepararsi al peggio.
L'incubo non è ancora finito!

La variante Omicron

È stato registrato in Belgio il primo caso europeo di variante sudafricana, un ceppo molto contagioso che ha 32 mutazioni : nella provincia del Gauteng, da cui proviene, in tre settimane il tasso di positività è schizzato da meno dell’1 al 30 per cento. Mentre crollano i listini e l’Ue valuta la sospensione di tutti i voli dall’Africa australe (Italia e Germania li hanno già fermati per 14 giorni ) ciò che più spaventa governi e mercati è che questa variante, chiamata ufficialmente "Omicron", possa sfuggire ai vaccini.

“Siano immediatamente adattati” ha detto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, “i contratti con i produttori lo prevedono”. È troppo presto per dire se sono necessari nuovi vaccini , dice l'Agenzia europea per i medicinali, mentre Pfizer e BioNTech fanno sapere di essere in grado di sviluppare e produrre un vaccino su misura contro le varianti in circa 100 giorni.

Ma l’immunizzazione universale è davvero la chiave per uscire dalla pandemia? Gli esperti dicono di sì e che l'unico modo di metterci al riparo dalla proliferazione delle mutazioni è vaccinare anche nei Paesi più poveri.

Omicron è arrivata anche in Italia.

Un primo caso accertato in Italia dove una sequenza riconducibile alla variante Omicron è stata identificata su un uomo atterrato a Milano dal Mozambico e residente a Napoli. Un caso anche in Belgio, due in Germania, due nel Regno Unito. Omicron è arrivata in Europa e l’Europa si blinda organizzando una riunione d’emergenza della commissione europea per delineare le misure da prendere. "Dopo aver attivato il freno d'emergenza per contrastare Omicron stiamo lavorando su ogni pista da seguire", fa sapere la presidente della commissione Ursula von der Leyen. 

E anche il Regno Unito introduce nuove misure rigidissime: tamponi molecolari per tutti i viaggiatori internazionali entro il secondo giorno dall'arrivo e autoisolamento per tutti fino a tampone negativo, vengono reintrodotte le mascherine nei negozi e negli ambienti interni e potenziata la campagna per la terza dose. 

Ma cosa possiamo fare per prevenire il contagio? 

Le raccomandazioni dell’Oms invitano a rafforzare le misure con più mascherine, distanziamento e lavaggio delle mani. 

In Italia alcune regioni sono già corse ai ripari: a Milano, Como e Monza da oggi mascherine obbligatorie all’aperto nei centri storici, così come a Roma nelle vie dello shopping. Intanto nelle ultime 24 ore il bollettino nazionale registra 12.877 nuovi positivi e 90 morti. Un incubo che al momento non sembra finire.

Perché Omicron?

L'Organizzazione mondiale della Sanità ha ribattezzato Omicron la nuova variante del Covid-19 scoperta nei giorni scorsi dalle autorità sanitarie del Sudafrica e già in via di diffusione anche in Europa. Dall'inizio della pandemia, l'Oms ha chiamato le varianti del virus assegnando loro di volta in volta una lettera dell'alfabeto greco. La prassi va incontro a ragioni di comprensione universale del termine utilizzato, ma mira anche a evitare che una forma patologica possa essere identificata con il Paese nel quale è stata isolata per la prima volta.

La prassi dell'Oms, però, stavolta, ha subito per la prima volta una deroga: l'organismo dell'Onu ha infatti saltato le due lettere dell'alfabeto che erano "di turno" per l'assegnazioni a nuove varianti: la Nu e la Xi. La "versione" del virus scoperta in South Africa, infatti, avrebbe dovuto essere chiamata Nu, a ruota della variante colombiana che era stata denominata Mu. Invece l'Oms ha saltato la Nu e anche la lettera successiva, la Xi. In assenza di spiegazioni ufficiali, inizialmente la decisione è finita al centro di un piccolo giallo che ha alimentato anche polemiche politiche nel momento in cui è parso che la lettera Xi fosse stata evitata per non offendere il presidente cinese Xi Jinping.

In seguito, sollecitata dai media, l'Oms ha emesso un breve comunicato in cui ha spiegato le ragioni dell'esclusione delle due lettere. Nel caso della Nu, la lettera ha foneticamente troppa somiglianza con la parola inglese New e poteva generare equivoci. Quanto a Xi, la spiegazione dell'Oms, è che si è voluta evitare perché rappresenta un cognome diffuso e l'organizzazione è sempre molto attenta a scegliere per le nuove malattie dei nomi che non offendano "gruppi sociali, culturali, nazionali, regionali, professionali o etnici".

I maligni hanno voluto rimarcare però che quel cognome molto diffuso in una regione non citata è però quello del presidente cinese Xi Jinping. "Se l'Oms ha così paura del Partito comunista cinese - ha twittato negli Usa il senatore repubblicano Ted Cruz - come possiamo pensare che denunceranno (i cinesi) la prossima volta che cercheranno di coprire una pandemia globale catastrofica?"



 
   




2021/09/18

Ciò che abbiamo costruito si ritorce contro noi stessi


«Stiamo in bilico tra una intelligenza scaduta e un’altra ancora non adulta, che tarda ad arrivare. Anche per questo, oggi, la scelta sul vaccino sta assumendo questi toni drammatici: casca in pieno nel ben mezzo di un solenne crepuscolo degli dei, e diventa così, immediatamente, scena madre di un finale tragico. Difficile mantenere lucidità e misura» Cit. Alessandro Baricco.

Alla fine, bisogna annotare, questa storia del Vaccino e del Green pass è diventata una faccenda affascinante. Di per sé sarebbe solo una questione tecnica, una certa soluzione a un certo problema. Ma la verità è che in breve tempo ha finito per diventare una sorta di cerchio magico dove molti sono andati a celebrare i propri riti, chiamare a raccolta il proprio pubblico, risvegliare le proprie parole d’ordine, o anche solo ritrovare se stessi. 

Da ogni parte ci affrettiamo verso quel luogo del vivere portando la nostra dotazione di pensiero e istinto: lì ci risulta più semplice che altrove riconoscere e pronunciare il nostro modo di stare al mondo. Il risultato è che un problema in fondo squisitamente pratico, oggi ce lo ritroviamo come problema, di volta in volta, politico, economico, medico, filosofico, etico, giuridico. 

Vorrei essere chiaro: quando un problema lievita così al di là della sua lievitazione naturale non è più un problema che si possa risolvere. Lo si può giusto forzare a una soluzione, sacrificandone alcune parti e lasciandole vagare, irrisolte, per il firmamento del nostro vivere. È uno di quei casi in cui un eccesso di informazioni e di riflessioni dà alla domanda uno statuto per così dire quantistico: qualsiasi risposta è giusta e sbagliata allo stesso tempo. È ormai evidente: chiunque disponga oggi di un’opinione certa sul vaccino, si sta sbagliando.

Quindi bisognerebbe lasciar perdere e tirare la moneta, vaccino sì, vaccino no? Be’, non esattamente. Vincerà una narrazione piuttosto che un’altra, è inevitabile; sarà imprecisa, parziale e vagamente semplicistica, è inevitabile; ma sarà comunque la narrazione che una nostra inerzia collettiva avrà scelto tra le tante disponibili. Per questo, prima che una chimica in fondo misteriosa decida definitivamente da che parte inclineremo, mi permetto di annotare due correzioni, molto pragmatiche, che mi sento di suggerire: possono essere utili a rendere più fluidi i processi che porteranno una narrazione a diventare realtà, relegando tutte le altre a leggende.

1. Vorrei mitemente consigliare di non rendere obbligatorio il vaccino, di non farlo per nessuna ragione al mondo. Ormai molti di noi sono passati a interpretare quel gesto non come un comportamento, ma come lo spazio di una propria autodeterminazione. Quando arrivi a quel punto, quel che stai maneggiando non è più la soluzione a un problema, ma la postura mentale con cui degli umani della tua comunità vogliono stare al mondo. 

Vuoi stabilirla tu per legge? Che arroganza. 

D’altronde, se un’élite politica e scientifica non riesce a convincere la totalità dei cittadini sull’utilità di un comportamento, con tutti gli strumenti che ha, di dominio e persuasione, deve alle fine prendere atto che non ce l’ha fatta, chiedersi dove ha sbagliato, e affrettarsi a fare l’unica cosa che deve fare: ricavare il meglio dai risultati che ha ottenuto. Evidentemente la narrazione che aveva scelto era sufficientemente solida da convincere la maggior parte della comunità, ma non abbastanza da risultare accettabile agli altri. 

Bon, girare pagina e andare avanti. Verosimilmente, accettare che una parte largamente minoritaria di italiani non si vaccini significa oggi rinviare di mesi il ritorno a una vita “normale”: significa meno lavoro, meno reddito, meno vita fuori casa, più contagiati, probabilmente più morti. Ma è uno scenario che un’élite deve essere abbastanza forte da accettare quando non è riuscita a guidare tutta la propria comunità ai comportamenti che riteneva appropriati. 

Pensare che la colpa sia dei cittadini che non capiscono è follia. Ci saranno frange che proprio non ragionano, e va be’, ci sono sempre. Ma gli altri, tutti deficienti? Oh, no, hanno le loro ragioni, il loro sapere, il loro istinto. Probabilmente vedono cose che non esistono, ma anche vedono cose che agli altri risultano quanto meno sfocate. Nella pancia delle resistenze al vaccino, una comunità come la nostra conserva la propria capacità genetica di produrre eresie e di pensare diversamente da se stessa: sono anticorpi assai più importanti di quelli che ci servono contro il virus. Sopprimerli per legge sarebbe folle.

E non è nemmeno tanto dignitoso, se mi posso permettere, scegliere la strada dell’obbligo indiretto: che poi vuol dire rendere la vita talmente complicata ai non vaccinati da indurli a cedere, prima o poi. Che tristezza. Petit, dicono i francesi – il più sanguinoso degli insulti. Strumento di questa infantile strategia è, ovviamente, il Green pass. 

Che, per essere pratici, è uno strumento non indispensabile, ma sicuramente molto utile e efficace per riportarci a vivere situazioni che altrimenti sarebbero più pericolose, dai teatri ai posti di lavoro. Ma usarlo come manganello per i non vaccinati è ovviamente un eccesso di zelo. Non c’è bisogno di scomodare nessuna riflessione filosofica o vigilanza costituzionale: se usiamo il Green pass come regolatore della vita comune ne dobbiamo facilitare il possesso a tutti, compresi quelli che rifiutano il vaccino. 

Ci vorrebbe un altro generale Figliuolo a cui affidare la missione di rendere più semplice possibile la vita a coloro che non vogliono vaccinarsi. Sono sicuro che qualcuno si chiederà perché dovremmo fare una cosa del genere, o, ad esempio, pagare i test a persone che, con le loro convinzioni, mettono a repentaglio la salute dei più. 

Conosco la risposta. Perché siamo civili. 

Perché siamo una comunità e non una partita di guardie e ladri. Perché siamo un Paese, non un reparto ospedaliero. Perché potrebbero avere ragione loro, e per certi versi sicuramente ce l’hanno. Perché lo stesso fa, la comunità, quando nel gruppo dei dissidenti ci siamo noi. Perché più prezioso del vivere, c’è il vivere da uomini giusti – che delitto dimenticarlo.

2. La seconda correzione che vorrei suggerire riguarda quelli che declinano l’invito a vaccinarsi: è molto importante che la smettano di pensare di essere gli unici a saperla lunga, gli unici ad essere sfuggiti a un rimbambimento generale; è molto importante che non si sentano degli eroi perseguitati che combattono il sistema. 

Per favore, è un equivoco, non serve a niente, complica le cose, stiamo passando un brutto momento, abbiamo tutti bisogno di semplicità, di idee chiare e distinte. Non vaccinarsi è un gesto legittimo, ma prima che diventi un po’ troppo facilmente un gesto rivoluzionario, è utile ricollocarlo nella sua cornice. Cerco di spiegare, non sarò lungo, bastano tre, quattro di minuti di attenzione.

Viviamo in comunità, e facciamo bene perché come individui, anarchici e individualisti, saremmo già spacciati da tempo. Ogni comunità ha una sorta di chiglia sommersa, una spina dorsale, una nervatura resistente che la tiene insieme e le dà la possibilità di seguire una rotta. Grazie ad essa navighiamo a dispetto delle correnti e nonostante le onde. 

Possiamo cambiare il timoniere, e quindi la rotta, e lo facciamo abbastanza spesso, ma sempre contiamo su quella chiglia, senza la quale qualsiasi timone sarebbe pressoché inutile. Ora, quando si parla di comunità-nazione la chiglia è rappresentata da una sorta di intelligenza collettiva e impersonale che prevale su quelle individuali e in certo modo le supera e le aggrega. 

Dovete immaginarla come la vertiginosa fusione di principi morali, saperi, mitologie, scaramanzie, mode, memorie di battaglie, visioni geniali, strafalcioni. Quasi sempre reca l’orma visibile del potere, come la tazza reca quella della mano del vasaio: ma sarebbe stupido non capire che a generare quella chiglia sono anche il sentire collettivo, gli antidoti prodotti da ogni forma di dissidenza, certe spinte irrazionali che vengono dal ventre della comunità, e l’ubiqua influenza dell’errore casuale e dell’imperfezione umana. La chiglia di una comunità è la sintesi abbastanza precisa della sua intelligenza, tradotta in forza; è il meglio della sua immaginazione, tradotto in gesti. 

Non è una emanazione del potere pura e semplice, è un prodotto a cui mettono mano tutti. Il timone, sì, è in mano al potere, ma la chiglia è qualcosa di più complesso, non a caso fila invisibile sotto la superficie dell’acqua. Una delle nervature di quel legno siete voi, ciascuno di noi, io, tu. Ora, credetemi: la cultura del vaccino è inscritta in quella chiglia. Non è il parere di un timoniere, vi prego di capire, ma deriva direttamente da quell’intelligenza collettiva che tiene insieme la nostra comunità e di cui fate parte. 

Tutta la filiera di saperi e riflessioni che ha da prima immaginato i vaccini, poi li ha realizzati e poi li ha usati, proviene in maniera molto riconoscibile dalla chiglia della nostra comunità, dalla sua nervatura forte. I principi, i valori e le logiche che l’hanno determinata rispecchiano un’intelligenza a cui potete far risalire quasi tutti gli scenari dove sicuramente, ogni giorno, fate funzionare la vostra vita. 

Se domani andate contro un muro (dio non voglia) il sistema di intervento che vi terrà in vita non è quello che voi preferite, ma quello messo a punto nel tempo da quell’intelligenza, la stessa che sta chiedendovi di vaccinarvi. Se fate un bambino, quell’intelligenza dispone di un suo modo per ridurre i rischi che muoia, e quando il bambino sarà grande quell’intelligenza ha immaginato per lui un habitat dove essere educato: ci crede talmente da renderlo obbligatorio per anni e anni. 

Se leggete libri, sappiate che l’élite che li produce è compatibile con quella intelligenza, se vi piace andare nei musei sappiate che quell’idea di memoria e di conservazione proviene dritta dritta da un’ossessione di quella intelligenza e dal denaro che essa, spesso in modi atroci, ha accumulato nel tempo: è la stessa intelligenza che, quando non vi insegue per farvi fare i tamponi, decide quando l’aria della vostra città è irrespirabile o quanti grassi può contenere al massimo la vostra merendina. 

Attraverso quella intelligenza abbiamo scelto un sistema per stoccarci da morti, finanziamo le nostre università, ci spingiamo a decidere quando una droga inizia a farci veramente del male, e abbiamo una nostra idea di cosa sia la libertà sessuale. Non la smettiamo un attimo di lavorare, con quell’intelligenza. È una chiglia, fende il mare.

Così, per gran parte dei membri della comunità, l’esperienza quotidiana, ordinaria, abituale, è questa: abitare al 90% il mondo così come l’intelligenza collettiva l’ha organizzato, e poi patire e incazzarsi per un dieci per cento che proprio non digerisce. Arriva sempre quel frammento della realtà in cui il delta tra la tua sensibilità personale e le regole individuate dall’intelligenza collettiva diventa una voragine che ti fa davvero troppo male. In questo momento il vaccino è, per molti, quel frammento. 

Ma credetemi, ognuno ha il suo. Io per esempio ce l’ho con la scuola. Mi sembra che i guasti che facciamo lì siano più gravi di quelli che rischiamo di fare con un vaccino: posso sbagliarmi, ma era per spiegarvi che poi ognuno si impunta su un frammento della vita reale, intanto che accetta tutti gli altri, e questo è la normalità. Questa è l’esperienza di tutti, e tutti, prima o poi, finiamo dalla parte di quelli che non ci stanno, e patiamo l’ondata di disapprovazione, l’isolamento più o meno esplicito, il destino dubbio degli esuli, la tentazione di isolarsi in una propria tribù in guerra col mondo. Non per questo siamo degli eroi. 

Non lo credo proprio. Non per questo la sappiamo più lunga degli altri, non lo credo proprio. Viviamo, lo facciamo da svegli, ogni tanto ci troviamo sulla sponda dei ribelli. Tutto lì.

Oggi, devo aggiungere, e poi chiudo, tutto ciò accade nel paesaggio di un grandioso cambio di civiltà, e questo confonde molto le menti e i cuori. Come mi accade di scrivere spesso, quel che sta succedendo è che la chiglia si è scoperta vecchia, marcia, stanca, esausta per i lunghi viaggi spesso fallimentari. 

Stiamo in bilico tra una intelligenza scaduta e un’altra ancora non adulta, che tarda ad arrivare. Anche per questo, oggi, la scelta sul vaccino sta assumendo questi toni drammatici: casca in pieno nel ben mezzo di un solenne crepuscolo degli dei, e diventa così, immediatamente, scena madre di un finale tragico. Difficile mantenere lucidità e misura. Me ne accorgo, con sconsolata lucidità, quando ci vedo discutere, tutti, in questo modo vagamente panico, come di gente che si agita per non affogare. 

Cerchiamo punti saldi e non li troviamo. Alziamo la voce, allora, o ci induriamo, o scappiamo. Non c’è nulla che si possa fare a riguardo. 

Mi viene in mente, solo, il bellissimo esergo che Benjamin Labatut ha scelto per il suo ultimo libretto. Sono delle parole di Gramsci che io non ricordavo. Dicono così: “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.  

Siamo noi, ho pensato. I fenomeni morbosi, siamo noi. Che passi presto, questa terra di nessuno, ho pensato.

2021/05/27

Corona Virus, la verità?



Joe Biden chiede ai servizi segreti di «raddoppiare gli sforzi e preparare un rapporto sull’origine del Covid-19 entro novanta giorni». In una nota diffusa dalla Casa Bianca, il presidente americano rivela «di aver già ricevuto un primo report», ma di non essere soddisfatto. «Dobbiamo andare avanti su due possibili scenari: il virus può essere emerso dal contatto tra uomini e animali infetti; oppure può essere derivato da un incidente di laboratorio». Biden annuncia che il governo Usa, in accordo con i partner mondiali, «continuerà a premere sulla Cina, in modo che possa partecipare a un’inchiesta internazionale, pienamente trasparente e basata su dati scientifici». La posizione di Washington è condivisa dall’Unione europea e da altri 13 Paesi. La comunità internazionale dei virologi, a cominciare da Anthony Fauci, sta cercando di separare scienza e politica. Impresa non facile, poiché fin dal gennaio 2020 il dibattito sulla nascita della pandemia è stato inquinato da teorie cospirative, in parte alimentate anche da Donald Trump. Al centro dell’attenzione l’Institute of Virology di Wuhan, la città-innesco della pandemia.

Sospetti e provette

La pista di un esperimento andato male ha ripreso quota da qualche mese. Per quale ragione? La risposta è facile: le missioni, le ricerche condotte dall’Organizzazione mondiale della Sanità non hanno dato esiti convincenti. Nel maggio del 2020 l’Oms ha promosso uno studio congiunto con gli scienziati cinesi. Poi nel febbraio del 2021 un team internazionale ha visitato Wuhan. Una missione giudicata «poco più di una farsa» dal Dipartimento di Stato americano, con Biden nel frattempo insediato alla Casa Bianca. In ogni caso il risultato è un papiro di 313 pagine, pubblicato sul sito il 30 marzo 2021, sulla base di dati esaminati tra il 14 gennaio e il 10 febbraio 2021. L’analisi conclude che «è molto probabile» che l’infezione sia stata trasmessa dagli animali (forse pipistrelli) agli esseri umani; mentre è «decisamente improbabile» che il virus si sia sviluppato nei laboratori di Wuhan. In realtà, ed è questo il passaggio chiave, non ci sono prove sufficienti a sostegno né dell’una né dell’altra tesi.

I dubbi degli scienziati

La comunità scientifica internazionale segue con perplessità crescente gli sforzi dell’Oms, guidata dal direttore generale, Tedros Adhanom Ghebreyesus. Diversi virologi escono più volte allo scoperto. L’iniziativa più efficace è una lettera pubblicata il 13 maggio dalla rivista Science. «La ricerca è stata costruita sulla base dei dati forniti dagli scienziati locali; gli altri non hanno avuto accesso diretto agli accertamenti sul campo. Inoltre, nonostante non ci siano prove in un senso o nell’altro, il rapporto è estremante sbilanciato», scrivono i 18 specialisti provenienti da centri studi di alto livello (14 Usa, 2 Canada, 1 Regno Unito e Svizzera) che hanno firmato la lettera. «Su 313 pagine, solo quattro sono dedicate all’ipotesi di un incidente in laboratorio; tutto il resto esplora la possibilità di una trasmissione tra animali e uomini». Il dibattito tra gli scienziati stimola la curiosità dei media e, nello stesso tempo, incoraggia la fuga di notizie. Negli Stati Uniti saltano fuori dossier rimasti segreti per mesi. Il 24 maggio il Wall Street Journaldà notizia di un report dell’intelligence americana che rivela come, nel novembre del 2019, tre ricercatori dell’Institute of Virology di Wuhan si fossero ammalati contemporaneamente. I tre finirono in ospedale con «sintomi compatibili sia con il Covid-19 sia con l’influenza stagionale». Le carte dei servizi, quindi, non sono risolutive.

La versione di Pechino

Da mesi i cinesi ribattono che gli Stati Uniti continuano ad accusarli sulle origini del virus per coprire «il loro fallimento nella reazione alla pandemia». Ora pensano che il rapporto di intelligence sia stato passato al Wall Street Journal perché facesse rumore alla vigilia dell’assemblea generale dell’Oms. Il dottor Yuan Zhiming, direttore del Laboratorio di biosicurezza di Wuhan dice che «questa storia è una falsità costruita sul niente». In realtà, l’informazione sui tre ricercatori dell’Istituto di virologia che si sarebbero ammalati nel novembre del 2019 non era nuova, tanto che ne aveva discusso in pubblico anche Marion Koopmans, virologa inviata a Wuhan con la missione Oms lo scorso gennaio: «È normale che qualcuno stia male in autunno, noi non abbiamo riscontrato niente di grosso».

La visita guidata

C’è poi la risposta sull’efficacia della missione di febbraio. I 17 esperti internazionali a Wuhan hanno lavorato con 17 colleghi cinesi, che li hanno guidati e controllati in ogni spostamento, portandoli anche nel laboratorio (3 mila metri quadrati, completato nel 2015 a un costo di 42 milioni di dollari e pienamente operativo dal 2018). La loro permanenza è durata un mese, ma 14 giorni li hanno passati in quarantena chiusi in un albergo. Nel rapporto, pubblicato a marzo, il team Oms ha definito «estremamente improbabile» un errore durante ricerche scientifiche cinesi sui coronavirus e non ha riscontrato «falle nella sicurezza». Però, lo studio ammette la carenza di «raw data», dati grezzi sulle cartelle cliniche dei primi pazienti individuati. I colleghi cinesi hanno replicato: «In base alla nostra legislazione, alcuni dati non potevano essere consegnati o fotografati, ma li abbiamo analizzati insieme ai colleghi stranieri e tutti hanno potuto vedere il database».

L’indiziata numero uno

In questi mesi, tra gli indiziati per una possibile fuga del Sars-CoV-2 dal laboratorio, c’è stata Shi Zhengli, la famosa «Bat Woman» cinese che per quindici anni ha fatto ricerche nelle grotte della provincia sudoccidentale dello Yunnan, infestate dai pipistrelli. La virologa ha riferito di aver ricevuto una telefonata il 30 dicembre 2019, mentre era a una conferenza a Shanghai: «Era il direttore dell’Istituto di prevenzione e controllo delle malattie virali, da Wuhan: avevano trovato un nuovo coronavirus in due pazienti con polmonite». Shi Zhengli ha ammesso di aver subito avuto il dubbio atroce: «Può essere venuto dal nostro laboratorio?». Rientrata in città accertò che non era possibile: «Posso garantirlo sulla mia vita». È stato ipotizzato anche che persone infettate dai pipistrelli nello Yunnan abbiano portato il contagio a Wuhan. «Nessun abitante di quella zona ha avuto il Covid-19. Così, la teoria secondo cui il paziente zero viveva vicino alla zona mineraria di Tongguan nello Yunnan e poi ha viaggiato fino a Wuhan è falsa», ha concluso la scienziata."

2020/11/27

Vaccinarsi conviene?




Tutto quello che non quadra nelle sperimentazioni nell'atto d'accusa della prestigiosa rivista britannica
Un atto d'accusa durissimo alla sperimentazione dei vaccini anti-Covid. Partito non da un blog di no-Vax, bensì dal British Medical Journal, una delle riviste che - assieme a Lancet - si contende la palma di vera e propria bibbia della scienza.

A firmalo è l'editore associato Peter Doshi, che si chiede quanta attendibilità possano avere i roboanti annunci fatti in serie da Pfizer, Moderna e Astrazeneca sull'efficacia dei propri ritrovati. Annunci che, a prima vista, sembrano davvero autorizzare all'ottimismo - con percentuali di efficacia dei vaccini oltre il 90% dei casi - ma che, se si analizza la questione più in profondità, lasciano perplessi i protagonisti della comunità scientifica.

Non c'è solo il caso Astrazeneca a preoccupare il British Medical Journal. Certo, la vicenda del dosaggio sbagliato potrebbe essere la spia di una sperimentazione non immune da altri errori, magari dettati dalla fretta di arrivare al risultato finale. Ma la prestigiosa rivista settimanale inglese getta un'ombra anche sui due prodotti americani. Accusati, in particolare, di aver adottato una politica di scarsissima trasparenza sui dati. Proferendo annunci che, oltre a creare una grande aspettativa in un mondo messo in ginocchio dall'epidemia da Coronavirus, mettono anche una grande pressione sulle autorità che poi dovranno validare definitivamente i vaccini prima della loro diffusione.

Ma quali sono i dati che mancano? Innanzitutto specifiche maggiori sul campione che si è sottoposto alla sperimentazione. Per dire, niente è trapelato sull'efficacia dei farmaci in alcune sottocategorie importanti, ad esempio gli anziani fragili. Inoltre, ancora non si sa delle prestazioni del vaccino a 3, 6 o 12 mesi. La percentuale di efficacia dei vaccini influenzali, invece, viene calcolata in base alla durata del periodo di copertura: una stagione. Nè, infine, si sa ancora se una persona vaccinata, oltre a non sviluppare i sintomi più gravi del Covid, è o meno in grado di contagiare gli altri.

Ma, al di là di queste problematiche che erano in parte già state evidenziate dalla comunità scientifica, Peter Doshi scende ancora più nel dettaglio. Innanzitutto, gli effetti collaterali. "Il comunicato stampa di Moderna - scrive Doshi - afferma che il 9% (del campione, ndr) ha sperimentato mialgia di grado 3 e il 10% affaticamento di grado 3; La dichiarazione di Pfizer ha riportato che il 3,8% ha sperimentato stanchezza di grado 3 e il 2% mal di testa di grado 3".

Poca roba? Non proprio. "Gli eventi avversi di grado 3 sono considerati gravi" spiega l'editore associato del British Medical Journal. Ma, riguardo gli effetti collaterali, c'è un problema molto più latente. In molti casi, infatti, essi assomigliano ad alcuni dei sintomi del Covid (lieve febbre, stanchezza, dolori muscolari). Per essere sicuri che le persone del campione che avessero mostrato questi sintomi non fossero in realtà positive al Covid, sarebbe stato necessario sottoporle tutte ai test. Ma davvero tutte le persone con un sospetto Covid sono state sottoposte a un tampone di conferma? Questa è un'altra informazione cruciale senza la quale è impossibile stimare la reale percentuale dell'efficacia del vaccino. Se alcune delle persone con presunti effetti collaterali del vaccino avesse in realtà i sintomi del Covid, quel famoso 90% di efficacia si abbasserebbe sensibilmente. "I protocolli di prova per gli studi di Moderna e Pfizer - scrive Doshi - contengono un linguaggio esplicito che istruisce gli investigatori a usare il loro giudizio clinico per decidere se indirizzare le persone per i test". Un'implicita ammissione che i tamponi non vengono fatti a tutti i protagonisti della sperimentazione, ma solo alle persone per le quali i medici lo ritengono necessario.

"Solo la piena trasparenza e il controllo rigoroso dei dati consentiranno un processo decisionale informato. I dati devono essere resi pubblici" conclude Doshi, gettando un'ombra non indifferente sull'intera vicenda. E non finisce qui, perché sullo stesso numero della rivista compare un appello firmato da quattro scienziati di tutto il mondo (lo spagnolo Jose M Martin-Moreno, il britannico John Middleton, l'israeliano Manfred S Green e Mohamud Sheek-Hussein degli Emirati Arabi) che chiedono alle multinazionali del vaccino di mettere in condivisione tutti, ma proprio tutti i dati relativi alla propria sperimentazione. Lasciando che a dare il giudizio finale sia l'Organizzazione Mondiale della Sanità. L'unica, per prestigio e indipendenza, a poter mettere il timbro di validità su una vicenda dai contorni ancora troppo poco chiari.

2020/11/21

Christmas Holidays!



Nel mondo sottosopra plasmato dalla pandemia, con i parametri della normalità saltati o riscritti, anche le agognate vacanze di Natale rischiano di diventare una iattura per gli studenti ansiosi di tornare in classe. Quello che fino all'anno scorso era un traguardo atteso per tirare il fiato dopo i primi mesi di lezioni e interrogazioni, ora verrà sfruttato per prolungare di un paio di settimane la quarantena forzata degli studenti delle scuole superiori (e di seconda e terza media per le regioni rosse).
 
Come scrive Corrado Zunino, anche la ministra Azzolina sembra essersi arresa alla prudenza e non insisterà per un rientro prematuro: la data del 7 gennaio - sempre che la curva dei contagi torni davvero sotto controllo - è ormai la più probabile per sancire la riapertura di licei e istituti. Questo significa un altro lungo periodo di lezioni virtuali, con buona pace dei ragazzi No Dad e della loro voglia di tornare a scuola: un tempo che dovrà servire a risolvere i problemi strutturali evidenziati dall'inizio della seconda ondata, cioè i trasporti pubblici, il tracciamento e le assenze in cattedra.
 
Sull'altro piatto della bilancia ci sono i disagi di una generazione di alunni che porta addosso i segni di questo anno pandemico, con danni psicologici e cognitivi che non possono essere ignorati. Fa riflettere, sul tema, il commento di Chiara Saraceno, che accusa il nostro modello (di governo, di società, di economia) di aver tenuto in considerazione le esigenze e i diritti di tutti tranne che quelli dei giovani e degli studenti, dimenticandosi che il progetto "recovery fund" si chiama in realtà "Next generation". È vero, per loro fortuna gli adolescenti sono meno soggetti ai sintomi gravi del virus e anche quando si contagiano, se la cavano con pochi danni. Ma non per questo si possono continuare a ignorare i danni interiori che la pandemia sta provocando. Vacanze di Natale comprese.
 

2020/11/15

Non sta andando tutto bene!

 


La seconda ondata del covid rischia di essere una replica della prima, solo più cattiva. E non si tratta della violenza del virus, che pure continua a fare paura. Ma dell’animo degli italiani, ormai lontani parenti di quelli che a marzo commossero il mondo cantando dai balconi “andrà tutto bene”.

Nella sola Lombardia, un medico su quattro dichiara di essere stato vittima di discriminazione sociale a causa del proprio impegno contro la pandemia. Quegli stessi camici bianchi che in primavera furono esaltati come eroi, oggi sono emarginati come untori, quando non insultati e minacciati come uccelli del malaugurio per il semplice fatto di denunciare i rischi del contagio e la sofferenza degli ospedali.

E sull’altro fronte, quello dei pazienti, le cose non vanno meglio. Sei mesi fa eravamo tutti chiusi in casa, e a tenerci dentro o a liberarci, tutti insieme, ci aveva pensato il governo. Ora le chiavi della libertà passano spesso dal sistema dei tamponi o dalle Asl, entrambi in crisi da settimane. 
Sono decine, da nord a sud, i racconti dei prigionieri del virus, bloccati in casa non dai sintomi, non dalle diagnosi, ma dalla burocrazia.

Dopo i malati e l’economia, ora la vittima del virus sembra la comunità. Quando la solidarietà salta e le regole non funzionano, resta solo la legge della giungla.

2020/10/30

Joker Brokers and Covid-19 pandemia


3M N95 1860 MASK BRING OUT JOKER BROKERS FROM EVERYWHERE

After 4 weeks we have come to the following conclusion; It does not mater what your background is, people want to get involved in the Personal Protective Equipment game "PPE" everybody from Stock brokers, Real-estate brokers, investment bankers, commodities brokers, import exporters, former and current military and even crypto-currency suppliers are coming out the woodwork to get involved anyway they can. At first we thought everyone one is getting involved to help out however, we quickly realized that it does not matter what the commodity is, Gold, Oil, Sugar, Bitcoin or PPE med supplies Joker brokers will always be joker brokers.

Remember this : In life time will either promote you or expose you!
1. THE PRODUCT PRICING AND AVAILABILITY is a moving target which changes from day to day because of supply demand but mostly due to GREED. Example a very popular Ventilator VG70 normally between cost between $10k to 12k USD in just two weeks it has gone to over 40K. Best example is the 3M 1860 Medical Respirator mask. Prior to the Pandemic you could by a pack of 20 at 33 cents per MASK list price or the box was $6.60 for 20 separate mask now people are trying to sell a single mask for $4, $5.0 even as high as $8.00 in some cases, its insane to see the PRICE GOUGING which is what prompted the government to step and brings me to the next topic.

2. PRICE GOUGING guidelines were introduced during an country wide state of emergency on a state by state basis. While laws vary by state, increases over 20% may be considered price gouging.

https://uspirg.org/feature/usf/how-identify-and-report-price-gouging . This is across the board for all PPE products however 3M Mask are under another level of protection from the government.

3M Mask as of April 14th 2020
3M Starts Lawsuits in Florida due to N95 price gouging attempt of the strategic national stockpile
https://investors.3m.com/news/news-details/2020/3M-Files-Lawsuit-in-Florida-in-Alleged-N95-Price-Gouging-Attempt-of-the-Strategic-National-Stockpile/default.aspx

As of April 8th 2020 3M list price for 1860 N95 Respirator as you can see below $1.27 per mask add 20% mark up and logistics and the price should be around $2.00 to $2.50 per mask. You can find people selling each mask for as much as $5.00 to $6.00 to hospitals and first responders, they are also hoarding the product in the US in order to get top dollar for it as well. Unofficially we have been told any one caught selling 3M 1860's or 8210 N95 Mask will be up for an audit by the IRS.

3. JOKER BROKERS have come out the woodwork and have disgusted many buyers who are now leary to work with legitimate sources to procure product. What I have seen ranges from poor expectation management to outright lies about product availability and straight up fraud.

4. FRAUD has been rampid among buyers just trying to help provide PPE product to those that need it the most such as medical first res-ponders and emergency service workers. Here are a few types of fraud we have seen. Chinese and international manufactures have money sent upfront and product never ships, down payments 25% to 50% or more sent and no product gets delivered or the wrong product. Fraudulent product is sent in place of the real product. Brokers overcharge and attempt to earn money in the middle of the transaction which brings me to my final thought on this subject.

5. ARBITRAGE - For all the brokers that are not putting up your own money or working directly with the distributor or manufacturer understand that the price the re-seller, distributor or Manufacturer is charging to the end user is the price and commissions are included in this price.

Example - based on the price of a 3M 1860 N95 Respirator mask. If a re-seller charges $2.00 per mask which includes 5 cents commissions does not mean that you increase can up charge the end user using their own Proof of funds in your escrow and never provide them with paperwork from the seller other the new price you want to show them say $4.00 and keep the difference this is ARBITRAGE. Leveraging your sale against my sale substantiating no value to the transaction a naked in a ARBITRAGE.

6. GHOST PRODUCT ON THE GROUND This is the most common practice by bad actors. Here is how it works. The offer typically sounds like it too good to be true. Remember to use common senses if it sounds to good to be true it probably is. We get an offer from group of brokers that either a private seller or 3M distributor has anywhere between as little as 5 Million and I have heard as much as 700 Million of either 1860's or 8210's Mask ready to be picked up at specific locations across the US or internationally. The prices I have seen range from low $2.00 range and mid $5.00 and you have act fast or they will be gone, otherwise known as a "spot purchase" which is not under production contract.

It starts with a request for Letter Of Interest "LOI" from a qualified buyer followed by a Proof Of Funds "POF". The lure is that alleged seller will provide a SGS report showing quality of goods, physical inspection, potential to escrow the funds or pay by wire after inspection. 99.99% of the time you send your qualified buyers LOI and POF and the group that brought the deal to you says they accepted another offer and you never get a chance to confirm weather the product ever existed.

This is what I call the LAND GRAB. In this process they collect multiple qualified buyers information with no intention of ever involving or paying any of the intermediary brokers who have illusions of grandeur and have already negotiated the commission fees they think they deserve to be receiving for making a simple introduction. The deal goes away as just another product that you and your buyer did not move on fastest enough. Over the next few weeks many times the unscrupulous sellers or so called sellers shop your info and POF to try and find real reliable buyers that they can sell to with you no longer in the picture under a different company name or people all together.

In closing, if your looking for a reliable resource for PPE Medical Supplies and would like to work with a company that stays with in price gouging guidelines and does business with highest standard of integrity, feel free to reach out to us. Remember we only do business with those we know like and and trust. We have A feeling that the need for PPE is not going away anytime soon.

7. IMAGINARY MASTER DISTRIBUTORS I thought I had seen every conceivable way that bad actors and Joker Brokers could cause qualified buyers' to feel uneasy and un- comfortable and then I saw and uptick on this method.

This is how it works, you get contacted by one of the many Joker Brokers that is direct or in direct to a Master 3M Distributor who can get them priority on shipment for production or product on the ground "SPOT" purchases.

All you have to do is submit NCNDA, LOI, POF, IMFPA and letter of attestation from an attorney that you are capable, ready willing and able to transact for either a SPOT or production purchase. Here is the catch. This information is sent through representative, joker broker or to a lawyer some type of supposed intake manager with the idea the information is being sent to 3M in actuality 99.99% of the time it is not.

The goal is to receive qualified ready willing and able buyers information and then approach 3M for production contract or find private sellers that may be able to help the client. In other words, they are now shopping your package to the broker world of "supposed" qualified sellers. Unfortunately, most never find real suppliers or buyers. I recently heard that FEMA was approached by aprox 160 alleged 3M production sources and they ended up with 3 real ones as one example has shown.

Although this is not buying advise, what we have found is that it's important to do your due diligence. Now confirm you are really working with qualified attorney's and verify PRIME 3M distributors, (Brokers call them Master Distributors) by getting their authorized distributor number and contacting 3M. Although, I am confident that we will all get through this crazy circus together please contact us if you need help to circumnavigate the treacherous waters of procuring 3M products from reliable sources.

2020/10/28

Il ritorno della pandemia




Intervista al virologo Giorgio Palù, professore emerito di microbiologia e virologia all’Università di Padova e Adjunct professor presso i dipartimenti di neurosciences and science and technology della Temple University di Philadelphia, negli Stati Uniti.

Per quali ragioni si assiste al ritorno diffuso del Covid-19 in Italia?

«Noi non abbiamo mai avuto un azzeramento dell’ondata del virus. Il virus ha avuto una mitigazione estiva e ricordi che nell’emisfero australe adesso si sta cominciando ad avere la stessa mitigazione: noi siamo ad ottobre e lì comincia la primavera ed in Brasile, Perù, Sudafrica, i casi diminuiscono ed anche la letalità. Le ragioni della mitigazione estiva, senza l’azzeramento, sono dovute a quello che la natura ha posto tra noi e il virus: la temperatura, l’irradiazione ultravioletta prolungata con le ore di luce, l’attività all’aria aperta. Ovviamente, si doveva pensare, come tutti i virus respiratori, che con l’autunno-inverno ci sarebbe stata la recrudescenza. Questo è uno dei motivi della recrudescenza ma il motivo principale è un altro».

Quale professore? 

«Se noi prendiamo tutte le altre variabili, uso del distanziamento, sanificazione, mascherine, attività varie, vediamo che l’unico vero nuovo elemento che è correlabile all’impennata esponenziale dei casi verificatasi ai primi di ottobre è stato la riapertura delle scuole. Ci sono degli studi condotti negli Stati Uniti che dimostrano come la chiusura delle scuole avesse impattato significativamente sulla riduzione dell’espansione del virus. Dal 14 al 24 di settembre si sono riaperte non solo le scuole ma è iniziata la circolazione di otto milioni di studenti. E sei lei considera che la crescita dei casi positivi rispetto al numero di nuovi tamponi praticati, è passata dall’1 al 12%, si tratta appunto di un incremento esponenziale. 

Guarda caso in un lasso di tempo che combacia con la riapertura delle scuole. E non solo e non tanto per l’ambiente scolastico ma per quello che viene prima e dopo la scuola, soprattutto con l’occupazione studentesca dei mezzi di trasporto. Nell’ultimo dpcm i trasporti sono rimasti inalterati, all’80% della capienza. Purtroppo non abbiamo messo a profitto la lezione che avremmo dovuto invece apprendere: il distanziamento sui mezzi, perché se si è ammassati, gomito a gomito, non basta la mascherina».

Lei resta favorevole a tener aperte le scuole? 

«Io resterei favorevole per le elementari e le medie, anche in presenza. Le università hanno già sperimentato la didattica a distanza, anche per le esercitazioni, come pure i licei e le classi superiori. Ma un bambino come fa a distanza? Bloccare l’educazione, la cultura e la scuola significa bloccare la nostra società».

Disinfettanti per le mani, come comportarsi?

«Spesso, ogni volta che si tocca qualcosa, usarli il più possibile».
La paura ormai è un pane quotidiano. 

Ha qualche suggerimento razionale da dare agli italiani? 

«La paura sta diventando un dogma, come il Covid ed il "rischiamo tutti di morire"; il virus è stato assunto quasi a nuova categoria dello spirito. Guai se non riconosciamo che questa è la pandemia del secolo, si rischia altrimenti di essere etichettati come negazionisti o quantomeno non politicamente corretti, non essendo in linea con il pensiero unico che pervade ormai tutta la comunicazione. È l’affermazione di una nuova ideologia basata sulla negazione di atteggiamenti sconvenienti (discriminazione, rifiuto dell’accoglienza, minimalismo) più che sull’affermazione di valori positivi e diritti-doveri civici. Ormai la civiltà occidentale sembra aver perso la capacità di ragionare criticamente e di fatto si dimentica che l’origine del virus è cinese e che la Cina rappresenta un nuovo potere egemone di dimensione planetaria. E poi la paura che cosa fa, dal punto di vista sanitario?».

Cosa fa?

«Fa andare al pronto soccorso persone che hanno un colpetto di tosse e rischiano di intasare attività e strutture che dovrebbero essere dedicate anche a malati affetti da patologie importanti (cardiovascolari, neoplastiche, degenerative) che hanno un significativo impatto sulla mortalità della popolazione generale. Questi pazienti invece devono attendere per le cure di cui necessitano con considerevoli rischi per la loro salute. Inoltre aumenta la possibilità di accendere focolai di contagio in ambiente ospedaliero. Non mi pare che questo dpcm disegni una proiezione di misure sanitarie innovative atte a proteggerci anche in futuro da nuove epidemie. Sa quale è il rischio? Di morire di lockdown più che di Covid-19. Come virologo posso dire che la letalità di questa malattia è relativamente bassa; studi recenti di sieroprevalenza dimostrano che la letalità si colloca tra lo 0,25 e lo 0,40%, il che vuol dire 3-4 per mille. Guardi che nel 1957 e nel 1968 son morte due milioni di persone a seguito della pandemia di influenza asiatica ed Hong Kong. Ma allora la popolazione del mondo era la metà di adesso e più giovane di quella attuale. Quindi è necessario guardare criticamente i numeri. Una patologia virale che ha una letalità del 3 per mille non è la spagnola, non è il vaiolo, non è la peste, non è Ebola, non la Sars, non è Mers e non è neanche la pandemia dell’Asiatica. Quanto alla letalità da Covid-19 l’età media di chi muore è 82 anni. Pochissime le persone giovani sotto i 50 anni, casi che poi vengono amplificati dai giornali».

I nonni possono vedere i nipoti e se sì con quali precauzioni?

«Questa è una vera preoccupazione, anche io sono nonno e cerco di avere il massimo delle precauzioni, sono in buona salute, non ho comorbosità. Ma se in casa abbiamo una persona gracile od un nonno che ha diabete, ipertensione, disturbi vascolari ed ha una età attorno agli 80 anni io gli consiglierei di fare a meno di vedere il nipote».

Bisogna fidarsi della virologia? 

«Avendo avuto il compito di rappresentare a livello nazionale ed internazionale la virologia, ci tengo a dirle che si tratta di una scienza esatta, al pari della chimica e della fisica. Nell’ambito dei diversi ricercatori di discipline biomediche i virologi sono tra quelli più insigniti di premi Nobel per la fisiologia o medicina (tre anche quest’anno), e ci tengo a ricordare al riguardo anche gli italiani Salvador Luria e Renato Dulbecco. Parlare di malattie virali non deve essere esclusività dei virologi, ma anche di epidemiologi, infettivologi, esperti di sanità pubblica, clinici, immunologi, statistici-matematici per le implicazioni che hanno le malattie infettive trasmissibili a carattere epidemico-pandemico. Quello che mi dispiace è che l’opinione pubblica imputi ai "cosiddetti virologi", quelli che come tali vengono accreditati da voi giornalisti e che spesso si accapigliano l’un l’altro o si contraddicono, la responsabilità di una comunicazione che confonde, non dà sicurezza né prospettive. Raccomanderei di investire di più in virologia, quella seria, che si occupa di vaccinologia, patogenesi molecolare, genetica ed evoluzione dei virus specie in quegli ospiti animali (mammiferi) che sono all’interfaccia con l’uomo e che saranno in futuro nuova potenziale sorgente di forme epidemiche. Anche così si potrà dire di aver tratto la giusta lezione da questa pandemia».

2020/10/21

La libertà perduta, per sempre?




Il virus, arbitro tra salute e libertà

Da una settimana in Italia il contagio è sfuggito di mano e nelle stanze del governo si discutono scenari e nuove restrizioni per riprendere il pieno controllo della situazione. 

Ieri c’è stato un nuovo record nei contagi, oltre quota 15 mila. 

E un preoccupante aumento delle vittime: 127, tante quante non se ne registravano dal 20 maggio. Che cosa accadrà quando i nuovi positivi diventeranno 20-30mila al giorno? 

Tommaso Ciriaco rivela quali sono le proposte sul tavolo: dal coprifuoco serale a partire dalle otto della sera nelle grandi città, fino al divieto di spostamenti, se i numeri dovessero peggiorare, con possibilità di muoversi solo per andare a scuola o al lavoro.

Ancora una volta, per tutelare la salute di tutti dobbiamo prepararci a rinunciare a una parte della nostra libertà. 

E’ la pandemia a richiederlo, e non solo in Italia. Due giornalisti, positivi al coronavirus,  raccontano in prima persona che cosa accade nei due paesi più potenti del mondo. 

Federico Rampini è a New York e la 007 del Covid gli offre, quasi chiedendo scusa, l’albergo a spese dello Stato di New York, i pasti, le medicine e persino lo psicologo gratis. 

Filippo Santelli, da Nanchino, racconta un altro modo di affrontare la pandemia: da quando è risultato positivo la sua camera d’albergo è chiusa a chiave. 

Dall’esterno.

fonte La Repubblica 22/10/2020



2020/10/12

THE PARTY IS OVER



Dopo i fasti dell’estate la festa è davvero finita. Perché se è vero che la maggior parte dei focolai, l’80 per cento, si sviluppa in famiglia e tra amici, la seconda ondata dell’epidemia impone nuove restrizioni nella vita di ognuno di noi. Ed è quello che prevede la bozza dell’ultimo Decreto del presidente del Consiglio dei ministri. 

Come racconta Michele Bocci vengono vietate le feste private nei locali pubblici. Il governo rivolge una forte raccomandazione a non organizzarne in casa e comunque a non ritrovarsi mai in più di sei persone se non si è conviventi. Trenta partecipanti è il limite per le cerimonie civili e religiose come i matrimoni. Stop alle gite scolastiche e allo sport amatoriale di contatto non regolamentato, per esempio le partite di calcetto tra amici, mentre resta il via libera per le attività delle società sportive. Per evitare gli assembramenti dei giovani dopo le 21 scatta il divieto di sostare davanti ai locali che non offrono posti a sedere, come alcuni bar o gelaterie, mentre quelli che hanno il servizio al tavolo come i ristoranti dovranno chiudere a mezzanotte.
 
Interventi mirati e decisi ora, dice il premier Giuseppe Conte, per evitare misure più drastiche in futuro. Per scongiurare, cioè, un nuovo lockdown nazionale e i suoi risvolti drammatici sull’economia e sulle famiglie. “L’economia va preservata, certo. Ma l’unico consumatore che non consuma è quello morto”, scrive Luca Bottura commentando le accuse rivolte al ministro della Salute Roberto Speranza, che parlando di come far rispettare i limiti alle feste private aveva spiegato di confidare nelle segnalazioni dei vicini di casa.
 
La scuola per ora è salva. Anche se l’intangibilità della presenza in classe dei ragazzi, sventolata per mesi, è diventata di nuovo una leva della trattativa. Nel braccio di ferro tra Regioni e governo sulla capienza consentita dei mezzi di trasporto pubblici è riapparso per la prima volta lo spettro della didattica a distanza per gli studenti delle superiori.


2020/07/24

Il tramonto del petrolio


I loro bilanci non quadrano più. All’Algeria serve che il prezzo del greggio Brent, uno standard internazionale per il petrolio, aumenti fino a 157 dollari al barile. All’Oman serve che arrivi a 87 dollari. Nessun produttore arabo di petrolio, con l’eccezione del minuscolo Qatar, può far quadrare i suoi conti al prezzo attuale, che si aggira attorno ai 40 dollari al barile.

Alcuni paesi stanno perciò prendendo provvedimenti drastici. A maggio il governo algerino ha dichiarato di voler dimezzare le spese. Il nuovo primo ministro dell’Iraq, uno dei principali produttori di petrolio, vuole tagliare i salari pubblici. L’Oman sta avendo difficoltà di accesso al credito dopo che le agenzie di rating hanno classificato il suo debito come spazzatura. Il deficit del Kuwait potrebbe raggiungere il 40 per cento del pil, il livello più alto del mondo.

Il covid-19 ha fatto precipitare il prezzo del petrolio ai minimi storici perché le persone hanno smesso di spostarsi per limitare la diffusione del virus. Con la ripresa dei commerci il prezzo è risalito, anche se potrebbero volerci ancora anni per registrare un picco nella domanda.

Un assaggio del futuro

Non c’è da illudersi però. Le economie globali si stanno allontanando dai combustibili fossili. A causa della sovrapproduzione e della crescente competitività delle fonti di energia più pulite, il petrolio potrebbe continuare a costare poco anche nel prossimo futuro. Il recente sconvolgimento nei mercati petroliferi non è un’aberrazione, ma un assaggio del futuro. Il mondo è entrato in un’epoca di prezzi bassi e le regioni più colpite saranno il Medio Oriente e il Nordafrica.

I leader arabi sapevano che i prezzi del petrolio alle stelle non sarebbero durati per sempre. Quattro anni fa il principe ereditario Mohammed bin Salman, che di fatto governa l’Arabia Saudita, ha presentato un piano chiamato Vision 2030 che aveva l’obiettivo di emancipare la sua economia dal petrolio. Molti paesi vicini hanno la loro versione di questo piano. Tuttavia “il 2030 è diventato il 2020”, dichiara un consulente del principe. I proventi del petrolio in Medio Oriente e Nordafrica, che produce più liquido nero di qualsiasi altra regione, sono crollati secondo l’Fmi da più di mille miliardi di dollari nel 2012 a 575 miliardi di dollari nel 2019. Quest’anno i paesi arabi dovrebbero guadagnare circa 300 miliardi di dollari dalla vendita del petrolio, una cifra che non basta nemmeno a coprire le loro spese. Da marzo hanno tagliato, tassato e preso in prestito soldi. Molti stanno bruciando riserve di denaro liquido che avrebbero dovuto finanziare le riforme.

A soffrire saranno anche i paesi non produttori, che per lungo tempo hanno fatto affidamento sui vicini petroliferi per far lavorare i loro cittadini. In alcuni paesi le rimesse dei lavoratori all’estero costituiscono fino al 10 per cento del pil. Il commercio, il turismo e gli investimenti hanno contribuito in una certa misura a diffondere la ricchezza. E tuttavia, rispetto ad altre regioni, il Medio Oriente ha una proporzione di giovani disoccupati tra le più alte al mondo. Il petrolio ha foraggiato economie improduttive, supportato regimi detestabili e attirato interferenze indesiderate dall’estero. Perciò non è detto che la fine di quest’epoca sarà disastrosa se stimolerà riforme che diano vita a economie più dinamiche e a governi più rappresentativi.

Spese eccessive

Di sicuro ci saranno delle resistenze. Partiamo dai produttori di petrolio più ricchi della regione, che possono affrontare nel breve periodo i prezzi bassi. Il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti possiedono enormi fondi sovrani. L’Arabia Saudita, la più grande economia della regione, ha riserve di valuta estera per un valore di 444mila miliardi di dollari, sufficienti a coprire due anni di spese al ritmo attuale.

Questi paesi però sono stati colpiti duramente dalla pandemia, oltre che dall’abbassamento dei prezzi del petrolio. E per molto tempo hanno speso troppo. A febbraio, prima che l’epidemia di coronavirus esplodesse nel Golfo, il Fondo monetario internazionale prevedeva che i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg) – Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – avrebbero esaurito i loro duemila miliardi di dollari di riserve entro il 2034.

Da allora l’Arabia Saudita ha speso almeno 45 miliardi di dollari delle sue riserve liquide. Se continuerà a spendere a questi ritmi per altri sei mesi, l’aggancio del rial saudita al dollaro andrà in sofferenza. La svalutazione colpirebbe i redditi reali in un paese che importa praticamente tutto. I funzionari sono preoccupati. “Ci troviamo davanti a una crisi come il mondo non ne ha mai viste nella storia moderna”, afferma il ministro delle finanze Mohammed Al Jadaan.

Il regno saudita aveva sperato in un aumento del turismo religioso e ricreativo. Oggi quella speranza è una fantasia

Nel tentativo di mettere in ordine i conti, l’Arabia Saudita ha sospeso un’indennità per il costo della vita riconosciuto ai dipendenti statali, ha aumentato il prezzo del carburante e ha triplicato l’imposta sulle vendite. Nonostante queste misure, il deficit di bilancio quest’anno potrebbe superare i 110 miliardi di dollari, pari al 16 per cento del pil. Potrebbero arrivare altre tasse, magari sulle imprese, sul reddito o sulla proprietà terriera. Un aumento delle tasse però potrebbe deprimere ulteriormente il commercio, azzoppato dal tentativo di contenere il coronavirus.

Il regno aveva sperato che un aumento del turismo religioso e ricreativo avrebbe almeno in parte compensato il declino dei proventi del petrolio. Oggi quella speranza appare una fantasia. La città santa della Mecca è chiusa agli stranieri da febbraio. Nel 2019 il pellegrinaggio annuale aveva attirato nel paese 2,6 milioni di pellegrini; quest’anno il limite massimo è stato fissato a mille. “Il regno è bloccato dalla stessa dipendenza dal petrolio da cui dovrebbe tirarsi fuori per sopravvivere”, afferma Farouk Soussa della banca Goldman Sachs.

Ritorno nelle piazze

Eppure, secondo alcuni lo sconvolgimento negli stati produttori di petrolio ha un lato positivo. I paesi del Golfo producono il petrolio più economico del mondo, perciò si preparano ad acquisire delle fette di mercato se i prezzi continueranno a restare bassi. Con la fuga degli stranieri, gli abitanti potrebbero occupare i loro posti di lavoro. E le lotte che serpeggiano nella regione potrebbero convincere alcuni paesi ad accelerare sulle riforme. Le agenzie di rating lodano l’aumento delle tasse in Arabia Saudita come un passo per trasformare un’economia basata sulla rendita in un’economia produttiva. Per riscuotere entrate fresche i leader arabi parlano di un’ondata di privatizzazioni. Il regno ha annunciato di recente la vendita del più grande impianto di desalinizzazione del mondo a Ras al Khair. Al momento però gli investitori sembrano più orientati a far uscire tutti i loro soldi dalla regione.

Un declino prolungato dei prezzi del petrolio manderà ulteriormente in sofferenza anche paesi arabi che non estraggono questa materia prima

Nel frattempo monta la rabbia dell’opinione pubblica. I sauditi si lamentano delle nuove tasse, il cui peso ricade soprattutto sui più poveri. “Perché Mbs non tassa i ricchi?”, si lamentano i disoccupati sui social, riferendosi al principe Mohammed con le sue iniziali. “Perché non vende il suo yatch e non si mette a vivere come noi?”, chiede una madre di quattro figli nel nord del paese, dove il principe sta costruendo altri palazzi. In Iraq funzionari governativi adirati per i tagli dei salari hanno espresso il loro sostegno a un movimento di protesta che sta cercando di rovesciare l’intero sistema politico. In Algeria, dove il reddito pro capite è sceso da 5.600 dollari nel 2012 a meno di quattromila dollari oggi, i manifestanti stanno tornando nelle piazze. I governanti della regione non possono più permettersi di comprare la lealtà dell’opinione pubblica.

Le proteste sono già ricominciate in Libano, dove la pandemia aveva momentaneamente sospeso mesi di manifestazioni contro la corruzione e un’economia al collasso. Il Libano non è un produttore di petrolio (anche se spera di diventarlo). La sua crisi, che quest’anno potrebbe vedere una contrazione superiore al 13 per cento del pil, è stata provocata dalle conseguenze di un ordine economico postbellico eccessivamente dipendente dai servizi e da un settore finanziario sproporzionato. Tuttavia il crollo economico del Golfo ha peggiorato le cose. Un declino prolungato dei prezzi del petrolio manderà ulteriormente in sofferenza anche paesi arabi che non estraggono questa materia prima.

Contratto sociale stravolto

Le rimesse dai paesi ricchi di risorse energetiche sono un’ancora di salvezza per l’intera regione. Più di 2,5 milioni di egiziani, quasi il 3 per cento della popolazione del paese, lavorano in paesi arabi che esportano molto petrolio. Per altri paesi le cifre sono ancora più alte: il 5 per cento per il Libano e la Giordania, il 9 per cento per la Palestina. I soldi che mandano a casa costituiscono una parte considerevole delle economie dei loro paesi d’origine. Al crollo dei proventi petroliferi farà presto seguito il crollo delle rimesse. Ci saranno meno posti di lavoro per gli stranieri e salari più bassi per quelli che trovano lavoro.

Questo determinerà uno sconvolgimento del contratto sociale in paesi che hanno fatto affidamento sull’emigrazione per assorbire cittadini senza lavoro. L’Egitto forniva un tempo manodopera non qualificata al Golfo. Negli anni ottanta più di un quinto dei suoi migranti che sgobbavano in Arabia Saudita era analfabeta. Oggi la maggior parte ha un’istruzione secondaria e la quota di laureati è raddoppiata. L’Egitto oggi fatica a contenere l’epidemia di covid-19 in parte perché non ha un numero sufficiente di medici: dal 2016 ne sono emigrati più di diecimila, molti nei paesi del Golfo.

Un eccesso di laureati senza lavoro è la ricetta ideale per l’esplosione di disordini sociali

Se le opportunità negli stati produttori di petrolio diminuiranno, molti laureati potrebbero non emigrare più. Tuttavia i loro paesi d’origine non possono offrirgli un buon tenore di vita. I medici in Egitto guadagnano appena tremila sterline egiziane (circa 164 euro) al mese, una piccola parte di quanto guadagnano in Arabia Saudita o in Kuwait. Un eccesso di laureati senza lavoro è la ricetta ideale per l’esplosione di disordini sociali. A questo si potrebbe aggiungere un flusso di concittadini costretti a rientrare in patria al termine dei loro contratti di lavoro. Molti non vorrebbero farlo, poiché emirati come Dubai e Qatar offrono non solo posti di lavoro ben retribuiti ma anche servizi di prima classe e un sistema di governo relativamente onesto. Secondo un sondaggio di Gallup pubblicato a gennaio, solo il 10 per cento dei migranti egiziani nelle aree più ricche del Golfo vuole tornare nel suo paese.

Anche gli affari ne risentiranno. I produttori di petrolio sono anche grandi mercati per altri paesi arabi. Nel 2018 hanno assorbito il 21 per cento delle esportazioni dall’Egitto, il 32 per cento dalla Giordania e il 38 per cento dal Libano. Le aziende possono naturalmente cercare altri partner commerciali. Già adesso l’Egitto esporta di più in Italia e in Turchia che in qualsiasi paese arabo. Tuttavia le cose che vende in questi paesi – prodotti derivati dal petrolio, metalli e prodotti chimici – tendono a creare pochi posti di lavoro per gli egiziani. I paesi nella regione acquistano una quantità maggiore di merci ad alta intensità di lavoro, come prodotti agricoli, tessili e beni di consumo. Più della metà dei televisori esportati dall’Egitto finisce nei paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo. L’industria farmaceutica giordana, che genera più del 10 per cento delle sue esportazioni complessive e sostiene decine di migliaia di posti di lavoro, invia quasi tre quarti delle sue esportazioni nei paesi arabi produttori di petrolio. Paesi del Golfo ridimensionati e impoveriti avranno molti più consumatori a bassa capacità di spesa.

Avranno anche meno turisti ricchi. In Libano i turisti provenienti da tre soli paesi – Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – rappresentano un terzo di quanto speso in totale dai turisti. La maggior parte dei turisti in Egitto proviene dall’Europa, ma i turisti del Golfo si fermano di più e spendono più soldi nei ristoranti, nei bar e nei centri commerciali. Questi paesi possono cercare altrove fonti di guadagno, ma sarà difficile sostituire i turisti ricchi nel cortile di casa. I sauditi trascorrono l’estate al Cairo o a Beirut perché queste città sono vicine, familiari da un punto di vista culturale e parlano la loro stessa lingua. È improbabile che sloveni o singaporiani facciano lo stesso.

Un incidente storico

In un certo senso gli stati del Golfo sono diventati snodi di potere e influenza nel Medio Oriente per un mero incidente storico. Per secoli sono state aree isolate che si sostentavano grazie ai pellegrinaggi e al commercio delle perle. A governare la regione erano le grandi capitali arabe dell’antichità: il Cairo e Damasco hanno combattuto contro Israele e hanno guidato le rivendicazioni del nazionalismo arabo. Beirut era lo snodo finanziario e culturale.

Per queste antiche potenze, oggi in declino, il rapporto con i nuovi arrivati è improntato a un certo disagio. In una registrazione trapelata nel 2015 il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi si prendeva gioco della ricchezza del Golfo. Diceva a un consigliere di chiedere ai sauditi dieci miliardi di dollari in aiuti finanziari, una richiesta accolta con una risata. “E perché? Scoppiano di soldi”, replicava Al Sisi con un battuta. Erano stati abbastanza generosi con il paese, seppure in modo selettivo. Dopo il 2013, quando Al Sisi ha rovesciato un governo islamista eletto dal popolo, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti avevano concesso all’Egitto aiuti per un valore di circa 30 miliardi.

Molti stati arabi un tempo supportati da Riyadh o Abu Dhabi, adesso sembrano pessimi investimenti


La leadership sunnita in Libano è stata a lungo cliente degli stati arabi. Rafik Hariri, che ha guidato il paese dopo la guerra civile, ha fatto fortuna come appaltatore in Arabia Saudita. Suo figlio Saad, che ha ricoperto a sua volta la carica di primo ministro, ha la cittadinanza saudita. Il Ccg ha salvato la Giordania dalla bancarotta due volte nell’ultimo decennio.

Negli ultimi anni però i finanziamenti hanno cominciato a esaurirsi. In parte questo è avvenuto per controversie di carattere politico. Dal punto di vista di Riyadh o Abu Dhabi, molti stati arabi che un tempo supportavano, adesso sembrano pessimi investimenti. I sauditi sono frustrati dal rifiuto di Al Sisi di mandare truppe a sostegno della loro nefasta invasione dello Yemen e il giovane Hariri si è mostrato troppo tollerante nei confronti di Hezbollah, la milizia sciita in parte sostenuta dall’Iran. La diminuzione della loro prodigalità riflette d’altro canto la diminuzione dei loro patrimoni. L’Egitto non riceve più soldi da anni. Nessuno dei paesi del Golfo sembra disposto a salvare dalla bancarotta il Libano. Nel 2018 la Giordania ha dovuto implorare di ricevere un pacchetto di aiuti di 2,5 miliardi di dollari in cinque anni dai paesi del Golfo, metà di quello che aveva avuto nel 2011. Non si tratta di sviluppi necessariamente negativi: molti arabi apprezzerebbero una minore influenza straniera nei loro paesi. Le pressioni finanziarie sui loro governi già indebitate però aumenteranno.

Pechino ha un ponte da vendere

Potrebbe anche prefigurarsi un cambiamento più ampio nella politica della regione. Per quattro decenni gli Stati Uniti hanno seguito la “dottrina Carter”, che prevedeva l’uso della forza militare per mantenere la libera circolazione del petrolio nel golfo Persico. Con il presidente Donald Trump, tuttavia, la dottrina ha preso a vacillare. Quando lo scorso settembre missili da crociera e droni di fabbricazione iraniana hanno colpito alcune strutture petrolifere saudite, Washington non ha quasi battuto ciglio. Le batterie di missili di difesa Patriot inviate nel regno qualche settimana dopo sono state già ritirate. Fuori del Golfo, Trump si è impegnato ancora meno, ignorando del tutto il caos in Libia, dove la Russia, la Turchia gli Emirati Arabi Uniti (tra gli altri) si stanno contendendo il controllo.

Un Medio Oriente meno centrale nella fornitura globale di energia sarà un Medio Oriente meno importante per gli Stati Uniti. La Russia potrebbe subentrare per riempire il vuoto, ma i suoi interessi regionali sono limitati, così come la sua determinazione a mantenere il suo porto sul Mediterraneo a Tartus, in Siria. Non vuole – e probabilmente non può – mettere in campo uno scudo di sicurezza che comprenda la penisola araba. La Cina ha cercato di restare fuori dalla politica regionale, perseguendo unicamente benefici economici: contratti di costruzione in Algeria, concessioni portuali in Egitto, un’ampia gamma di accordi nel Golfo.

Tuttavia, con il progressivo impoverimento degli stati arabi la natura del loro rapporto con la Cina potrebbe cambiare. Questo sta già accadendo in Iran, dove le sanzioni statunitensi hanno soffocato i proventi del petrolio. I funzionari del paese stanno discutendo un accordo di investimenti di lungo periodo in base al quale aziende cinesi potrebbero costruire di tutto, dai porti alle telecomunicazioni. Viene presentata come “partnership strategica” ma i suoi critici temono che potrebbe portare la Cina a controllare le infrastrutture che costruisce, come fa già in alcuni paesi asiatici e africani indebitati. Il declino dei prezzi del petrolio potrebbe imporre questo modello agli stati arabi e forse complicare ancora di più ciò che resta dei loro rapporti con Washington.

Se chiedete ai giovani arabi dove vorrebbero vivere è molto probabile che sceglieranno Dubai, che secondo il 44 per cento di loro, in un sondaggio del 2019, era il luogo ideale dove emigrare. Definiscono spesso la loro ammirazione facendo paragoni con i loro paesi. Con tutte le sue pecche, Dubai (e i suoi vicini) offrono qualcosa di insolito nella regione: i poliziotti sono onesti, le strade sono ben asfaltate, l’elettricità non subisce interruzioni.

Mentre crolla l’economia, in Libano tutti parlano di emigrazione. Tuttavia nel Golfo ci sono pochi posti di lavoro. “Dubai è sempre stata una via di fuga”, dice una donna. “Adesso è come se fossimo in trappola, senza un piano di riserva”. Gli stessi timori accomunano i giovani in tutta la regione. Quasi dieci anni dopo che un fruttivendolo tunisino ha acceso la miccia della primavera araba, le frustrazioni che l’aveva provocata non sono sparite. La fine dell’era petrolifera potrebbe portare a un cambiamento. Prima però porterà dolore.

2020/04/30

Diteci la verità!



Sono sempre più deluso, preoccupato ed arrabbiato: le settimane passano tra un mare di chiacchiere e intanto l’Italia fallisce.  Conte parla a reti unificate senza dire praticamente nulla e “gli scienziati” - che non rischiano un’unghia del proprio reddito – giustificano il rinvio delle aperture, insensibili verso la realtà di un Paese dove la maggior parte delle persone non ha ancora capito verso quale disastro siamo diretti.

Soprattutto ci contano delle gran balle con numeri quotidiani ingestibili se non si fanno  tamponi e test statistici a tappeto. Intanto per esempio pochi sanno che – a fronte di 12.352 decessi a marzo per il coronavirus - l’anno scorso (fonte ISTAT) c’erano stati 15.189  morti in Italia per polmoniti (16.220 nel 2018) che quest’anno non ne risultano praticamente più: come si spiega?

Questo solo per dire che i numeri si girano come si vogliono, ma intanto un fatto inequivocabile e vero è che a 60 giorni dall’inizio della pandemia le aziende italiane dai 2 ai 499 dipendenti non hanno ancora visto un euro e per i finanziamenti fino a 25.000 euro risultano a ieri accettate (non liquidate!) 28.500 pratiche su centinaia di migliaia in giacenza.  

Avete notato il balletto sul MES durato settimane con  tutto che poi torna in silenzio dopo la affermata (da Conte) “impensabile grande vittoria in Europa”? Balle, il silenzio è per non far ricordare il voltafaccia 5Stelle agli elettori e salvare il governo, ma i soldi “veri” non ci sono, è tutta una manovra a debito e intanto il nostro debito pubblico sta in piedi perché solo la Banca Centrale Europea sta comprando (per fortuna) tonnellate di miliardi di titoli di stato italiani sperando nel MES, mentre la platea delle chiusure incombe.

Tranquilli, comunque, non arriverà la Troika alla greca ma solo “Una vigilanza rafforzata” da parte di Bruxelles: le parole sono tutto, non conta mai la sostanza.

Questo mi brucia: oltre al quotidiano bollettino sanitario delle ore 18 servirebbe un onesto “bollettino economico” di come si stia procedendo: dicano quanti finanziamenti siano liquidati al giorno, se non si vergognano…

Perché gli “scienziati” parlano, tanto loro non rischiano: “Se si aprisse subito potremmo arrivare a 151.000 ricoverati in terapia intensiva” ci dicono, ma non ci spiegano  perché proprio quel numero, ma se lo dice Conte lo riprendono i media e allora tutto diventa vero.

Intanto lo stesso Premier si precipita a Genova ad inaugurare “l’innalzamento dell’ultima campata del ponte” – ennesima passerella per un’opera pubblica che sulla pelle di 43 persone ha già goduto di una decina di festeggiamenti parziali - e intorno a lui si notava in TV una gran ressa di gente. Conte ha parlato (senza mascherina!) dei soliti futuri, immancabili destini.

Tutto in evidente spregio ai decreti ma Lui può, noi no: perfino le Messe ci sono vietate!

Atteggiamenti assurdi, così come nessuno sembra rendersi conto che sono stati superati tutti i limiti costituzionali, ma è “per l’emergenza” e allora va bene così. Sfugge il particolare  che nessuno ha eletto Conte, così come gli scienziati, i comitati, gli esperti che di fatto dirigono l'Italia. Se questo atteggiamento fosse stato tenuto da un governo di centro-destra sarebbero saliti ululati di lesa maestà costituzionale.

Ma intanto il parlamento è esautorato, la colpa è delle regioni e tanto il prode presidente Mattarella,  firma sempre tutto.

Restano però aperte tutte le domande drammatiche, vere, mai neppure sfiorate da mille (inutili) dibattiti. Per esempio chi controlla i conti della Protezione Civile o come si spendono milioni di euro “per l’emergenza”, oppure perché siamo così indietro con tamponi e controlli.

Insisto:  se in una qualsiasi attività si osservano le prescrizioni e le distanze perchè non si può e non si deve ricominciare a lavorare? Ditemi perché deve star chiuso chi vende mobili, oppure un orefice, un avvocato, una sarta, una pasticceria (però i dolci al supermercato e in panetteria puoi comprarli). I “Comitati tecnici” di Conte sono ben lontani dalla praticità dei problemi ed è ora che insorgano con più forza tutte le associazioni di categoria che purtroppo non vengono ascoltate.

E se tutti – ovviamente muniti di mascherine ed osservando le distanze – dal 4 maggio semplicemente ci ribellassimo alle imposizioni e cominciassimo a muoverci e a lavorare liberamente? Sarebbe davvero una criminale sfida allo Stato ? Direi semplicemente un rifiuto a quei suoi rappresentanti che a due mesi dall’inizio del caos dimostrano - e ogni giorno confermano - di non essere all’altezza della situazione.