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2013/01/18

L'Africa dal basso!

L’Africa non è solo un continente, smisurato, unico, ma anche un modo diverso di concepire la vita. In Africa tutto ha un tempo che scorre e il suo scorrere spesso ci porta a pensare che stiamo perdendo il nostro tempo. Chi ha avuto modo di viverci per lungo tempo sa che non è così, l’africano vive la vita seguendo canoni diversi, maggiormente legati al territorio, si adatta al proprio ambiente e cerca di assimilarne le esigenze, non cerca di modellarlo, non prova nemmeno a cambiarlo. È in Africa, culla della vita, che è nato l’uomo, si è sviluppato, evoluto, cresciuto e lì tutto ha avuto origine. Un’Africa umile e grandiosa, simbolo di un’umanità smarrita che cerca il suo potente soffio vitale. Lo stesso che affascina da secoli inesauribili schiere di viaggiatori. 

Perchè dal basso?

Quando sei in basso giudichi quello che vedi da un altro punto di vista, magari limitato, pur sempre reale, a contatto con tutto quello che ti circonda. Ti porto un esempio: se guardo la Tour Eiffel dal piazzale, la vedo in tutta la sua maestosità, in quel momento lei è la protagonista della scena e io solo un puntino piccolo piccolo alla base, un osservatore attento farebbe fatica a individuarmi, a riconoscermi perchè la mia figura si confonderebbe nell’immagine della torre. Restando però in basso io vivo la realtà che mi circonda, annuso gli odori, ascolto le voci, vedo i colori, provo dolore e gioia insieme a quelli che mi circondano. Se io salgo su quella torre, il mio orizzonte si ampia, sono sempre un puntino ma all’ultima terrazza della torre non c’è spazio per migliaia di persone, sono pochi gli eletti che di volta in volta hanno accesso a essa, da quel punto privilegiato allora posso guardare la città che mi circonda, domino tutto ma quello che realmente potrebbe interessarmi lo vedo distante, come puntini in mezzo al verde, come puntini in mezzo al grigiore, come puntini su un bateau mouche che naviga nella Senna, un mondo a me distante del quale non posso sapere nulla, perchè troppo lontano. Dal basso invece sintetizza il modo come ho iniziato a scoprire l’Africa.

Cioè sei andato in Sud Africa?

No, l’Africa nera l’ho scoperta dalla Nigeria. In questo caso il titolo non ha un riferimento geografico, è semmai un percorso il mio, la scoperta di un continente, della sua gente, abitudini, delle usanze e costumi partendo dal gradino inferiore di una ipotetica scala di valori. Più in basso di così non era possibile, avrei dovuto assumere le loro sembianze. Questo non vuol dire che mi elevo in ogni caso a un gradino superiore, io uomo bianco ho cercato di essere come loro, ho cercato di immedesimarmi nel ruolo di uomo nero riuscendone a cogliere tutti gli aspetti del loro modo di vivere arrivando perfino ad una sorta di simbiosi fra la mia cultura e la loro. Io ne sono uscito rafforzato, tutta la mia conoscenza ha beneficiato di questo processo negli anni seguenti e i benefici li posso percepire ancora adesso.

Quindi il tuo era un viaggio al contrario, sei fuggito dalla realtà deve vivevi per entrare in un mondo totalmente sconosciuto e scoprire sulla tua pelle come vive l’uomo nero?

Non necessariamente, non sono partito con quell’intento, io in Nigeria sono andato per lavorare, non ho scelto l’Africa semmai, parafrasando, l’Africa ha scelto me.
Non è stato un percorso facile. Arrivare in Nigeria fu un tremendo impatto con una realtà che non mi aspettavo, tutto era molto, troppo diverso da quello che pensavo fosse possibile, la gente, i colori, gli odori colpivano i sensi e rendevano un’immagine ben diversa da quegli stereotipi che anni di scuole e università erano riusciti a insegnarmi. La prima reazione fu agghiacciante, il primo pensiero fu di scappare e lasciare ad altri quelle responsabilità che mi si chiedevano, anzi imponevano. Fu la perseveranza che sempre mi contradistingue e la consapevolezza che potevo farcela che mi tennero li, col tempo imparai a conoscere l’ambiente ove vivevo e integrarmi in un mondo così diverso. Ma solo dopo i primi mesi mi resi conto che il processo per la piena accettazione del vivere nel continente nero aveva avuto un esito positivo, che desideravo restare e potevo integrare il loro modo di vivere al mio.

Uhmm restare? Per restare ti sei sposato un’africana?

Sicuramente no, non era nelle mie intenzioni entrare in Africa dalla porta più facile. L’idea prevalente che si fanno gli italiani è che il matrimonio risolve tutto, anche le difficoltà ad ottenere un visto. Salvo poi scoprire che un matrimonio dovrebbe essere “per sempre” e quasi mai, in Africa, va a finire così. 
Perchè? Perche le tentazioni sono tante, se ti sei sposato con uno scopo ben preciso e non “per amore” vuol dire che sei anche africanizzato, quindi non più padrone di te stesso, devi rendere conto di una parte della tua vita alla tua dolce metà che sarà dolce solo i primi mesi di vita insieme. Dopo la convivenza ti sembrerà sempre più salata, non è lei a peggiorare, non solo, sei tu. Perché cerchi e vorresti continuare a fare quello che facevi prima. Perché sai che il tuo matrimonio non è per dividere una vita insieme ma solo un salvacondotto per restare in quella particolare nazione che fa gola ai tuoi interessi.... A questo punto della storia il matrimonio scoppia perché ti rendi conto che lei non è l’arrendevole donna che cercavi e lei capisce che tu non sei l’uomo innamorato che voleva portarla via da li. 
Tu vuoi restare, il matrimonio è solo una scusa. Lei voleva andarsene e a quel punto della storia si sente presa in giro, gabbata. Parliamoci chiaro, sono poche le donne africane che aspirano a restare in Africa, se si sposano l’uomo bianco, principe azzurro, verde o blu, è per avere un passaporto per un mondo che si dovrebbe aprire toccando appena la maniglia. Un mondo dove c’è tutto quello che desiderano o hanno sempre desiderato: dalla tv ai fast food, dai cinema al coperto alla piscina con l’acqua chiara, vestirsi come vuoi, un’auto scoperta con il vento che scompiglierebbe i capelli (finti)... Insomma le avete illuse e tagliate i loro sogni? 
Avrete vita matrimoniale molto breve in Africa. 
Appena capiscono le vostre intenzioni non dichiarate prima del grande passo vi salutano in un momento, piantandovi li con una montagna di conti da pagare ed una famiglia della sposa sull’uscio armata di machete e con intenzioni non proprio da buon samaritano.
L’Africa non è quello che il comune senso del pensare crede che sia, non è la terra da colonizzare. L’Africa è viva, pulsante, colorata, vanitosa, volenterosa, ambiziosa. Vuole crescere nonostante molte classi dirigenti africane - copiando molto da quelle europee -  credano che sia sufficente riempire il proprio conto in banca.

Bene, sani principi. Come ti sei organizzato? 

L’intento era di creare una base, non in Nigeria e nemmeno in uno dei paesi limitrofi dove vivere per un uomo bianco equivaleva ad andarsi a cercare i guai col lanternino. Avevo in mente un’idea che andava affinata, mi serviva inoltre una più vasta conoscenza della gente, delle autorità, come potevo muovermi, come potevo evitare i problemi e crescere. A quel tempo mi offrirono di lavorare in Kenya per una multinazionale impegnata nella costruzione di alcuni impianti di desalinizzazione acqua. Scoprii che non era esattamente quello che mi aspettavo. La multinazionale non aveva alcuna esperienza del Kenya, nessuna conoscenza dell’ambiente e nemmeno delle leggi, quelle scritte e quelle non scritte. Insomma un incubo. I lavori civili li avevano affidati ad un’impresa kenyota, le installazioni meccaniche ad un’impresa indiana riservandosi per se stessa la conduzione dei lavori, a me fu affidato il difficile incarico di project manager. Difficile perché alla fine mi ritrovai a dover litigare dalla mattina alla sera con i kenyoti in ritardo abissale, con gli indiani che litigavano con i kenyoti e con il cliente che non voleva pagare per via del ritardo abissale. Trovai la soluzione e la proposi alle parti. Il cliente accettò senza compromessi, gli indiani mugugnando, i kenyoti tagliarono la corda lasciandoci in braghe di tela e la multinazionale si defilò fiutando il fallimento. Libero da condizionamenti e con carta bianca del cliente che mi assunse a tempo pieno completai l’impianto nei tempi supplementari senza dover ricorrere ai rigori, pagammo tutti i subcontractors che ero riuscito a recuperare dopo la dipartita del partner civile e gli indiani che sorridevano anche quando prendevano legnate sui denti. Quell’esperienza mi fece capire che l’Africa non era da sottovalutare, che le difficoltà di un’azienda italiana vengono moltiplicate per cento non appena questa metteva piede nel continente nero, che non si possono gabbare le persone raccontando storielle o vendendo loro la cassa di vetri colorati, che gli affari sono affari ma bisogna condurli con capacità imprenditoriali, che l’africano si era evoluto e al posto dell’orecchino d’osso aveva l’auricolare del telefonino.
Lasciai il Kenya destinazione South Africa due settimane dopo la fine dei lavori, deciso ad iniziare la mia attività.

Diventare imprenditori in Sud Africa? Wow, un bel salto di qualità. Successo immediato suppongo?

Valutazione errata. Intanto dovevo guardarmi attorno per cercare la location più adatta allo scopo. Il South Africa ruota attorno a tre capitali ognuna con una ben distinta identità: 
Pretoria, sede del Governo, Città del Capo, dove si trova il Parlamento, e Bloemfontein, sede del potere giudiziario. Ai fini internazionali, tuttavia, è Pretoria a essere identificata come capitale in quanto sede della Presidenza, Johannesburg non è nella lista delle capitali ma, nel corso degli ultimi tre decenni è stata la città che più di tutte ha cambiato il volto di questo grande paese arcobaleno. A Johannesburg ci sono le sedi di molte banche, africane, europee, americane e nei tempi più recenti asiatiche. Ci sono le industrie manifatturiere, estrattive, quelle di trasformazione delle materie prime. L’oro dall’estrazione alla vendita passa tutto da qui, ma anche altri metalli preziosi. Moltissime ambasciate hanno sede qui o a Pretoria che comunque dista solo una decina di km, alberghi internazionali e catene di negozi sono comunque presenti e operano attraverso centri di servizi a Johannesburg.
Nonostante tutto è anche la città con il più alto crime rated in tutto il South Africa. Non molto distante da Jo’burg, come viene soprannominata, c’è Soweto il cui nome è un acronimo, significa infatti South West Township. Negli anni vicini alla fine dell’apartheid molti degli eventi che hanno accelerato la fine di un periodo buio della storia di questo grande Paese, si sono svolti qui. Come dimenticare quel 16 Giugno 1976 quando iniziarono violenti scontri tra gli studenti neri e la polizia segregazionista del National Party, partito nazionalista al governo del paese? Il motivo specifico della protesta studentesca di Soweto fu un decreto governativo che imponeva a tutte le scuole in cui erano segregati i neri, di utilizzare l'afrikaans come lingua paritetica all'inglese. Quest' ultimo episodio, preceduto da una lunga serie di imposizioni da parte degli afrikaner, fu percepito come direttamente associato alla logica generale dell'apartheid. L'inglese era la lingua più diffusa presso la popolazione nera ed era stata scelta come lingua ufficiale da molti bantustan al contrario dell'afrikaans, la lingua degli oppressori. Il Ministro per l'Istruzione Bantu, Punt Janson, incurante del volere della popolazione arrivo ad affermare « Non ho consultato gli africani sulla questione della lingua e non intendo farlo. Un africano potrebbe trovarsi di fronte a un "capo" che parla afrikaans o che parla inglese. È nel suo interesse conoscere entrambe le lingue. »
Queste ultime dichiarazioni suscitarono numerose proteste da parte del corpo docenti e degli studenti neri delle scuole dov'erano segregati. Il 30 aprile 1976, i bambini della "Orlando West Junior School" diedero inizio a uno sciopero, rifiutandosi di andare a scuola.
Gli studenti di Soweto intanto formarono un comitato d'azione, il "Soweto Students' Representative Council" per organizzare la protesta, indicendo una manifestazione di massa per il 16 giugno. Migliaia di studenti e docenti neri si riversarono nelle piazze e si diressero verso lo stadio di Orlando. Si decise per la linea pacifica, pianificando in modo accurato il tutto, in modo tale che fosse chiaro: nelle prime file del corteo erano esposti cartelli con scritte come "Non sparateci - non siamo armati". Il corteo incontrò la polizia, che aveva preparato delle vere e proprie barricate. Si optò per una deviazione del corteo su di un percorso alternativo: anziché andare allo stadio, giunsero presso la Orlando High School.
Qui, nuovamente trovarono la polizia ad attenderli che cercò subito di disperdere la folla con i gas lacrimogeni.
Dal corteo cominciarono a levarsi slogan di protesta ed i bambini esasperati dalla condizione di segregazione in cui si trovavano costretti a vivere sin dalla nascita e dal crescendo di angherie che erano costretti a subire, cominciarono a tirare pietre verso la polizia.
La polizia prontamente e senza alcuno scrupolo, aprì il fuoco uccidendo quattro bambini, fra cui il tredicenne Hector Pieterson di cui la fotografia del suo corpo martoriato divenne un simbolo della violenza della polizia Sud Africana.
Negli scontri che seguirono durante la giornata morirono altre 23 persone.
Dopo il massacro del 16 giugno, la tensione fra gli studenti neri di Soweto e la polizia continuò a crescere.
Il giorno successivo, le forze dell'ordine Sud Africane giunsero a Soweto armate di fucili automatici, inoltre furono dispiegate anche forze dell'esercito.
Soweto era pattugliata da elicotteri e automobili della polizia e diverse fonti riportarono di agenti in borghese che giravano in automobili civili e sparavano a vista sui dimostranti neri.
Le contestazioni durarono circa 10 giorni e si dovette arrivare alla morte di più di 500 manifestanti e il ferimento di oltre 1000, perchè il regime dell'apartheid crollasse.
La rivolta contribuì a consolidare il sentimento anti-afrikaner nelle masse nere e la posizione predominante dell'ANC come principale interprete di questo sentimento.
Molti dei cittadini bianchi Sud Africani presero parte in modo deciso a favore dei dimostranti. Alle manifestazioni di studenti neri si andarono ad aggiungere quelle degli studenti bianchi. Dal mondo studentesco, inoltre, la protesta si allargò a diversi settori produttivi con una catena di scioperi da parte degli operai di molte fabbriche. La rivoltà che si estese in tutto il Sud Africa pagò ed ebbe un ruolo fondamentale nella caduta del National Party e nella fine dell'apartheid, sancita definitivamente nel 1994.
Pagine buie, orrende, errori che non si dovevano commettere. L’arroganza di certi afrikaneer ricorda molto da vicino gli eventi che hanno caratterizzato la nostra storia, un’altra pagina triste, dal 1939 al 1944 quando alleati dei tedeschi entrammo in guerra contro il resto dell’Europa. 

Che tristezza, l’uomo non impara mai dai propri errori. Quindi non fu facile?

Non fu facile, e non fu nemmeno una bella esperienza, almeno nei primi anni. Fu così difficile che dopo un periodo euforico decisi di abbandonare i sogni di gloria e cercarmi un lavoro da dipendente. E non andò meglio, anzi peggio di prima. Il fatto era che ormai ero abituato all’idea di essere imprenditore, così cercavo sempre la soluzione migliore per risolvere i problemi man mano che si verificavano o venivano identificati, attirandomi le ire di chi con quei problemi aveva convissuto per anni e goduto dei privilegi derivanti dal denunciarli e risolverli e non più di uno all’anno. In sei mesi di lavoro presso un’impresa trovai almeno trenta anomalie e risolsi una decina di contratti che vivacchiavano sugli aiuti di chi invece doveva chiuderli. Quando trovai le gomme dell’auto bucate per la terza volta, decisi che non era il caso di insistere, a quel punto però il mio datore di lavoro pretese la stessa profusione di impegno e dedizione di prima, per un pò fui capace di mantenere il ritmo e guardarmi le spalle dai cattivi, quando raggiunsi il punto di saturazione mi dimisi con sommo dispiacere del direttore e tornai a riflettere sulle situazioni strane della mia vita. Per tornare a vivere veramente, eufemismo visto che io stavo vivendo, dovevo ritrovare la via, un percorso che fosse tutto mio da poter plasmare secondo le mie esigenze e desideri. Nel 1992 tornai in Italia per cercare idee e alternative da poter applicare in Africa.

Esperienza negativa da imprenditore, ancora negativa da dipendente, che alternativa speravi di trovare?

Nessuna esperienza, anche quelle peggiori, può essere considerata negativamente, tutte arricchiscono il bagaglio dell’individuo in quanto essere umano che pensa e comprende e sa giudicare con cognizione di causa le diverse situazioni e trarne giovamento. Da quelle esperienze avevo capito che avrei dovoto prima di tutto cercare dentro me stesso le necessarie motivazioni e quindi cercare di raggiungere i miei obbiettivi con tutta l’ostinazione e la caparbietà che sempre mi aveva caratterizzato fin dai tempi della scuola. Poi successe un fatto strano, nel 1993  una persona che conoscevo da una decina d’anni, mi informa che sta partendo per un’esperienza africana in un villaggio vacanze, il paese scelto è la Tanzania, qualche chilometro a sud di Dar Es Salaam. Mi chiede se sono disposto a partire con lui e, nel caso di informarlo per poter organizzare il viaggio. 

Non è quello che cercavo ma un’esperienza africana di quel tipo mi mancava e accettai. In realtà quello che giustificava la scelta non era direttamente connessa con quella filosofia anche spiccia dei villaggi turistici, argomento che mi era totalmente sconosciuto fino a allora, bensì il contatto con le popolazioni locali e l’eventuale interazione fra la nostra cultura e la loro, mi interessava cogliere le eventuali similitudini comportamentali e assimilare quanto più possibile di quegli aspetti per poter in seguito mettere in pratica quando imparato. Invece non m'immaginavo lontanamente che i contatti con l'esterno erano ridotti al minimo e la gente locale veniva prontamente tenuta lontana dalla struttura e dai turisti. Così, il momento del beach volley per me si trasformava in un angoscia, puntualmente la zona di gioco si animava di bimbi e ragazzi africani che pur di toccare e dare anche solo un calcio, correvano avanti e indietro a recuperare e riportarci il pallone per poter continuare la partita, il gioco è unione, e li invece era vissuto come separazione, c’erano ospiti che giunsero perfino a spintonare i bimbi per cacciarli dal terreno di gioco, il gioco è complicità e rispetto, spesso la fratellanza e la reciproca fiducia si fondono magicamente mentre ci si diverte, purtroppo ogni nuovo gioco era invece vissuto come un dramma e meditai numerose volte di andarmente così su due piedi lasciando come statue di sale l’amico e il gestore del villaggio. 

Inoltre proprio in quel periodo il villaggio stava finendo la costruzione di un ennesimo muro che avrebbe dato così la possibilità ai turisti di raggiungere la spiaggia tranquillamente, evitando nello stesso tempo qualsiasi contatto e disturbo da parte degli africani! Rabbrividivo, giorno dopo giorno, alla parola "ignoranza" che lo staff italiano facilmente usava. Ero deluso e mi sentivo soffocare, così nelle piccole pause giornaliere e alla notte, terminato lo spettacolo ed il nostro lavoro, sgattaiolavo di nascosto all'aria aperta bramoso ogni volta di aprire il mio cuore all'Africa e facendo la felicità della guardia africana ai cancelli del villaggio a cui davo qualche dollaro per ringraziarlo del suo silenzio! Uscita dopo uscita, aggiungevo nuove ed indimenticabili immagini ai miei occhi ed indelebili impronte alla mia vita. Quella che ora posso dire, mi ha donato l'Africa!

Amavo già l’Africa, il mio percorso era nato in Africa e volevo poterlo terminare, anche se mi rendevo conto che non avrei trovato lo stesso idilliaco ambiente in nessuna delle destinazioni future da tempo programmate. L’esperienza tanzaniana potevo giudicarla positivamente, avevo accumulato la necessaria conoscenza e credevo di poter essere in grado di organizzare viaggi africani a mia volta improntati a un diverso rapporto di coesione, partecipazione e complicità del baturi uomo bianco con la gente che avremmo potuto incontrare nel corso dei viaggi di esplorazione che mi ero prefissato. 

Avevo naturalmente ancora degli aspetti da identificare, il disegno andava piano piano affinato e completato con informazioni pratiche e organizzative ma sentivo già crescere in me quel desiderio di simbiosi con la gente africana come non l’avevo mai provato prima e che, in quel momento, era portato a farmi credere non l’avrei più trovato se non prendevo al volo quello che il caso o la fortuna mi stavano offrendo sul classico piatto d’argento.  Quei quattro mesi non hanno fatto altro che alimentare questo grande amore e rendere ormai sofferenti i mesi che devo passare lontana da quella Terra! Ogni volta che ritornavo, ritrovavo il mio cuore. In Africa tutto è accentuato, è sentito, è grande e assorbito profondamente, a partire dalle emozioni e dalla fame fino al suono della Terra e della Natura, dal bisogno d'amore all'amore per la vita e ancora all'inno alla vita che giornalmente l'Africa esprime con il sorriso dei bambini, con i maestosi baobab, con la musica e con le stelle! Per tutto questo e per tutto quello che è l'Africa vorrei non sentirne più la mancanza, vorrei dissetarmene all'infinito e sopratutto vorrei che un domani mio figlio potesse esser circondato da questa meravigliosa Terra per crescere con la stessa umiltà e sensibilità alla vita, con lo stesso fiero sorriso negli occhi e nell'anima con cui i miei fratelli africani ci guardano! La mia vita è cambiata dalla prima volta che ho messo piede su quella terra rossa anni addietro, ma è nell'ultimo ritorno che ho definitivamente maturato la convinzione che in realtà quello sarà il mio piccolo angolo di  paradiso dove vorrei stare, è lì che la mia nuova vita deve iniziare! 

Continua....  


2013/01/15

Newtown


Qualcuno potrebbe chiedersi il motivo per cui ho intitolato questo mio nuovo articolo “Newtown”.
I più smaliziati penseranno che i motori di ricerca inseriranno questo blog quando il termine Newtown verrà digitato. I meno smaliziati, e spero siano la maggior parte, penseranno che io voglia evocare l’ultimo teatro di questa infinita serie di massacri e assurgerlo a totem per tutelare i nostri figli, una specie di mantello protettivo. Il mio pensiero è si evocativo ma forse anche più profondo. 

Newtown significa Città Nuova, evocativo di un nuovo mondo dove far crescere i nostri figli, di una nuova realtà dove anche gli esseri più indifesi possano vivere senza paura e angoscia che un pazzo scatenato possa porre fine alle loro vite anzitempo. Nuova vita dunque, nuova città, un nuovo mondo. Cerchiamo tutti la pace, la rincorriamo, ci aspettiamo che arrivi finalmente, aspiriamo succeda presto, l’attendiamo come un figlio, un figlio promesso ma quasi nessuno mette alla prova se stesso per perseguirla. La prova è sotto gli occhi di tutti. 

Riusciremo a cambiare questo nostro mondo? 

Il 14 dicembre dello scorso anno un ragazzo, pare soffrisse di una sindrome che provoca la compromissione delle interazioni sociali, ha rubato tre pistole e un fucile d’assalto alla madre, l’ha uccisa e poi con queste ha massacrato ventisei innocenti di cui venti bambini nella scuola elementare Sandy Hook di Newtown, Stati Uniti, dove il genitore insegnava come supplente, l’ultimo colpo l’ha riservato a se stesso per mettere fine alla propria (aggiungerei anche ignobile) esistenza. 

Questa è più o meno la notizia nuda e cruda come riportata dai mass media e dalle agenzie stampa di tutto il mondo. Una notizia di quelle che colpiscono, di quelle che quando le leggi ti vengono i brividi, la pelle d’oca, sbianchi in volto e guardi i tuoi figli, li senti e li vuoi sentire al sicuro, protetti e pensi che, bene o male, e anche con una punta di egoismo, sei fortunato perchè non è successo a te, non è successo a loro. Perchè si verificano questi episodi e apparentemente solo negli Stati Uniti? Tutti, e in particolare in Italia, a gridare allo scandalo, a condannare la libera vendita di armi, anche se è stabilito dal secondo emendamento della Costituzione, tutti a criticare le scelte, anche anacronistiche, di un popolo. In effetti il tempo dei cowboys e degli indiani è finito da un pezzo si dirà, gli uni e gli altri non combattono più nella prateria da almeno un centinaio d’anni. Se molti non sono d’accordo con questa libertà, perchè allora la vendita delle armi, anche di assalto o da guerra è permessa negli Stati Uniti? Perchè qualcuno non è capace di spiegare da dove venga fuori questo odio, questi giovani che sono disposti a sacrificare decine di vite in nome di una libertà che ormai sta stretta persino a chi fino a ieri vantava il diritto di vendita di queste armi?
Qualcuno mi sa spiegare perchè dovrei sentirmi sicuro a mandare mio figlio a scuola e scoprire che potrebbe anche essere ucciso da un ragazzo la cui pazzia omicida è scaturita da un banale litigio? 

Perchè? Ditemi perchè?

Il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama ha detto che non ci sono parole abbastanza significative per commentare l’accaduto. Lo stesso Presidente Barack Obama ha poi diffuso un messaggio da cui traspare tutto il rispetto per il dolore di quei genitori ma che non aggiunge alcun apporto, supporto, comprensione a chi vorrebbe vietare la distribuzione libera o quasi di armi sul territorio degli Stati Uniti: 

"Sono troppe le tragedie simili che accadono ovunque nel Paese, dobbiamo riuscire a evitare che accadano. Abbiamo perso bambini innocenti e insegnanti che dedicavano la loro vita a costruire il futuro di questi bambini. Questo fine settimana io e Michelle facciamo quello che ogni genitore sta facendo, stare il più possibile vicini ai nostri figli e ricordare loro quanto li amiamo"

Evitare che accadano? Quante milioni di armi sono state più o meno vendute liberamente negli USA? E quanti credete le riconsegnerebbero se venisse emanata una legge che ne vieta l’uso se non addirittura il possesso? Nessuno! Nessuno vorrà rinunciare all’effimera sicurezza che il possesso di un’arma lascia credere e non ci potranno essere perchè al di là di una legislazione permissiva che in alcuni Stati americani consente l’acquisto facile di armi, restano questi omicidi senza significato, senza giustificazione. Poteva questa strage essere evitata? Vendere al supermercato armi d’assalto e da guerra come se fossero caramelle e bonbon deve essere considerato la normalità o, forse, diventa obbligatorio fermarsi un attimo a pensare se questo è realmente quello che vogliamo? Siamo sicuri che una legge appropriata sul controllo e la vendita di armi d’assalto, legge indubbiamente sacrosanta, avrebbe evitato la strage? 

Adam Lanza (sfortunatamente ha un cognome di origini italiane), di cui ancora oggi sappiamo ben poco, ha utilizzato due pistole automatiche, considerate due armi normalissime seppure sottoposte a un minimo di restrizione e con l’obbligo della registrazione e un fucile d’assalto, un Bushmaster XR-15, un’arma micidiale già in mano a un professionista, figuriamoci nelle mani di un ventenne.  Nemmeno una legge più restrittiva contro le armi, tutte le armi utilizzabili per difesa personale, peraltro non richiesta da nessuno (e forse necessaria), avrebbe fermato l’assassino. Primo perchè non ha comprato lui quelle armi, secondo perchè non c’erano mai state ragioni o solo sospetti per limitare la vendita delle pistole (e del fucile d’assalto) alla madre, perché quelle armi lui le ha sottratte a lei che le aveva regolarmente acquistate, dopo essersi sottoposta a tutti i controlli necessari e doverosamente registrate. 

Certo mi si dirà che non rappresenta la normalità che una madre tenesse in casa un vero arsenale di armi, oltre alle succitate tre pistole pare avesse alcuni fucili d’assalto, qualche carabina, munizioni sufficienti per tenere a bada l’attacco degli Indiani a Fort Apache. Pensare che una legge possa impedire queste abitudini, queste follie di tenere così tante e pericolose armi in casa, che possa fermare la violenza è un’illusione. Vietare tutte le armi è impossibile e purtroppo anche contro la Costituzione Americana. E diventa complesso anche cambiare la Costituzione, a parole sembra facile ma non lo è affatto. 

Ricordo che durante il dibattito presidenziale Obama-Romney, Obama a un certo punto disse di essere sempre favorevole al Secondo Emendamento (quello del diritto a portare armi) e semmai favorevole anche a una più attenta e puntuale restrizione delle armi da guerra e di assalto. E purtroppo queste armi sono responsabili sia dell’assalto di Adam Lanza ma anche di quello precedente, quell’assalto alla prima di un film in un cinema in un centro commerciale di Aurora vicino Denver in Colorado. James Holmes, un ex studente impazzito che poco dopo la mezzanotte aprì il fuoco sul pubblico assiepato alla prima dell’ultimo capitolo della saga di Batman, travestito da Joker sparò sugli spettatori utilizzando un fucile d’assalto e svariate altre armi, lasciando a terra quattordici morti fra i quali anche sei bambini e ferendone un’altra cinquantina.

E l’America cosa fa? Si interroga? Cerca una soluzione a queste stragi? Un metodo non già per fermare la vendita delle armi, lo sappiamo che sarebbe un primo passo che alla lunga porterà alla diminuzione di questi incresciosi episodi, ma non è la soluzione definitiva. La soluzione definitiva non esiste, e non esisterà mai finchè circoleranno armi sul territorio degli States, secondo le ultime stime negli Stati Uniti ci sono 88 armi ogni 100 abitanti, includendo quindi vecchi e bambini, infermi e carcerati il che da l’idea che le armi in circolazione siamo molte di più per individuo di quelle che possa essere obbiettivamente pensare. Generalizzare è un errore, nella civilissima Norvegia, dove il controllo sulle armi è severissimo, Anders Behring Breivik ha ucciso 77 giovani in due attacchi apparentemente senza ragione; in Scozia, di nuovo in presenza di leggi che restringono notevolmente il possesso di armi, se pensiamo che non le ha neanche la polizia, nel 1996 sono stati uccisi da un folle sedici  bambini tra i cinque e i sei anni in una sparatoria che ha molte similitudini con quella della scuola di Sandy Hook. Per cui siete proprio certi che la causa di queste tragedie sia la disponibilità di armi, e che i  problemi si risolverebbero con delle leggi che ne limitino fortemente il possesso? 

Guardate la tabella sotto, pensate che la violenza sia semplicemente una prerogativa degli USA? O forse dobbiamo interrogarci tutti e domandarci quali siano le vere ragioni di tanto odio, in particolare da parte dei giovani perchè, e forse molti non lo sanno, le stragi di questi ultimi vent’anni sono state compiute quasi sempre da giovani, disadattati, drogati, si dirà schizofrenici, malati, insoddisfatti, alla ricerca di un ideale, alla ricerca di se stessi e se non riescono a trovare le giuste risposte scoppiano, uccidono, massacrano.  

Leggiamole insieme le stragi di questi venti anni e ognuno pensi come preferisce:

20 luglio 2012, Aurora, un sobborgo di Denver, in Colorado, è solo il penultimo di una serie di fatti di sangue che da anni accadono negli Stati Uniti, soprattutto nelle scuole americane. 14 morti di cui sei bambini, l’autore, James Holmes, è un ex-studente con la fissazione delle armi, ha solo 24 anni.

2 aprile 2012, terrore in California: un ex studente entra in una classe della Oykos University, una piccola università cristiana di Oakland, e apre il fuoco sui suoi ex colleghi. Alla fine si contano sei morti e tre feriti.

27 febbraio 2012, orrore in Ohio: nell’affollatissima caffetteria della Chardon High School, vicino Cleveland, un ragazzo spara cinque colpi: il bilancio è tre morti.

8 dicembre 2011, massacro al Virginia Tech: il complesso, teatro del massacro 2007, torna sulle prime pagine e l’America rivive un incubo. La sparatoria causa due morti, un agente e il killer. Anche in questo caso si tratta di un giovane.

30 novembre 2010, Paura in Wisconsin: un adolescente prende in ostaggio 23 studenti e una insegnante in un liceo e poi si uccide. Si è temuta la strage ma nessuna vittima oltre l’adolescente.

14 febbraio 2008, Illinois University: un ex studente armato con due pistole ed un fucile irrompe in un’aula della Northern Illinois University ed apre il fuoco uccidendo cinque persone e ferendone una quindicina. Il killer poi si suicida.

17 aprile 2007, la strage peggiore: la tragedia al Virginia Tech: un giovane apre il fuoco in due diverse aree del grande complesso Virginia Tech e uccide due persone in un dormitorio e altre 30 in un edificio dove erano in corso le lezioni.

2 ottobre 2006, la strage di Amish: un uomo prende in ostaggio alcuni studenti della scuola di Nickel Mines, un villaggio Amish della contea di Lancaster (Pennsylvania, Usa), fa uscire i ragazzi e lega le ragazze con funi e manette. Poi uccide cinque giovani alunne e ne ferisce altre cinque, infine si suicida.

21 marzo 2005, terrore in una riserva indiana: un ragazzo di 16 anni uccide il guardiano e poi spara su compagni di scuola e insegnanti del liceo Red Lake High School, situato nella riserva indiana di Red Lake (Minnesota, Usa), uccidendo sei persone e ferendone 14 prima di suicidarsi. Le vittime appartenevano alla tribù Chippewa. Prima di compiere l’incursione nella scuola, il ragazzo aveva ucciso il nonno e la sua compagna.

16 gennaio 2002, Virginia: in una piccola università uno studente straniero bocciato uccide a colpi di pistola il rettore, un insegnante ed una studentessa.

20 aprile 1999, Columbine: due studenti della Columbine High School di Denver (Colorado, Usa) - Eric Harris, 18 anni, e Dylan Klebold, 17 - aprono il fuoco e uccidono 12 loro compagni ed un insegnante prima di togliersi la vita. Nelle settimane successive, nel corso dell’inchiesta, emerse la loro simpatia per le idee neonaziste.

Ieri 16 Gennaio 2012 il presidente degli USA Barack Obama, presentando alla Casa Bianca le misure per un maggior controllo sulle armi da fuoco, ha detto: "Abbiamo davanti una sfida complicata. Proteggere i nostri bambini non dovrebbe dividerci". In seguito ha anche annunciato che varerà ben 23 ordini esecutivi per imprimere subito un giro di vite sull'uso delle armi e sui controlli, anche per le persone con problemi mentali. E, al Congresso, ha detto: "Non possiamo più ritardare". Ha quindi firmato i decreti, che danno il via libera a una stretta senza precedenti sulle armi da fuoco negli States, circondato da bambini. L'immagine, trasmessa da tutte le principali tv, dà il senso della svolta voluta dall'inquilino della Casa Bianca.

Newtown, nuova città, nuova vita. Parliamo dell’Italia. Nel nostro paese la vendita delle armi è regolamentata da diverse leggi e disposizioni di legge, includendo anche quelle che derivano dall’appartenere all’Unione Europea. Fin qui nulla di strano, si sapeva già, quello che invece la maggior parte dei lettori non sa è che chiunque può acquistare un’arma anche se non in possesso del porto d’armi. Un passo indietro e spiego che s’intende per porto d’armi in Italia.

Intanto si tratta di una licenza, che poi viene comunemente detta "porto d'armi" che permette ai cittadini italiani che ne sono titolari di portare o trasportare un'arma al di fuori della propria abitazione. Dunque il porto d’armi non è una autorizzazione a acquistare e possedere un’arma ma serve soltanto a autorizzarne il trasporto fuori dalla propria abitazione, dal luogo dove si vive. Adam Lanza se fosse vissuto in Italia a questo punto avrebbe ucciso ugualmente 27 persone? Si e no. 

Adam Lanza sappiamo che sottrasse le pistole e il fucile, non si sa bene quanto ben custodite, alla madre la quale le aveva acquistate e poi regolarmente registrate come richiesto dalla legge. Avrebbe potuto commettere gli stessi omicidi anche in Italia, infatti è possibile richiedere alla Questura di residenza la licenza alla detenzione di armi, privilegio concesso al cittadino che ne fa richiesta e consente l'entrata in possesso di armi o cartucce per acquisto personale. Sia le pistole che il fucile, magari non quello di assalto ma con un fucile automatico. Non solo, la suddetta licenza permette l’acquisto e la detenzione di armi e munizioni e sembra sia anche possibile produrre istanze di rilascio con l'unico limite dal raggiungimento del limite di legge di tre armi comuni da sparo (tre pistole dunque, Adam Lanza avrebbe avuti le sue pistole per giocare alla guerra), sei armi sportive, otto armi artistiche o rare; inoltre nella licenza non vi sono restrizioni sul numero di fucili da caccia in possesso contemporaneo. 

Per la detenzione di cartucce, a prescindere dal quantitativo acquisito mediante nulla osta, i limiti sono quelli usuali di duecento cartucce per pistola o rivoltella. Se consideriamo che nel massacro di Newtown sono stati sparati un centinaio di colpi allora si capisce che in Italia Adam Lanza avrebbe probabilmente compiuto, esattamente e indisturbato, lo stesso gesto estremo, uccidendo madre, insegnanti e bambini come dall’altra parte dell’Oceano. 

Esattamente? 

Non proprio. Anche ponendo che Adam Lanza fosse in possesso delle pistole, anche supponendo che volesse usarle, intervengono quelle varianti che avrebbero sicuramente limitato i suoi intenti omicidi. Intanto la cultura. Da noi ben difficilmente potremo assistere a questo tipo di eventi commessi da giovani, anche perchè viene ancora considerato dalla pubblica morale un grave delitto il solo pensare di macchiarsi di tale disonorevole atto, senza alcuna giustificazione anche se si tenta di ricercare o di ribadire il proprio essere disadattato, e questo senza la ricerca del perdono, piuttosto della consacrazione a eroe di cartapesta buono solo per essere calpestato e deriso dai ragazzini. 

No, sciogliamo questo dubbi, in Italia non sarebbe successo semplicemente perchè la nostra cultura lo avrebbe impedito, e non solo quella, purtroppo. Come sarebbe a dire “purtroppo”, semmai bisognerebbe aggiungere un bel “meno male”. No, in Italia la libertà personale è solo teorica, non si limita alla sola regolamentazione dell'acquisto di un arma, scende in profondità e limita le intenzioni, i movimenti, il diritto di espressione di un individuo che non sia allineato al pensiero comune, le limitazioni imposte da varie leggi emesse nei secoli (valgono ancora leggi emesse all'inizio del secolo scorso perchè mai abrogate) fanno dell'Italiano un finto uomo libero. In effetti sei però libero di acquistare un’arma, di portarla al poligono, di sparare tutte le cartucce che vuoi ma, per esempio (come pare fosse abitudine di Nacy Lanza) non puoi farti accompagnare dai tuoi figli se minori, quindi Adam Lanza avrebbe, se fosse vissuto nella terra dei suoi avi, una possibilità in meno di diventare un feroce killer, un assassino di bambini. Purtroppo? Meno male che la legge una volta tanto interviene in nostro favore.

Tiriamo un profondo sospiro di sollievo alla notizia, le leggi ci sono e funzionano, in Italia certe stragi non possono avvenire, mandiamo con tranquillità i nostri figli a scuola perchè saranno al sicuro. 

Non voglio addentrarmi troppo in questo argomento legato alla sicurezza dell’ambiente scolastico italiano perchè, armi a parte ci sarebbe da parlarne per lungo tempo e non senza polemiche, ricordo solo impianti fatiscenti, mense inadeguate, insegnanti pedofili, il fenomeno del bullismo, la mancanza di insegnanti, il precariato nella scuola. Tutto questo resta un grosso problema per la scuola italiana e una fonte infinita di rischi. Resto quindi legato all’argomento armi e affronto la questione prendendo in considerazione altri argomenti che possano avvalorare il mio articolo. Abbiamo quindi visto che una strage in una scuola come quelle avvenute negli USA non sarebbe possibile in Italia, sia per impedimenti di carattere culturale, sia per impedimenti logistici. In effetti da noi le scuole diventano delle piccole fortezze, non dico che ci siano guardie armate agli ingressi ma accedere alle classi diventa difficile, magari solo considerando quelle recinzioni che limitano gli accessi che invece nel grande paese oltre l’oceano non esistono. Le stragi però si sono verificate anche nel nostro paese, anche in tempi moderatamente recenti. Come dimenticare quella di Erba dove Olindo e Rosa hanno massacrato con coltelli da cucina quattro esseri umani di cui uno era un bimbo? E il massacro di Novi Ligure? Parliamo di gente normale, non dimentichiamoci degli omicidi seriali di quello che viene chiamato anche da noi Unabomber, lo sconosciuto che da vent’anni mette in scaccoo Polizia e Carabinieri nel nordest, non dimentichiamoci il delitto di Cogne, quello di Garlasco, gli omicidi seriali di Michele Profeta e quelli di Gianfranco Stevanin e che dire delle bestie di Satana? E di Donato Bilancia il seriale delle prostitute in Liguria? E poi la pedofilia violenta, il mostro di Foligno, quello di Firenze dei compagni di merende del contadino Pacciani, un mistero ancora non completamente risolto. 

La lista sarebbe ancora lunga eppure dimentico intenzionalmente i delitti di mafia, della ‘ndrangheta, della camorra, delle varie mafie come vengono additate in Italia, mafie che esistono e si sviluppano sfruttando le paure della gente, l’ignoranza, la vergogna, la mancanza di uno Stato veramente capace di ripulire il Paese dal marcio che ancora esiste. No, non conto quegli omicidi piccoli e grandi perchè allora dovrei aggiungere la strage di Capaci e quella di Palermo e tutte le altre di cui non voglio assolutamente parlare che aggiungono solo altre croci alle croci che già siamo costretti a impiantare nel terreno sulle bare di chi perde la vita perchè ammazzato da chi non doveva avere tra le mani un’arma, un’arma denunciata e registrata “regolarmente denunciata” come scrivono i giornali quasi a voler evidenziare che si trattava di persone normali, gente per bene, gente che ammazza per noia o per motivi futili, per un cane che piscia sull’angolo della casa o per un vaso di fiori annaffiato troppo spesso.

No, l’Italia non è meglio degli USA, difettiamo solo di assalti alle scuole, almeno in epoca recente, difettiamo di individui con personalità abbastanza contorte, con grandi schizofrenie, con disponibilità di armi e capacità oltre che di volontà di ferire i propri simili ma non pensiate che questo sia un pregio. Da noi l’omicidio in famiglia è diventato qualsi una normalità. Tutte le settimane leggo di qualcuno che ha perso la vita, ammazzato da un parente, dal genitore o da un fratello, dall’amico del cuore o dal fidanzato. E in questo diario di violenza e follia sono le donne a soffrire di più, vittime di una cultura che le mette ancora in secondo piano, che le annichilisce, le disonora, le riduce spesso allo stesso livello di una bestia. Credete non sia vero?    

Questa è la realtà signori. In Italia la vendita delle armi viene regolamentata, si tratta solo di un atto formale, ci vuole uccidere sa come procurarsi un’arma, chi vuole uccidere se ne frega dei regolamenti e delle proibizioni, se ha un’arma la usa e se non ne possiede una se la procura o al massimo usa un bel coltello, magari da cucina, con la lama seghettata. Nel 2010, ultimo anno di cui esistono stime aggiornate, in Italia i morti ammazzati sono stati quasi cinquecento di cui un centinaio scarso da addebitare a mafie e ambienti malavitosi, tutti gli altri derivano da ambienti famigliari, l’ambiente di lavoro, il circolo, compagni di scuola. 

L’Italia è seconda al mondo nell’export di armi leggere, un settore in grande spolvero, che al di là della crisi, conta oggi il doppio di fatturato rispetto al 2006; secondo il rapporto Small Arms Survey 2012, «il valore annuo dei trasferimenti legali di armi leggere e di piccolo calibro, compresi accessori, ricambi e munizioni supera gli 8,5 miliardi di dollari».



Fra i tanti insegnamenti di mio padre c'era anche il rispetto per gli altri, gli sono grato per avermelo detto.





2013/01/14

Che cos’è la felicità?


Che cos’è la felicità? Non mi meraviglierei se qualcuno di voi spegnesse il computer, se qualcun altro abbandonasse la pagina e si mettesse a ridere. Va bene, non è un gioco, non sto scherzando, parlo sul serio. 

Per voi che cos’è la felicità?

Si tratta di uno stato d’animo? Di un sentimento che si prova nel momento che qualcosa va bene, gira per il verso giusto? O forse è la somma di tante situazioni che vi portano a pensare di essere in pace con il mondo intero? Perchè è così difficile ammettere di essere felici? E si è o si può sentirsi felici anche quando tutto va a rotoli? La felicità lo sappiamo, è un sentimento relativo, molto personale. Ognuno dà alla felicità un valore diverso e lo percepisce in modo differente da quello di un suo simile. Un clochard che chiede l’elomosina davanti a Notre Dame può ottenere un giorno di felicità se riesce a mangiare un pranzo abbondante e appetitoso. Viceversa per un ricco uomo d’affari, un buon pranzo è un valore già acquisito e la felicità è raggiunta solo quando ottiene qualcosa che ancora gli manca, quando raggiunge un obiettivo che si era prefissato. E l’infelicità come la cataloghiamo? Se il clochard di cui si parlava precedentemente, non riesce a mangiare un pranzo abbondante e appetitoso pensate che sarà infelice? Se l’uomo d’affari non raggiunge il suo obiettivo sarà altrettanto infelice? O forse l’infelicità non è altrettanto sintomatica della felicità? Certo il contrario di felice è infelice quindi automaticamente dovremmo sentirci infelici se qualcosa va storto nella nostra vita, nella realtà non è affatto così. Contrariamente a quanto si crede l’infelicità causata dal nostro stesso comportamento è abbastanza rilevante e solamente su questo fronte possiamo intervenire con una certa speranza di ottenere un buon risultato. Capito? Siamo infelici solo se ci aspettiamo un risultato positivo e non arriva, ma se è un evento inaspettato allora non saremo infelici, semmai indifferenti.

Fermo su questo concetto mi domando se esista un modo per essere felice che vada bene a tutti. Secondo me non esiste un modo per essere felice, valido per ogni individuo, ci sono delle similitudini, certo, la squadra di calcio del cuore che vince la partita provoca felicità nell’animo dei propri tifosi, il loro stato d’animo potrebbe anche cambiare positivamente perchè hanno vinto ma, alla fine, è una gioia momentanea che non ci cambia la vita, anche se avesse perso, la squadra, la nostra vita non sarebbe cambiata, avremmo continuato a viverla come prima. Allora? È possibile personalizzare il criterio di valutazione per determinare quando c’è felicità e come si ottiene?

La conoscenza di ogni individuo porta sul cammino della comprensione, se conoscete voi stessi allora potrete capire come trovare la vostra felicità. Che sarà solo vostra, al massimo la condividerete con altri, che apprezzeranno questo vostro stato d’animo, veder felice una persona aiuta a star meglio, si gioisce insieme anche se poi, nel proprio intimo non si condividono le stesse emozioni. È quindi importante vivere in armonia con se stessi con un occhio attento al proprio ambiente, per non cadere nell’incomprensione, per non sentirsi fuori dal contesto. Ve l’immaginate un carcerato a vita fra suoi compagni di cella, lui felice come un fringuello e gli altri tristi e abbattuti perch hanno realizzato di dover trascorrere fra quattro mura tutto il resto della propria esistenza? Come pensate che possano sentirsi gli infelici con un compagno di camera che rasenta la pazzia dimostrando una felicità esagerata? L’essere felici è uno stato mentale che va attentamente amministrato per non urtare la sensibilità e aggiungerei l’infelicità altrui. Nonostante tutti siano convinti che sia ovvio che una persona debba essere se stessa, anzi, che non sia necessaria nessuna volontà specifica per esserlo, che sia tutto perfettamente naturale, l’esperienza mi fa invece pensare che sono pochi coloro che effettivamente riescono ad essere se stessi e si comportano come tali.

Essere se stessi quindi per essere felici?La natura funziona basandosi in primo luogo si basa sulla diversità biologica. Ogni essere vivente è diverso dall’altro, perfino due gemelli monozigotici che apparentemente sembrano identici, in realtà hanno delle piccole differenze, come nelle impronte digitali o qualche neo sulla pelle, crescendo poi le differenze si fanno più marcate, se un estraneo non riesce a riconoscerli da bambini, da adulti sarà decisamente più semplice, il motivo è insito nell’essere se stessi. Sappiamo però che l’evoluzione della natura è stata resa possibile proprio dalla diversità, perché queste hanno consentito di creare una moltitudine di combinazioni differenti le une dalle altre, e tra queste quelle favorevoli al progresso. Dimenticatevi che siamo tutti uguali, con uguali diritti, uguali doveri, siamo invece tutti diversi.

Il futuro di ciascuno di noi sarà diverso da quello del nostro fratello o sorella, oppure dal più caro amico o compagno. Un differente patrimonio genetico determinerà un diverso carattere psicologico e anche un distinto percorso di salute. Diversi caratteri comportano differenti reazioni alle stesse situazioni ambientali e alle relazioni personali, quindi percorsi di vita anche molto diversi. La nostra felicità dunque non dipenderà più solo dalle situazioni ma anche dallla conoscenza delle nostre potenzialità, dalla capacità di sapersi sentire felici anche e solo con un piccolo gesto, un piccolo e insignificante evento che a altri potrebbe anche sembrare banale, futile, insulso, mediocre, scialbo, irrilevante, trascurabile.
L’esperienza comune evidenzia come, quasi in tutti i casi, due fratelli nonostante siano vissuti nello stesso ambiente ed avendo avuto un patrimonio genetico molto simile hanno in pratica due caratteri diversi e di conseguenze due diverse vite. Stando così le cose è inutile osservare gli altri, per capire come possiamo essere felici, dobbiamo invece studiare noi stessi, e scendere in profondità, più a fondo possibile, senza lasciarsi influenzare dai consigli degli altri.

Il mestiere di un genitore è il più arduo e difficile che ci sia, rientra nei suoi compiti anche educare i propri figli alla ricerca della felicità. Si vive per vivere, se questa vita è anche felice probabilmente si vivrà meglio, anche più a lungo, un figlio va quindi aiutato a cercare la propria felicità, senza influenzarlo e senza obbligarlo a percorrere la strada più gradita o più conveniente per l’interesse della famiglia. La psicologia ci fornisce molti strumenti che possono aiutare ad individuare la propria personalità e le caratteristiche attitudinali, usiamoli. Le crisi adolescenziali sono spesso causate dallo scontro, a livello inconscio, tra due forze. La forza dell’educazione dei genitori basata sulla loro pluriennale esperienza, consiglia le cose più opportune da fare, e la forza inconscia, ancora non repressa o plasmata, del ragazzo che si scatena per diventare come vorrebbe essere. Se il ragazzo soccombe alle insistenze e alla volontà dei genitori ne risulta un carattere represso, disadattato, soggetto alle nevrosi, infelice. Diversamente se riesce a far emergere la propria individualità sarà comunque felice e soddisfatto in qualsiasi situazione si venga a trovare, perchè sarà una propria scelta e comunque accettata senza tante recriminazioni. In questo modo troverà il suo status di felicità anche nelle piccole cose senza il bisogno di cercarla nelle grandi sfide che la vita gli presenterà.

Occorre individuare e potenziare le attitudini positive e cercare di ridurre, o almeno tenere sotto controllo i difetti del carattere. In ogni modo, già il fatto di conoscere e accettare i propri difetti è già un gran passo avanti, perchè permette di tenerli sotto controllo. Vivere o comportarsi senza rispettare l’armonia della propria personalità significa andare contro la propria natura, e di conseguenza l’infelicità ci aspetta al varco.

Consiglio di non basare una relazione sperando di cambiare, in futuro, il carattere del compagno, o della compagna, perchè solitamente questo è molto difficile, dovreste essere invece pronti ad accettarli così come sono. Si può ottenere qualche piccolo miglioramento nell’aspetto e nel comportamento, ma fondamentalmente si rimane sempre uguali. Nel mondo sono presenti tutti i tipi di personalità, anche le più strane, e senz’altro esiste quella che si adatta alla nostra, qualunque essa sia. E’ necessario avere un po’ di pazienza e perseveranza solo così si raggiunge il primo stadio della felicità, la base necessaria affinché la mente possa recepire con facilità le condizioni che ci portano verso una sensazione di felicità. Sentirsi felici sempre e raggiungere le massime concentrazioni di felicità aiuta a vivere meglio, guardando con serenità al futuro, fosse anche il futuro buio del clochard, sapere che potrebbe esserci un’altra opportunità per un lauto pranzo che soddisfi il suo appetito può essere una ragione per vivere felicemente la propria esistenza, anche se grama, anche se pietosa, anche da poveri.

Vi è mai capitato di vedere un accattone in giro per la città, magari d’inverno, sotto la neve, vestito con quattro stracci, mentre voi tremate dal freddo e vi stringete dentro a un costoso giaccone di piume d’oca? E lui ride, si vede che è contento, che traspare felicità da tutti i pori, ride e voi non capite perchè e magari ve ne uscite col classico «Ma avrà da ridere quello?» oppure «Che ha da esser felice quello che non ha nemmeno gli occhi per piangere?» Ecco la dimostrazione lampante, evidente, apodittica che dico appariscente, chiara e comprensibile, eloquente, certa e inconfutabile che la felicità non è uguale per tutti. Si può anche non aver nulla e essere felici, avere tutto e essere infelici.

La maggior parte della nostra vita trascorre sul posto di lavoro. Cercare e trovare il lavoro più adatto alle nostre caratteristiche attitudinali è quindi fondamentale. Purtroppo spesso si commette l’errore di accettare il primo lavoro che capita. Considerando l’elevato rateo di disoccupazione dei giorni nostri non si può rinunciare a certe occasioni anche perchè di solito non si ripetono. Pochi hanno il coraggio di rinunciare ad un lavoro, certo e ben retribuito, offerto da un amico o tramite raccomandazione, per aspettare un’occasione più adatta. In pratica nessuno ha il coraggio di rinunciare ad un lavoro sicuro per un futuro incerto! Nessuno però considera che quel lavoro potrebbe essere troppo stressante e rendere la vita infelice? Quando si entra in un ciclo di vita, d’amicizie, parenti, figli e coniuge si rimane talmente coinvolti che può risultare molto difficile uscirne. Sarebbe opportuno non entrarci per nulla. Le relazioni umane sono come i legami di una ragnatela che ci legano da tutti i lati, con le persone che ci circondano, le istituzioni ed anche le attività professionali. Questa ragnatela ci sostiene nella vita quotidiana, ma comporta anche un fitto legame che impedisce di allontanarci se cambiamo idea per il nostro futuro. A volte l’incapacità di separarsi da tali legami, ritenuti troppo oppressivi, determina la decisione di chiudere per sempre con una decisione estrema. E così si decide di non vedere più un fratello o una sorella, di chiudere i ponti con la sua famiglia, rinunciando al calore di sentirsi parte della stessa famiglia perchè non si condividono le scelte, gli atteggiamenti, il carattere, la propensione a piantar grane o semplicemente la superficialità, l’opportunismo evidente, la banalità del nostro parente stretto senza capire il male che si fa, l'infelicità che si provoca nell'altro. Forse la nostra potrà anche sembrare felicità ma nella realtà non sarà mai vero. Queste scelte che spesso derivano dall’avventatezza sono causa di un’infelicità nascosta che ci porteremo dietro per tutta la vita, e questo anche se non siamo capaci di ammetterlo pubblicamente, e sicuramente non siamo nemmeno capaci di ammetterlo dichiarandolo a noi stessi. Tutto questo è infelicità!

La soluzione migliore sarebbe quella di programmare la vita quotidiana dedicando almeno un’ora a svolgere quelle attività che soddisfano la propria personalità, lo sport, i giochi, le letture, anche internet ma senza abusarne, il giardinaggio, telefonate agli amici, una bella regata in barca a vela soli o con amici. Spesso il contatto diretto con il mare porta felicità che dura nel tempo, se si affievolisce possiamo ricaricare le batterie per essere pronti nuovamente e affrontare la vita. La stessa attenzione, però, dovrà essere dedicata anche ai nostri conviventi, affinchè anch’essi abbiano le stesse opportunità. Dovremmo essere capaci di favorirla anche se, molto probabilmente, sarà diversa dalla nostra, e andrà in conflitto con le loro vite, con i tempi, con gli impegni. Gli elementi di una famiglia che hanno la possibilità di esprimere se stessi saranno più felici, ottimisti e l’armonia entrerà nella casa. Quando una persona è soddisfatta è in grado di affrontare meglio le avversità della vita e trovare le soluzioni senza cadere nello sconforto. Sei capace, in occasione dei compleanni e delle feste, di fare un regalo che piace veramente a chi lo riceve? Se la risposta è no, significa che non hai ancora risolto la seconda parte del problema, ossia non conosci ancora, o non vuoi accettare, l’essenza delle persone che ti circondano.

Se i regali che ricevi non ti piacciono, può significare tre cose: gli altri non ti amano, tu non ti comporti in modo spontaneo, l’altro non si sta impegnando a far emergere la tua essenza. La ricerca della felicità è sempre personale, quando l’hai trovata condividila con chi ti sta vicino, riuscirai a trasmetterne un pò anche a loro.

Siate felici!

2013/01/13

Vivere per vivere?

Una spiaggia di sabbia bianchissima a Los Roques, Venezuela
È una storia di questi giorni, e comunque sarebbe riduttivo chiamarla storia, diciamo un evento che porta a pensare a ponderare con attenzione i valori della vita, la vita di tutti i giorni. 

Il quattro gennaio scompare dai radar un piccolo aereo da turismo con a bordo quattro italiani a cui vanno a aggiungersi i piloti.
In tutto sei persone forse sette di cui non si sa piú nulla. Dove sono finiti? I media ne parlano per qualche giorno, scrivono qualche articolo, fotografie e testimonianze forse perchè a bordo oltre ai soliti malcapitati c’è il figlio di qualcuno conosciuto, importante.  

In Venezuela su quella rotta maledetta che dall’arcipelago delle Los Roques (dallo spagnolo dovrebbe tradursi come Le Rocce) porta a Caracas capitale del Venezuela, una nazione governata con la carota e il bastone (in particolare quest’ultimo) da Hugo Chavez, sono già spariti cinque aerei in diciannove anni. Troppi incidenti per una breve rotta, anche se molto frequentata, troppi per un aeroporto votato al turismo anche se fatiscente, e ancora troppi per un Paese che dovrebbe essere il primo produttore sudamericano di petrolio, troppi per non fermarsi a considerare il rischio di non tornare piú da una vacanza di sogno alle Los Roques.

Domanda quindi lecita: perché le isole Los Roques, cosa c’è di magico e fatale da attirare così tanti turisti ogni anno? Diciamocelo seriamente, ogni anno a Los Roques i turisti sono alcune centinaia di migliaia, non tantissimi ma nemmeno pochi. C’è di tutto, dalla pousada a basso prezzo all’hotel di lusso, hotel dove probabilmente alloggiavano gli ultimi scomparsi del 4 gennaio.

Considerando però la distanza, il viaggio in aereo Roma Caracas e poi il trasferimento su carrette dell’aria, alla fine chi trascorre una vacanza nell’arcipelago è sicuramente gente che se lo può permettere. E qui entra il mio discorso, entra brutalmente come un dardo lanciato da una balestra nella classica mela del Guglielmo Tell di turno. Perchè rischiare la vita per vedere un piccolo paradiso?
Che senso avrebbe, considerando che tutte le isole Caraibiche sono da sogno e molte permettono un sano turismo senza alcun rischio sia nel volo sia di permanenza?

Perchè la vita viene così mal considerata quando si decide di andare a visitare un atollo sperduto in un mare lontano, che siano le isole di Los Roques che quelle della Micronesia finisce sempre così che non si da abbastanza valore alla propria vita e ci si affida al caso e alla fortuna che tutto possa andar bene.
Che pessima idea, viaggiare è sempre un rischio anche quando il vettore aereo è conosciuto come sicuro. Ho viaggiato moltissimo in aereo, sono oltre quarant’anni che volo con regolarità almeno tre o quattro volte all’anno. Ho sempre considerato che la mia vita valesse più di una vacanza speciale in qualche punto sperduto del mappamondo, mi sono sempre rifiutato di volare con carrette del cielo, e quando non c’erano alternative, ho rinunciato alle proposte piuttosto di veder terminare anzitempo la mia vita. Che valore dobbiamo dare a questa nostra vita? Non c’è errore più banale che prendere un aereo di una sconosciuta compagnia aerea di cattiva fama e sperare che possa portarci sani e salvi fino alla meta. Queste sono speranze di quelle che vorreste sostenere solo a parole mentre, nel vostro intimo, continuate a pregare che non possa capitare a voi.  Lo so che stiamo parlando di probabilità, che vale la pena rischiare perchè sono i numeri a dirlo ma non quando si hanno alle spalle figli e famiglie che aspettano il nostro ritorno, e se il ritorno non avviene perchè qualcosa è andata male, capita che altri continuino a ricadere nella stessa scellerata opzione soprattutto quando il caso ci si mette di mezzo. 
Allarghiamo quindi il discorso al valore della vita, vivere per vivere o vivere per essere ricordati? Certo che l’illusione di vivere per sempre, se non fisicamente ma nel ricordo di chi ci vuole bene, di chi ci apprezza sarebbe il massimo. Chi vuole vivere per sempre non bada ai rischi della vita, perchè sa che dopo la vita terrena viene la vita del ricordo. Come non dimenticare i grandi filosofi del passato: Platone, Socrate, Aristotele eppure qui non si discute della vita futura, bensì di quella presente.

La vita umana ha un gran valore, è assodato. Ogni persona svolge un certo ruolo nella comunità e questo fornisce anche uno scopo alla vita umana. L’intera umanità, nel suo insieme, ha poi un altro grande scopo da realizzare, ma questo è un argomento che dovrebbe essere approfondito in altra occasione. Qualunque sia lo scopo della vita dobbiamo cercare di vivere al meglio e di conservare attraverso l’attenzione, la comprensione, la cura il nostro vivere, felici o infelici non dovrebbe essere importante anche se, obiettivamente, meglio vivere felici. Le cause che impediscono di essere felice sono molto numerose e possono essere divise in tre grandi categorie: cause dovute ad eventi imponderabili o naturali, quelle prodotte dalla volontà altrui, quelle determinate dalla nostra stessa volontà e qui penso ai carcerati, a quelli condannati a pene detentive per tutta la vita, certo non possiamo pensare o credere che siano felici.
Ciò nonostante anche a loro è richiesto di vivere una vita, quello che rappresenta il viverlo anche se si tratta di una vita da reclusi, in quel caso magari con la speranza di poter uscire prima che la vita abbia termine e rigodere di quella sensazione senza fine che è la libertà ma è moralmente accettabile la valutazione sul valore della vita umana? 

Secondo il mio modesto avviso il valore della vita umana non è un termine assoluto ma relativo, e può essere confrontato con quello degli altri. Il valore della vita umana non è costante nel tempo, e cambia in base al proprio comportamento. Non dipende da ciò che si è ma da ciò che si fa. Siamo quindi obbligati al rispetto delle regole e delle leggi anche se questo determina una limitazione della nostra libertà. Ma è libertà disporre della propria vita come si preferisce anche se questo porta a una fine anticipata di essa a causa dei nostri errori o valutazioni errate o superficiali? È giusta la vecchia regola che sancisce: “la mia libertà finisce dove comincia quella degli altri” oppure non è sufficiente, perché troppo limitativa? Capisco che qualcuno leggendo l’articolo stia già pensando che mi sto arrampicando sugli specchi, un terreno minato di ragionamento che esula dai significati tradizionali e spazia in concetti astratti che hanno poca attinenza con la realtà ma il punto è proprio questo: posso io decidere della mia vita senza curarmi di quello che potrebbe accadere nel caso dovesse finire anzitempo causa una mia scelta scellerata che porta a una fine anticipata? Secondo il mio credo e punto di vista no.

E qui torniamo all’episodio del quattro gennaio. Potevano le persone che si sono imbarcate su quel volo in partenza da Los Roques decidere della propria vita senza curarsi affatto di quello che indubbiamente potevano lasciarsi alle spalle? Il dolore, l’ansia, lo sconcerto, il desiderio, l’incredulità, la paura del domani e del presente senza contare, nel caso di uno degli scomparsi, tutti i problemi legati alle responsabilità nei confronti degli altri familiari, i figli, i fratelli, i genitori, l'azienda, la comunità?
Era lecito rischiare la vita? 

L’uomo non è completamente libero, soprattutto non è libero di provocare direttamente o indirettamente del male alla società. Il costo della felicità, e del benessere collettivo, è pagato da una limitazione della libertà e felicità individuale. Il nostro valore, aumenta con la capacità di limitare la nostra libertà, e in particolare di quanto siamo capaci a limitare il nostro egoismo, per favorire la nostra collettività. C’è stata questa considerazione di responsabilità quando i passeggeri di quel volo maledetto hanno deciso di partire? Hanno considerato che potevano anche non arrivare? Non si tratta di un bieco calcolo statistico, i numeri parlavano chiaro, le probabilità che potesse avvenire un incidente erano altissime, eppure questa possibilità non ha nemmeno sfiorato le loro menti, il pensiero alla bella vacanza riempiva tutto, impossibile pensare a altro.

La vita è rischiare, è cadere e rialzarsi, è non esitare. 
La vita è un gioco forte e allucinante.
La vita è per vivere!


2013/01/10

Il Razzismo (secondo Ari)!


Ricevo da un carissimo amico un lungo commento al mio precedente articolo sul razzismo. Siccome supera abbondantemente le cinque righe permesse dal software di blogger gli propongo di pubblicarlo.
A me è piaciuto molto e per questo ho chiesto e ottenuto il permesso di inserirlo nel mio blog affinché resti a imperituro ricordo, fatemi sapere, gli amici per email e tutti gli altri se si diletteranno nello scrivere un commento qui sul blog, se vi è piaciuto. Anche se non vi è piaciuto, tanto l’articolo resta lo stesso, semmai prenderò in seria considerazione i vostri commenti per i miei futuri articoli sulla comprensione umana. 

Sentirsi superiori. 
Se per superiorità si intende conoscenza, senso civico, educazione, cultura ed intelligenza, io mi sento superiore a molta, anzi moltissima gente che ho visto e conosciuto in giro per il mondo. Mi sento parimenti inferiore a chi ha doti maggiormente sviluppate delle mie fra quelle elencate. Quindi, mi sento superiore alle mie domestiche, ad esempio, alle quali è difficile far capire persino la differenza fra “pulito e sporco”. Per contro mi sento inferiore a Piero Angela, a Bill Gates e a tantissima altra gente. 
Sistemi di pensiero. Se si accetta l’idea che è necessario stabilire una piattaforma di convenzione su cui basare criteri, giudizi, opinioni, allora vale quanto ho indicato qui sopra. Altrimenti si potrebbero stabilire altri criteri su “superiorità ed inferiorità”. Può l’altezza di un individuo costituire valore di superiorità? Oppure il peso corporeo? O la capacità di bere più alcool? 

Filosofie e religioni. 
Su cosa basavano i loro pensieri gli antichi filosofi? Sulle conoscenze dell’essere umano, della vita e della natura, sostanzialmente. Per coniare una massima che magari è piú che mai valida e ancora oggi utilizzata correntemente, dovevano per forza avere idee di cosa fosse buono, cattivo, utile, essenziale, superfluo... dovevano saper interpretare sia le proprie emozioni che quelle degli altri. Cosa facciano i filosofi moderni lo ignoro, filosofeggeranno sulla borsa? Sulla politica? Oppure rapporteranno ai tempi moderni lo stesso ordinamento di pensiero dei loro illustri predecessori? E se è vero che i maggiori filosofi erano Greci, dove le regole del vivere civilmente in società erano indubbiamente conosciute, Si può dire che i Greci di allora (su quelli di oggi ci sono molti dubbi...) erano superiori agli aborigeni australiani? O magari si possono ribaltare queste teorie, forse questi ultimi erano più avanzati dei primi ma non è stata data loro la giusta “pubblicità”? 

Ma si può discutere di questo oppure non ne vale la pena? 
L’opinione mondiale, conta oppure no? Religioni, argomento complesso, astruso di cui si capisce di primo acchitto che quanto più un individuo è ignorante, tanto più sarà “plasmabile”. In un contesto multiplo ciò è ancora piu’ fattibile, basti pensare ad Hitler e cosa è riuscito ad ottenere dalla sua gente...L’Islam che come un rullo compressore si sta diffondendo sempre piu’ nel mondo va oltre la religione. L’Islam per i mussulmani è la vita. In nome del suo profeta si fa di tutto, compreso l’uxoricidio, l’omicidio di parenti e addirittura figli, si fanno sacrifici corporali, mutilazioni dei genitali femminili...insomma cose che la natura non ha previsto ma che secondo molti di loro è giusto fare. Loro credono di essere superiori a tutti gli “infedeli” che non sanno neppure mangiare, secondo loro, in maniera igienica. Il maiale non sarebbe neppure commestibile. Mah, avranno ragione loro? Per me no, infatti sono fortemente razzista verso i mussulmani fanatici, anzi li odio profondamente. Li tengo persino fuori considerazione da questa analisi, come fossero una specie animale aliena.

L’adeguata risposta si può già dare, relativamente al sentimento di “razzismo”, rispondendo a qualche ulteriore semplice domanda da inserire nella discussione. Cosa è il disagio? Cosa è pericoloso? Cosa ci fa paura? Dunque, se non si prova disagio a stare in mezzo ad individui che non curano l’igiene personale (perchè forse non hanno acqua corrente, tantomeno soldi per comprare diversi vestiti, ma ci sono anche quelli che dispongono di entrambe le risorse ma non hanno la forma mentis di usarle), allora si è quasi scevri dal provare sentimenti di razzismo. Se in un locale pubblico un gruppo di persone parla a voce esageratamente alta, anche in una lingua sconosciuta, schiamazza, si muove senza circospezione, importuna chi non è parte di quel gruppo, non osserva leggi o regole di buonsenso e tutto questo non ci da fastidio, vale quanto detto sopra. Se in una strada o piazza pubblica vogliamo fare una passeggiata e dobbiamo camminare fra rivoli di urina umana, vetri di bottiglie appena spaccate intenzionalmente, gente che non considera la presenza altrui e anche qui non proviamo disagio o fastidio, non siamo di sicuro razzisti. Se ci rapinano per strada o in casa nostra, ci danneggiano beni personali e accettiamo di buon grado quanto subito, non possiamo mai diventare razzisti sia nei confronti della categoria “ladri e vandali” che di quella più specifica “stranieri ladri e vandali”.

Ed il pericolo, la paura? Se veniamo accerchiati da un gruppo di zingari, sporchi, puzzolenti, dalle facce poco amichevoli (si vuole forse fare anche una disamina di cosa si intenda per faccia amichevole, puzza e sporcizia? Spero di no), ci sentiamo in pericolo? Ne abbiamo paura? Sarebbe prudente cercare di imporre loro il nostro diritto di essere lasciati in pace? Sarebbe consigliabile alterare il nostro vero sentimento in favore di uno che possa compiacere le persone con cui non abbiamo mai avuto intenzione di avvicinarci? Ossia, invece di gridare “ma che volete, perchè non ve ne andate via, ma chi vi ha cercato?” dire al gruppo “salve, voglio proporvi un gioco, io compro una cassa di birra e vediamo se riusciamo a berla entro cinque minuti, così battiamo il record”. Se sì, significherebbe aver dimostrato di avere paura, di aver avvertito la sensazione di pericolo, proprio pericolo fisico, quello di subire percosse, escoriazioni, fratture, menomazioni, perdita della vista, dei denti, forse anche della vita. 
Il mio sentimento è tutto il contrario di quanto ipotizzato sopra circa il disagio. Quindi sono razzista. Lo sono nei confronti di tutti quelli che mi disturbano, infastidiscono, danneggiano. 

Qualche mese fa ero a pranzo con la mia famiglia più una coppia di amici in un ristorante filippino fronte mare. Alla fine del pranzo, e per fortuna non prima, erano entrati due giovani individui corpulenti, uno flaccido, l’altro più tonico. Parlavano in russo, a voce molto alta, incuranti degli altri, famiglie come la mia, bambini... Le facce erano decisamente di gente di basso profilo (la fisiognomica, non sarà una scienza esatta ma spesso ci azzecca...), i loro modi assolutamente incivili. Non credo che qualcuno fosse contento della loro presenza, forse neppure il proprietario o gestore del ristorante. Bevevano liquore dalla bottiglia ed è facile immaginare come può andare a finire se si resta ancora a lungo. Appena l’alcool fa effetto, quella gente diventa più espansiva con gli sconosciuti, ma non vorranno confrontare opinioni su economia o gastronomia... troveranno un pretesto per attaccare briga e allora si salvi chi può. 

Non sono gli unici russi che non mi sono piaciuti, per cui sono da considerare aprioristicamente razzista verso i russi. Ma lo sono anche verso certi inglesi (forse anche peggiori dei russi), ma qui già distinguo, per i russi sono più generalista, proprio non posso neppure sopportare di sentire la loro lingua, mentre per gli inglesi è assai diverso. Non sono disturbato dalla loro vista, comportamento, modo di parlare, atteggiamento. Lo sono ancora verso quelli dell’est europeo, dato che ci ho vissuto per anni ed ho avuto spesso spiacevoli sensazioni nel vivere in mezzo a loro. Ma lo sono addirittura verso i miei stessi corregionali. Molti sardi non posso sopportarli. Una volta un collega aveva fatto una considerazione su un terzo collega: “cosa ti aspettavi da lui? È pugliese”. E così mi faceva osservare cose cui non avevo mai fatto caso. Cose negative che interessavano i pugliesi. Ripensando a certe mie esperienze passate, avevo dovuto concordare su certe caratteristiche negative dei pugliesi. Le considerazioni erano basate su fatti oggettivi. Semplici coincidenze oppure caratteristiche degli abitanti di quelle regioni?

Quando ero in Croazia capitava che fra noi dell’Europa di allora (la CEE era di 12 Paesi) si parlasse dei locali. Mah, i croati non piacevano a nessuno. Non ci piaceva il loro essere sgarbati, grezzi, maleducati, approfittatori, non ci piaceva la lingua e altre cose. Qui nelle Filippine fra noi stranieri si fanno spesso conversazioni sui locali. Ci raccontiamo esperienze, ci chiediamo del motivo per cui non riescano a comportarsi in modo a noi consono e così facendo ci danneggiano. Subiamo i loro ritardi, i mancati pagamenti, le truffe, l’inaffidabilità... Ci sono alcuni che obiettano sul cosa sia il “modo consono” a noi più congeniale. Si parla di cose che universalmente sono conosciute e standardizzate come il tempo. L’orologio è uno strumento comune per misurarlo, e un ora in Germania ha la stessa durata di un ora cambogiana, o italiana o filippina. Anche sui giorni della settimana non dovrebbero esserci discussioni: sono 7 dappertutto. E lasciamo perdere disquisizioni ed elucubrazioni su calendari cinesi, stima visuale del tempo e altre cosette. Se non si è d’accordo su questa piattaforma delle cose basilari non c’è discussione. 

Se non mi consegnano della merce che ho prepagato nel giorno stabilito perchè qualcuno sbaglia a contare i giorni, oppure sbagliano l’orario per motivi simili, mi creano un danno, quantomeno un disagio. Se queste cose avvengono più che sporadicamente ma pressoché su base stabile, allora scatta quel sentimento che ci fa imprecare: “dannati questi, o quelli”. Si potrebbe continuare a lungo su questo tema, sui danni provocati da certa gente a causa della loro incompetenza / disonestà / stupidità. Come nelle costruzioni. Chiunque qui abbia costruito qualcosa ha da mettersi le mani nei capelli quando ripensa alle disavventure. Come in un’ordalia...qui lo standard è questo: devi realizzare qualcosa? Metti in preventivo perdite di tempo, di danaro e salute. Se invece uno vuol farsi la casa in Scandinavia, dovrà altresì prepararsi alle stesse cose oppure può affrontare la questione con maggior serenità? Gli scandinavi, già. Perchè vengono spesso citati come modelli di civiltà e progresso? Sono balle oppure hanno una marcia in più rispetto ai Ghanesi o ai Filippini? E questi ultimi, giusto per citare un esempio attinente ad una categoria di lavoratori, i marittimi, perchè sono considerati inefficienti ed inaffidabili da diverse compagnie di navigazione? Ho letto che sono giunte proteste ufficiali in tal senso, così che le autorità filippine hanno deciso di chiudere per poi riformare le scuole professionali marittime, dovendole adeguare a degli standards che i marinai locali non sono attualmente in grado di rispettare. 

Due Italiani che lavorano nel settore e che ho interpellato sulla questione mi hanno confermato queste cose. Quindi esistono differenze fra i diversi popoli (non potendo più parlare di “razze” per evitare di offendere qualcuno, visto che forse anche etnie non è corretto, spero che “popoli” possa andare bene), ci sono quelli più versati per la tecnologia, le scienze, le arti e via dicendo. Se anche il grado di progresso raggiunto da un popolo può rientrare anch’esso nella piattaforma basilare, è possibile redigere una “scala”, un ordine di quali siano i popoli migliori e peggiori? Forse no, perché dovremmo includere diversi altri parametri quali la percentuale di incidenti, di delitti, di truffe...
Quindi non si puo’ semplificare come in un sistema scolastico, dove chi ha i voti migliori è considerato il più bravo, il più intelligente, insomma il migliore. Il migliore è superiore al peggiore, almeno da un punto di vista, credo sia apodittico. Ma chi ha inventato i voti, i sistemi di attribuzione di questa superiorità? Perchè è stato necessario formare delle graduatorie, invece che promuovere sempre tutti quanti a prescindere dal rendimento scolastico? 

Poi, cos’è questa discriminazione sul lavoro, ovvero la ricerca di figure per certi incarichi in possesso di un alto titolo di studio con corredo di specializzazioni? Gli altri che non hanno le stesse carte, come sono considerati? Semplicemente “non idonei” oppure possono essere definiti inferiori? Io che non ho studiato sentendomi definire tale accetterei di buon grado. Purtroppo non posso competere con chi ha studiato e si è qualificato dimostrando capacità ed intelligenza. Ovviamente non si parla di superiorità assoluta ma relativa, anch’io posso avere qualche caratteristica che mi rende “superiore” rispetto ad un plurilaureato. 

Un giorno parlavo di cose pratiche di campagna con un amico tedesco residente nelle Filippine da molti anni. Concordavamo sull’abilità di qualsiasi filippino, uomo o donna, nell’accendere un banale fuoco. Entrambi avevamo confessato la nostra incapacità a fare altrettanto. Malgrado l’esperienza di aver acceso chissà quanti fuochi per poi arrostire carni e pesci, sia in Sardegna che altrove, qui nelle Filippine non mi è quasi mai riuscito di accendere un bel fuoco che bruciasse bene come sanno fare gli indigeni. Quel tedesco mi diceva che insieme ad altri tedeschi intenzionati a fare barbecue, non riuscivano nemmeno a far prendere le fiamme con spruzzate di benzina. Per quanto sia stata curata la disposizione di carta, esca, pagliuzze, rametti e legni piú grandi, qualcosa nella combustione non funziona, il fuoco tende a spegnersi e per farlo partire bisogna affrettarsi ad aggiungere altra carta, legnetti asciutti.... I filippini sono superiori a noi nelle tecniche di sopravvivenza, conoscono le caratteristiche di ogni pianta, arbusto, foglia. 

Chissà se Bill Gates si è mai dedicato al barbecue...